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Anoressia nervosa e Bulimia nervosa: due facce della stessa medaglia

Il complesso mondo dei disturbi alimentari

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Il tratto distintivo dell’anoressia è una significativa perdita di peso dettata dall’esigenza ossessiva del controllo della propria immagine, del proprio corpo, di tutto.

Il dimagrimento, quindi, è la conseguenza del rifiuto per l’assunzione del cibo, dell’attenzione ossessiva per il contenuto calorico e per la bilancia.

I pasti vengono frequentemente e sistematicamente evitati, aumenta l’attività fisica, nel 75% dei casi si ricorre anche alla bulimia, quindi al vomito, e si comincia ad assumere lassativi. A tutto ciò è associato un rifiuto da parte della persona nel riconoscere la gravità della situazione, scarsa o assente consapevolezza e l’alterazione esagerata della forma fisica (dismorfismo corporeo).

La bulimia, invece, è caratterizzata dall’ingestione di una grande quantità di calorie in un arco di tempo ristretto che vengono poi “espulse” vomitando per la seguente perdita di controllo.

Il paragone più efficace per rappresentare la bulimia è quello che parla di “un pozzo buio e profondo da riempire”: un vuoto soggettivo incolmabile che si cerca di riempire attraverso l’assunzione di quantità eccessive di cibo. Una persona bulimica può essere di peso normale, sottopeso o sovrappeso, diversamente da una anoressica che è sempre (molto) sottopeso.

Tra le ragioni che portano allo sviluppo di comportamenti anoressici e bulimici si ritrovano fattori biologici, genetici, ambientali, sociali, psicologici, insieme a componenti di familiarità, la sensazione di essere sottoposti a un eccesso di pressione e di aspettativa, o al contrario di essere fortemente trascurati dai propri genitori, il sentirsi oggetto di derisione per la propria forma fisica o di non poter raggiungere i risultati desiderati per problemi di peso e apparenza.

Questi due disturbi possono però anche dipendere dall’aver subito situazioni particolarmente traumatiche, come ad esempio violenze sessuali, drammi familiari, comportamenti abusivi da parte di familiari o di persone esterne, difficoltà ad essere accettati socialmente e nella propria famiglia.

L’associazione per lo studio e la ricerca sull’anoressia, la bulimia e i disturbi alimentari, ABA, elenca le conseguenze, che come si può facilmente immaginare, possono essere le più diverse e le più gravi sia dal punto di vista fisico che psicologico: per quanto riguarda i danni fisici si parla di ulcere, danneggiamenti perenni ai tessuti corporei, disidratazione, danni a cuore fegato e reni, problemi a denti e gengive, riduzione di alcune capacità del sistema nervoso come l’attenzione la memoria e la concentrazione, indebolimento del tessuto osseo, blocco della crescita, ipotermia.

Le conseguenze sul piano psicologico includono invece depressione, scarsa autostima, senso di colpa e di vergogna, umore instabile, tendenza ad assumere comportamenti maniacali, propensione al perfezionismo e soprattutto difficoltà a mantenere relazioni sociali e familiari.

Sociologicamente, già dagli anni Cinquanta si iniziò a parlare di anoressia nervosa definendola un disturbo etnico, ossia un disturbo tipico di una certa cultura. Secondo questa interpretazione, l’anoressia porta alla luce l’ambivalenza di significati intrinsechi al genere femminile, e al contempo manifesta un’ossessione esasperata nella ricerca della magrezza e del culto della forma fisica.

Secondo il medico Richard A. Gordon, infatti, l’interiorizzazione del modello fisico dominante rappresenta una soluzione patologica del problema dell’identità, in quanto consente di ridurre il disagio causato dai sentimenti di debolezza e dal conflitto interiore. Il discorso socioculturale, ruota attorno al concetto di identità femminile e al ruolo sociale e familiare della donna nella nostra società.

Lo sviluppo dell’identità è un processo dinamico che si svolge nel corso dell’esistenza ed è influenzato da numerosi fattori: condizioni storiche e sociali, esperienze familiari particolari, predisposizioni biologiche e fattori accidentali dello sviluppo.

Mutamenti radicali nel ruolo sociale e nelle aspettative possono causare crisi profonde nel processo di formazione dell’identità. La condizione femminile contemporanea risulta così problematica, proprio perché il ruolo imposto alle donne è fonte di molteplici richieste spesso contrastanti.

Gli stereotipi di bellezza e salute come “magrezza e muscolosità” si rivelano delle vere e proprie trappole per i soggetti predisposti che restano imprigionati nel conflitto iperalimentazione/perfetta forma fisica. Da questo dilemma nascono i disturbi del comportamento alimentare.

L’anoressia nervosa e la bulimia nervosa sono presenti soprattutto tra le donne bianche, mentre il disturbo da alimentazione incontrollata è presente tra le donne afroamericane e bianche allo stesso modo. È un dato bene noto che la stragrande maggioranza delle sindromi anoressiche e bulimiche si manifestano in quella fascia di età caratterizzata da profonde trasformazioni psichiche e somatiche che è l’adolescenza.

In questa fase del processo evolutivo l’adolescente si trova a confrontarsi con il problema critico di definire una propria identità sessuale, integrando i relativi modelli biologici, psicologici, sociali e al tempo stesso, di differenziarsi come individuo dotato di una fisionomia singolare e specifica. Questo avviene, abitualmente, negli adolescenti attraverso atteggiamenti talvolta dimostrativi e provocatori, di opposizione e di antagonismo che esprimono in modo esplicito il bisogno dell’adolescente di definirsi come persona differenziata e autonoma.

Nelle pazienti anoressiche e bulimiche questa valenza oppositiva è presente nella dinamica del “rifiuto”, peraltro del tutto implicito, perché spesso occultato dalla maschera deresponsabilizzante della malattia; ma, nello stesso tempo, proprio l’area in cui viene attuato questo rifiuto, quella del nutrimento e dell’immagine del corpo, va nella direzione opposta a quella dell’individuazione e sembra piuttosto esprimere, paradossalmente, una negazione o una difficoltà di assunzione degli aspetti peculiari dell’identità e della sessualità femminile, dei vissuti specifici e dei comportamenti che l’accompagnano. Il dramma delle situazioni anoressiche e bulimiche sta proprio in questa ambivalenza, che trasforma la fisiologica crisi della pubertà in una grave “frattura adolescenziale”.

Esiste dunque, nei vissuti intrapsichici di queste pazienti, un bisogno costante di “controllo” dei propri spazi interni, un’esigenza profonda di delimitare i “confini dell’Io”, evidentemente percepiti come troppo fragili e insicuri. E così l’ambivalenza si ripropone e con essa la difficoltà a risolverla.

Perché, allora, la scelta di un sintomo come il rifiuto del cibo?

Forse proprio perché esso rappresenta l’illusorio tentativo di rispondere a entrambi i poli contraddittori e inconciliabili, senza operare una scelta che non può essere compiuta: il rifiuto del cibo permette all’anoressica di mettere in atto l’opposizione adolescenziale e al tempo stesso, di non abbandonare il mondo dell’infanzia e i bisogni fusionali di dipendenza.

Se esploriamo l’area del mondo interno e dei vissuti personali di queste pazienti troviamo dunque che il problema alimentare non è che l’epifenomeno di istanze conflittuali irrisolte: un bisogno di controllo finalizzato a salvaguardare una troppo fragile identità, l’esigenza di mantenere ogni tendenza oppositiva nel registro dell’implicito, una protesta muta del non detto, utilizzando attraverso il rifiuto del cibo, un linguaggio analogico come quello del corpo; la difficoltà di affrontare i processi di separazione e di individuazione, rallentando i movimenti di evoluzione e di crescita, attraverso un ambivalente tentativo di “sospensione del tempo”.

Gran parte delle persone che sviluppano questi disturbi sono state bambine condiscendenti e coscienziose, timide e solitarie, con notevoli difficoltà a sviluppare relazioni con i coetanei.

Margaret Mahler (1968) considera il disturbo anoressico come un fallimento del processo di separazione-individuazione con una fissazione narcisistica nel corpo come oggetto transazionale: il corpo diventa veicolo del rifiuto dell’oggetto madre simboleggiato dal cibo, un rifiuto che può diventare espulsivo, là dove compare il vomito, ma che si accompagna anche ad una ricerca bramosa e a un bisogno fusionale con l’oggetto madre, di cui le crisi bulimiche sembrano essere l’esempio paradigmatico, fusione desiderata e al tempo stesso, temuta perché può esporre al rischio della dissoluzione del sé.

Se pensiamo al fenomeno complesso che può essere l’anoressia o la bulimia, non possiamo non pensare all’evoluzione del tempo di un soggetto del concetto “cibo”.

Un bambino, sin dalla nascita, conosce il mondo “con” e “attraverso” la bocca: il mangiare diventa un’esperienza relazionale e affettiva di enorme importanza.

Le modalità più o meno affettuose con il quale il cibo viene offerto, possono essere vissute come gradevoli o sgradevoli: il cibo verrà allora considerato come un oggetto che dovrà essere investito del significato di buono o cattivo in relazione al modo in cui viene offerto.

Ogni volta che mangiamo investiamo l’alimento di significato: la condivisione del cibo segna l’appartenenza, l’affetto e l’identità familiare.

Molti autori parlano di “anoressie” al plurale, notando che non esiste un solo comportamento anoressico, ma che è possibile distinguerne diversi tipi, prendendo in considerazione le dinamiche interpersonali. Minunchin (1980) ha delineato quattro modelli di interazione familiare disfunzionali nelle famiglie con problemi anoressici:

1) L’invischiamento: consiste nella tendenza dei membri della famiglia a manifestare intrusioni nei pensieri, nelle emozioni e nelle azioni altrui. C’è una grande labilità dei confini tra i membri e i sottosistemi generazionali con la conseguente confusione delle funzioni e dei ruoli. L’autonomia e gli spazi personali sono quasi inesistenti. Questo tipo di struttura familiare limita e talvolta rende del tutto impossibile lo sviluppo dei processi di autonomia e di individuazione.

2) L’iperprotettività: consiste nella preoccupazione eccessiva e nell’interesse eccessivo che membri della famiglia manifestano nei confronti degli altri.

3) L’evitamento del conflitto: si manifesta nella tendenza comune dei membri a cooperare mettendo in atto meccanismi di evitamento per nascondere ogni tipo di conflittualità e di disaccordo in modo che non possa esplodere mai apertamente. Sul piano individuale, l’evitamento del conflitto genera un rallentamento o un ulteriore ostacolo nel processo di individuazione e quindi di crescita.

4) La rigidità: consiste nella ripetizione stereotipata delle regole di relazione, nella difficoltà di accettare ogni tipo di cambiamento anche se sarebbe necessario nei passaggi di fase del ciclo vitale, nella tutela di un equilibrio che non reggerebbe alcun tipo di cambiamento. Nelle famiglie anoressiche la rigidità si esprime specificatamente nell’immagine stereotipata che tendono a dare di sé: l’immagine di famiglie molto unite e armoniose in cui non esistono problemi eccetto il disturbo anoressico di un componente, che attraverso i sintomi richiama tutta la famiglia su di sé e sul suo problema.

Spesso nelle famiglie con modelli disfunzionali rigidi o dove si evita il conflitto, è generalmente presente una parziale o totale inibizione dell’espressione emozionale, un’incapacità di verbalizzare le proprie emozioni.

Nell’ottica sistemica, il sintomo anoressico rappresenta quindi il tentativo di ritagliare una sfera di autonomia intorno alla gestione del cibo; un’esigenza di differenziazione da un corpo familiare che sembra totalmente unitario, espressa attraverso il rifiuto o l’espulsione del cibo; una protesta violenta e provocatoria, attraverso lo sciopero della fame, per affermare un’identità che non da sfogo al conflitto; una richiesta tacita e ambivalente che esprime da un lato il bisogno di crescita e di differenziazione, dall’altro la paura di crescere, legata ai problemi di svincolo.

Nella sospensione del tempo di crescita, i vissuti delle persone con disturbi alimentari esprimono una volontà determinata, anche se illusoria, di risolvere l’ambivalenza tra il desiderio di individuazione e la paura o la difficoltà di assumere un’identità matura.

Il tempo si ferma non solo per la persona che manifesta il sintomo anoressico, ma per tutta la famiglia che può, in questo modo, rimanere sempre fedele al mito di unità e perfetta armonia ereditato a livello transgenerazionale, in cui ogni processo di autonomia e individuazione evoca angoscia.

L’anoressia, così come i disturbi alimentari in generale, sono stati da sempre per lo più associati a un disturbo prettamente femminile, ma è evidente un aumento delle difficoltà alimentari anche nella popolazione maschile.

Ed è proprio per questo motivo che bisogna prediligere prevenzione e informazione oltre che educazione alla salute mentale e fisica.


Dott.ssa Fabiola Raffone Autrice presso La Mente Pensante Magazine
Dott.ssa Fabiola Raffone
Psicologa Clinica | Criminologa | Grafologa | Esperta in Psicodiagnostica |
Terapista della riabilitazione psichiatrica | Psicoterapeuta Cognitivo Comportamentale i.f.

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