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Saggio sull’arte della comunicazione e sui poteri del linguaggio

Image by noah black on Unsplash.com


Mi sento un po’ come il mare, abbastanza calma per intraprendere nuovi rapporti umani, ma periodicamente in tempesta per allontanare tutti e starmene da sola. – Alda Merini

Modi di comunicare, purché vi sia intenzionalità

La parola Comunicazione deriva dal latino communicationem e dal greco koinòo, ossia mettere in comune, far partecipe, costruzione di senso condiviso.

E, ancora, comune+azione = azione che mette in comune.

Dunque, nell’accezione più ampia, per comunicazione si intende il passaggio, lo scambio (la messa in comune) di messaggi e di informazioni tra organismi viventi, unicellulari, animali e uomini e tra macchine, attraverso cui si ha un’influenza reciproca.

Questo modo di comunicare ha dei presupposti precisi, che sono: accettazione delle regole cui sottostare (i munia latini), condivisione di “spazio comune” (le moenia latine), e scambio di “doni”, ossia la reciprocità (il munus latino).

Il processo della  comunicazione può avvenire su molteplici piani:

* biologico genetico, relativamente alle informazioni cellulari di composizione chimica ed ereditaria cromosomica che daranno una formazione genotipica ed una comunicazione fenotipicamente esteriorizzata;

* fisiologico,  basato sulla trasmissione ed elaborazione dei messaggi tra molecole messaggere e recettore;

* a livello cibernetico (cibernetica = dal greco: “pilota di navi, arte del pilotare, del governare”), basato sulla  comunicazione del segnale di retroazione o feedback che  è di fondamentale importanza per il circuito comunicativo, perché indica l’effetto del ritorno dell’informazione da emittente a ricevente, ossia del segnale che informa che l’autoregolazione del processo ha funzionato per lo scambio di informazioni (cioè, il ricevente rimanda alla fonte);

* a livello etologico per la comunicazione dell’animale nel suo ambiente.

Ne consegue che l’osservazione del processo può avvenire secondo le varie forme di comunicazione: della biologia, della psicologia, della cibernetica e della linguistica.

Sei fattori/funzioni unificano le forme varie di comunicazione:

Riferimento allo Schema delle Funzioni del Linguaggio di  Roman Jakobson (linguista-semiologo Russo/Statunitense 1896,1982): Saggio di Linguistica generale, 1963):

  1. emittente del messaggio (codificatore)
  2. destinatario (decodificatore); tra loro:
  3. contesto: insieme di circostanze in cui si sta parlando
  4. messaggio: ciò che viene comunicato
  5. canale: mezzo con cui si comunica
  6. codice: linguaggio con cui si costruisce la comunicazione e sua significazione.

Forme di comunicazione:

La forma più elementare e universale di comunicazione è quella animale (modello della psicologia animale per lo studio dei segnali) ma anche quella della cibernetica, che  utilizza un altro tipo di comunicazione, quella indiretta tramite la strumentazione utilizzata.

Cioè, i messaggi tra animali provocano processi fisici del sistema nervoso (dei vertebrati) i quali permettono la comprensione di quanto si scambiano; tra computer, invece, la comunicazione non è mai diretta e si comunica attraverso lo strumento elaboratore (questa è la differenza).

La comunicazione attraverso la trasmissione dei segnali è il prodotto della selezione naturale; è specie–specifica (innati per la stessa specie) e si riferisce agli accoppiamenti sessuali, al segnale di ricettività della femmina o di corteggiamento dei maschi o di delimitazione del territorio o, ancora, tra predatore e preda.

È una funzione adattiva.

Questi segnali comunicativi sono fisici non verbali e man mano che si sale nella scala evolutiva assumono espressioni universali.

Anche nella comunicazione umana ne esiste  una analogica fatta di codici.

Essa comprende quella non verbale:

  • i movimenti del corpo: gesti, espressioni, atteggiamenti…..
  • i fenomeni paralinguali: riso, sbadiglio, pianto, silenzio…..
  • le posizioni nello spazio (prossemica): distanza tra sé e gli altri
  • la sensibilità somestesica: riferita essenzialmente al tatto, per distanze ravvicinate.

E  quella paraverbale che comprende:

  • tono della voce
  • volume, timbro della voce
  • inflessioni
  • alterazioni emotive della voce
  • silenzi, pause…..

Ovviamente, queste modalità di comunicazione non verbale sono in funzione di fattori culturali e di situazioni ambientali e psicologiche delle persone in interazione.

È anche chiaro che, proprio perché non verbale e quindi fuori dalla comprensione semantica, ogni percezione è personale basata su proprie esperienze, nonostante una codifica pressoché condivisa.


Linguaggio e sua comprensione:  purché si possano comprendere i simboli nella costruzione della realtà

Infatti,  il contenuto della comunicazione umana è dotato di senso e significato, i quali interessano la percezione della realtà.

La comprensione verbale si basa sul linguaggio, ovunque costruito su uguali modalità fondamentali; esso costituisce la massima espressione del rapporto sociale, in quanto ogni comunicazione è “fatto” sociale perché rispetta le regole dell’intelligibilità dei segni all’interno di uno stesso sistema.

In prima analisi, il linguaggio è definito come l’insieme dei segni o simboli per la trasmissione del messaggio (significato); il messaggio è basato sull’uso delle frasi, che sono risultanze di suoni (fonemi) strutturati in morfemi raggruppati in parole.

Le parole possono essere definite come “segni” del linguaggio.

Ed è proprio perché ogni segno è leggibile solo nella stessa cultura che si può osservare una pragmatica della comunicazione che mette in relazione segni e utilizzatori, studiandone gli effetti.

L’intenzione del mittente e il conferimento di significato da parte del ricevente sono alla base di un principio della concettualizzazione filosofica/linguistica di Frege:

ossia:

il principio di attribuzione di significato e di senso:

“parliamo del significato e comunichiamo i sensi, che sono stabili, oggettivi, pubblici e disponibili”.

(Gottlob Frege, filosofo della matematica tedesco,1848-1925 Saggio “Senso e Significato”, 1892)


Il linguaggio nelle scienze: sociologia, psicologia sociale, psicoanalisi

Da un punto di vista sociologico

il linguaggio assume un interesse semiotico, cioè relativo alla produzione e alla trasmissione dei significati e  al modo in cui tali significati si producono.

Nel contesto sociale, diversa dalla comunicazione – che è anche intenzione di trasferire consapevolezza al ricevente – è l’informazione, che è invece unilaterale verso il ricevente, il quale attribuisce ad essa valore e significato.

Di fatto, gli studi relativi a quanto un messaggio sia efficace propongono in linea generale le seguenti quote (non a somma cento):

– dato 100 quanto si vuole trasmettere:

  • 70 ciò che effettivamente si trasmette
  • 40 ciò che viene effettivamente ascoltato
  • 20 ciò che viene recepito
  • 10 ciò che verrà ricordato.

Invece la teoria di Albert Mehrabian (psicologo statunitense), che da qualcuno è criticata e ritenuta falsa, prende in considerazione l’effetto, il potere della comunicazione non verbale (si ritiene che sia valida essenzialmente per il linguaggio dei sentimenti):

  • movimenti del corpo mimica facciale 55%
  • voce, tono, ritmo…      38%
  • contenuto verbale, parole 7%

Da un punto di vista psicologico

il linguaggio è la capacità di comunicare attraverso l’utilizzo di codici rappresentanti la lingua condivisa.

In base ad una generica definizione,  comunicazione e linguaggio sono uno scambio  di messaggi intenzionali per l’interpretazione dell’altro ricevente.

Il linguaggio permette di svolgere varie funzioni: comunicare i sentimenti, i bisogni, le idee, dialogare e apprendere, comprendere gli altri e fare commenti sul mondo.

Infatti, sono i processi psicologici strutturati in base alla comprensione delle interazioni sociali, come il linguaggio, a dare senso alla realtà del mondo.

Per la teoria degli Atti Linguistici “dire qualcosa è sempre fare qualcosa” (in questo senso in apertura si è scritto che la comunicazione e il linguaggio sono anche “fatti”).

Infine,

comunicazione e linguaggio definiti in base ai vari indirizzi teorici di riferimento.


Teorici e Teorie Psicologiche

Teorie Cognitiviste: soggetto nel mondo, costruisce le sue capacità mentali

L’approccio comportamentista considera la comunicazione come forma di comportamento di ogni individuo e costituisce stimolo per un altro organismo.

L’impostazione genera la comunicazione linguistica come comportamento strumentale in base al quale chi parla aziona l’apparato motorio fonatorio e il discorso è una amplificazione di esso e rappresenta una serie di segni che stimolerà l’apparato del ricevente.

Anche Skinner1 considera il linguaggio su base comportamentale e concorda con l’ipotesi di comunicazione come forma di comportamento motorio; il linguaggio si sviluppa e si struttura in seguito al rinforzo ricevuto e i messaggi verbali conseguenti possono essere espressivi di ordini e di richieste connessi a stati di bisogno (mand da commands e demands) e di contatto descrittivo e osservante del mondo circostante (tact da contact).

Inoltre, l’ipotesi comportamentista rapporta direttamente il pensiero al linguaggio: cioè, il pensiero è linguaggio mentre il comportamento è linguaggio già interiorizzato, che si esteriorizza esclusivamente per etichettare verbalmente i concetti agli oggetti concreti. (nominalismo empirico di John Locke2).

Il base al pensiero di Serge Moscovici3, l’approccio psico-sociale è tra i più sensibili a definire il ruolo importante della comunicazione (del linguaggio) nella comprensione del mondo: la conoscenza deve essere costruita, condivisa e interpretata nello stesso nucleo d’appartenenza (Teoria delle Rappresentazioni Sociali)

Uguale importanza pure per Edward Sapir4, secondo cui la vita degli uomini, pur vissuta nel mondo oggettivo e sociale, dipende molto ed è condizionata dalla lingua comune che costituisce il mezzo di espressione della società.

Comunicazione come fondamento dello sviluppo sociale e psicologico per Solomon Asch5, per il quale i rapporti dell’uomo con la società non costituiscono problema psicologico solo se esiste la possibilità di comprendere le azioni e le esperienze e di reagire ad esse. Ciò permette reciproci rapporti sia privati che pubblici.

Grande contrasto in campo del cognitivismo di Jean Piaget6 e dei teorici russi Lev Vygotskij7 e Lurida8.

Per il primo, Piaget, il linguaggio – che dipende dal pensiero – è una capacità simbolica, all’interno di una più ampia e generale capacità cognitiva dominata dall’intelligenza, indipendente, da cui  invece dipendono pensiero e linguaggio che sono geneticamente appoggiati l’uno all’altro.

La comunicazione,   riferita al bambino piajetiano, non è considerata se non nel solo senso di associare qualcuno al suo monologo: il suo è un linguaggio egocentrico e diventerà socializzato con lo sviluppo delle strutture di pensiero.

Vygotskij  non separa comunicazione da linguaggio, nell’adulto come nel bambino, mentre considera originariamente indipendenti pensiero e linguaggio, anche se soggetti a successivo processo di reciproca integrazione e influenza.

In altre parole, il linguaggio ha la funzione di comunicare e il pensiero ha la funzione di adattamento alle situazioni.

Questo pensiero è ripreso da Aleksandr Lurija; egli considera il linguaggio come elemento sociale, con funzione cognitiva di controllo o influenza sulla percezione, sul pensiero e sull’azione.

Le differenze concettuali tra Piaget e Vygotskij non sono essenzialmente sulla dipendenza o indipendenza tra pensiero e linguaggio, perché alla fine c’è unione anche per il pensiero della teoria russa, ma decisamente sul “destino” del linguaggio egocentrico: per entrambi la fase egocentrica lascerà il posto al linguaggio socializzato, ma mentre per Piaget è un livello conclusivo, per Vygotskij  il linguaggio egocentrico non finirà mai, si modificherà in un linguaggio con se stessi (“pensare ad alta voce”) fino a diventare linguaggio interiore, secondo una sequenza evolutiva sull’azione.

È questo il processo che unifica pensiero e linguaggio: indipendenti in origine, il linguaggio si socializza e diventa regolatore del pensiero che, a sua volta, diventa costruzione sociale.

Linguaggio come processo cognitivo anche nell’ipotesi di Jerome Bruner9, il linguaggio è pensiero, ma non dipende da esso e il pensiero non è linguaggio.

Per comprendere ciò, occorre considerare il linguaggio come espressione esterna fonica; in  questo modo, può essere separato dal pensiero, cioè il linguaggio è pensiero oggettivato verbalmente.

Pensiero e linguaggio possono separarsi funzionalmente: la comunicazione non è funzione del pensiero.

Tre sono i punti della sua teoria:

  1. il pensiero è oggettivato in sistemi rappresentativi (tra cui il linguaggio)
  2. il sistema rappresentativo richiede efficienza (il linguaggio è il sistema più efficiente)
  3. il linguaggio offre all’individuo strumenti per pensare elaborati dalla sua cultura e comunità linguistica.

Il primo di questi punti può essere ulteriormente ampliato, specificando i sistemi rappresentativi in rappresentazioni profonde e astratte dei pensieri che vengono realizzate attraverso strutture superficiali (verbali, pragmatiche, immaginative) in base a regole precise.

Sotto questo aspetto, la teoria di Bruner può essere collegata agli studi del teorico linguista Noam Chomsky10  e al modello dello psicologo sperimentale/cognitivista Philip Johnson-Laird11 circa le due regole  cui dovrebbe sottostare ogni grammatica: le regole della struttura sintagmatica (o di riscrittura delle frasi) e le regole trasformazionali (o di relazione tra le frasi) che servono a integrare e convertire l’una nell’altra la struttura profonda, di natura cognitiva, e la struttura superficiale, di natura fonetica del linguaggio.

Nell’ambito della linguistica, si può collegare la tesi di Whorf12 sulla relatività linguistica (o del determinismo linguistico), in base alla quale il linguaggio determina pensiero e comportamento.

Whorf sostiene che al mondo esistono tante forme di pensiero quante sono le lingue e che sia la lingua a strutturare la rappresentazione cognitiva del parlante: la lingua degli Esquimesi possiede da 21 a 100 e più parole per indicare la neve; pertanto gli Esquimesi dovrebbero avere tutte le rappresentazioni mentale della neve.

Ne consegue che il mondo è concepito in modo molto differente in base alla struttura della lingua.

Un contributo importante alla comunicazione è dato dall’indirizzo sistemico-relazionale, che può essere sintetizzato con l’assioma di Watzlawick13: “non si può non comunicare”.

Siamo nel campo della meta-comunicazione, nel quale i processi comunicativi hanno un aspetto di contenuto e un aspetto di relazione che devono essere individuati come regole assunte, intenzionalmente e consapevolmente oppure no, dal comunicante.

Comunicazione e linguaggio, nell’aspetto pragmatico sono basati sul proposito di “cambiamento” del rapporto interpersonale o intrapersonale (che è ugualmente relazione) che può appoggiarsi a riferimenti circolari gruppali anziché monadici.


Teorie  Psicoanalitiche: soggetto in conflitto, comprensione delle dinamiche piacere-dispiacere, emozioni, affettività, linguaggio

In ambito psicoanalitico, invece, è stata fatta connessione tra linguaggio e affettività, in ordine alla soddisfazione dei bisogni biologici (situazioni di piacere-dispiacere) e in ordine alle fantasie e rappresentazioni mentali (legate alle esperienze di piacere-dispiacere) considerate essenzialmente nell’ottica della comunicazione.

Tra l’altro, in questo ambito la comunicazione trova la propria collocazione centrale, essendo la psicoanalisi la terapia basata sulla parola, ma è una comunicazione particolare, nella quale si privilegia il contenuto emotivo e soggettivo e si tralascia il contenuto e la struttura del linguaggio.

Il pensiero di Freud, infatti, considera la cura della parola come possibilità di rielaborazione dei conflitti interni, attraverso la libera verbalizzazione di ricordi, immagini, affetti e pensieri, legati all’inconscio da un rappresentante sensoriale ed esperienziale e al conscio da un rappresentante linguistico-verbale, segno della concettualizzazione del significante inconscio effettuata tramite il codice socializzato e condiviso del linguaggio.

Differente la posizione di Lacan; egli condivide con Freud che l’inconscio sia una serie di significanti, ma ritiene che sia anche una parte di discorso concreto e trans-individuale, che non risponde ai richiami del soggetto, che tenta di ristabilire la continuità del discorso conscio.

L’interpretazione deve considerare il fatto che l’inconscio abbia la struttura di un linguaggio, nel quale risiede un materiale che è stato effettivamente parlato.

Quindi, lettura della psicoanalisi in termini di linguaggio e di comunicazione appartenenti direttamente all’inconscio e che è anche, proprio perché strutturato come una vera lingua, rapporto sociale. Ciò supera la fissità freudiana dell’inconscio strutturato come un organismo biologico contenitore di istinti, che necessita di un tramite linguistico per i suoi rapporti sociali.

Per Melania Klein il linguaggio è riconoscimento di oggetti esterni e della loro autonomia rispetto al soggetto; il bambino sarà in grado di acquisire il linguaggio solo dopo aver superato la maturazione del proprio io e lo sviluppo delle relazioni oggettuali per poter distinguere se stesso dagli oggetti esterni e le proprie reazioni  emotive davanti ad essi.

In base alla sua teoria, ciò si attua con il passaggio dalla fase di onnipotenza a quella di depressione che prevede la presenza dell’oggetto e la possibilità della sua mancanza.

Winnicott considera il bambino in simbiosi con la madre e la comunicazione preverbale della diade avvia il bambino verso un linguaggio fatto da esperienze transizionali, dal quale nascerà anche il linguaggio come oggetto intermedio tra investimenti  narcisistici ed oggettuali.

Per Bion, ruolo materno di intermediario tra linguaggio e bambino è la base della sua ipotesi. Infatti, il linguaggio verbale del bambino nasce dalla decodificazione dei simboli pre-verbali di comunicazione con la madre, che sono restituiti adeguati alla realtà.

A proposito di linguaggio e affettività si può concludere con un termine coniato da Franco Fornari14: “coinema”, dal greco “comune”. E’ il corrispondente del fonema sul piano affettivo ed è l’unità minima del significato affettivo, intesa come competenza affettiva innata.


Glossario

CIBERNETICA = scienza interdisciplinare che studia il funzionamento e le relazioni di qualsiasi sistema dinamico prodotto dalla natura o dall’uomo. Studio del controllo e della comunicazione nell’animale e nella macchina
COMUNICAZIONE = scambio di informazioni tramite l’uso di segni. Utilizza simboli che sono portatori di significato tramite il riferimento a qualcosa d’altro da sé e concetti per riferirsi ad una classe di oggetti
ECOLOGIA = scienza che studia i rapporti complessivi dell’animale con il suo ambiente organico e inorganico. Studio dei rapporti organismo-ambiente
ETOLOGIA = studio del comportamento delle varie specie animali in condizioni naturali e artificiali
FONEMA = elemento minimo del linguaggio corrispondente al suono. Modo di pronunciare vocali e consonanti nel proprio alfabeto
FONETICA = studio dei suoni delle lingue nella loro realizzazione concreta
FONOLOGIA = codificazione dei suoni, comprende il fonema
GRAMMATICA = insieme delle norme che regolano l’uso della lingua
LINGUAGGIO = insieme dei codici che permettono di trasmettere, conservare ed elaborare informazioni tramite segni intersoggettivi in grado di significare altro da sé
LINGUISTICA = scienza che ha oggetto lo studio della lingua
MORFEMA = struttura semplice del linguaggio comprendente l’unione fonetica di due o più suoni. E’ la più piccola unità significativa della struttura del linguaggio
NEUROLINGUISTICA = studio delle relazioni tra il sistema nervoso e l’attività linguistica, che è manifestazione della funzionalità cerebrale
MORFOLOGIA = studio della struttura della parole
OMEOSTASI = tendenza dell’organismo a mantenere il proprio equilibrio e a conservare le proprie caratteristiche contro gli squilibri determinati da variazioni sia interne che esterne
PRAGMATICA = studio delle relazioni tra i segni linguistici e chi li usa
PROSSEMICA = studia l’organizzazione dello spazio come sistema di comunicazione
SEMANTICA = studio del significato del linguaggio, ossia della relazione tra il segno linguistico e ciò che esso designa, significato delle parole e delle frasi
SEMIOTICA = (scienza dei sintomi in medicina) teoria generale dei segni verbali e non verbali in ordine alla loro significazione, produzione, trasmissione e interpretazione
SINTASSI = parte della grammatica che contiene le regole di combinazione degli elementi lessicali e significativi e della formazione delle frasi, logica di ciò che si dice
SINTATTICA = studio delle regole che presiedono la combinazione dei segni nella loro successione sequenziale


Note

1 Burrhus Skinner, psicologo americano, 1904-1990
2 John LocKe, filosofo e medico inglese, 1631-1704
3 Serge Moscovici, psicologo,e sociologo rumeno/francese, 1925-2014
4 Edward Sapir, linguista, antropologo statunitense, 1884-1939
5 Solomon Asch, psicologo polacco/statunitense, 1907-1996
6 Jean Piaget, psicologo svizzero, 1896-1980
7 Lev Vigotskij, psicologo sovietico, 1896-1934
8 Aleksandr Lurija, medico, psicologo sovietico, 1902-1997
9 Jerome Bruner, psicologo statunitense, 1905-2016
10 Noam Chomsky, linguista statunitense, 1928 – vivente
11 Philips Johnson-Laird, psicologo britannico, 1936 – vivente
12 Benjamin Whorf, linguista statunitense, 1897-1941
13 Paul Watslawick, psicologo austriaco/statunitense, 1921-2007
14 Franco Fornari, psicoanalista italiano, 1921-1985


Dott.ssa Grazia Aloi autrice presso La Mente Pensante Magazine
Dott.ssa Grazia Aloi
Psicoanalista | Psicoterapeuta | Sessuologa
Bio | Articoli | Video Intervista
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