Ascoltare con empatia “Prendersi Cura di...” con l’ascolto e la parola

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Tempo di lettura: 6 minuti


Sono molti i professionisti della salute (soprattutto in tempi di crisi come questo) che ogni giorno si ritrovano ad interfacciarsi con pazienti e clienti in difficoltà, non solamente da un punto di vista fisico e medico ma anche mentale, emotivo ed affettivo. E quindi il “prendersi cura di” assume necessariamente sfumature nuove e più complesse, unendo la salvaguardia del benessere fisico e del corpo alla sfera più prettamente psicologica ed emozionale.

Viene dunque da chiedersi: cosa rende una relazione di cura “realmente di cura”, in termini di efficacia? Sono strumenti, tecniche, conoscenze e studi particolari? Sicuramente.

Ma proviamo ad andare più a fondo, alle basi: se togliamo orpelli, corollari, specializzazioni..cos’è che rimane e che, pur da sola, si rivela non solo efficace ma addirittura imprescindibile nel sapersi prendere cura dell’Altro? Ecco allora che scopriamo il potere dell’Empatia.


Cosa è l’Empatia e come usarla

prendersi cura diLetteralmente, la parola empatia deriva dal greco εμπαθεία (en- “dentro” e pathos “sentimento o sofferenza”) e si riferisce alla << capacità di comprendere cosa un’altra persona sta provando >>.

Carl Rogers (psicologo fondatore della terapia non direttiva e noto per i suoi studi e contributi all’interno della psicoterapia ad indirizzo umanistico-fenomenologico) definisce ed elabora attraverso gli anni il concetto di empatia in diverse forme, mutandone anche talvolta i concetti cardine. In una sua prima definizione ci presenta l’empatia come uno “stato”:

<< Lo stato di empatia, dell’essere empatico, è il recepire lo schema di riferimento interiore di un altro con accuratezza e con le componenti emozionali e di significato ad esso pertinenti, come se una sola fosse la persona – ma senza mai perdere di vista questa concezione di come se >>.

Si tratta quindi sì di un “mettersi nei panni di”, ma sempre riuscendo a delimitare un confine tra ciò che è nostro e ciò che è dell’altro, onde evitare che si venga completamente assorbiti da emozioni che non ci appartengono e finire col colludere con le angosce ed i pensieri dell’altro.

“Stato a processo”

Una seconda e più matura definizione di empatia Rogers ce la presenta in età più avanzata, sottolineando innanzitutto il passaggio da quello che aveva definito “stato” a “processo”:

<< Non la definirei più uno “stato di empatia”, perché la ritengo più un processo che uno stato […] Significa vivere temporaneamente nella vita di un altro, muovendocisi delicatamente, senza emettere giudizi; significa intuire i significati di cui l’altra persona è scarsamente consapevole, senza però svelare i sentimenti totalmente inconsci. […] Significa controllare frequentemente in compagnia dell’altro l’accuratezza delle vostre percezioni, ed essere guidati dalle reazioni che ricevete. Siete il compagno fiducioso nel mondo interiore dell’altro >>.

Quello che risulta quindi efficace dell’ascolto e della comprensione empatica espresse da Rogers è il fatto di poter aiutare l’Altro a sentire, vedere e dare quindi un nome ed un significato a quei pensieri, sentimenti ed esperienze con cui egli stesso è in contatto in quel momento­. Ma senza esprimere giudizi né critiche. Un tale atteggiamento di apertura, comprensione ed ascolto attivo aiuta non solo a far sentire l’Altro meno solo, ma anche a fare a sua volta chiarezza su alcuni aspetti di sé e vissuti, aumentando conseguentemente la propria consapevolezza, la propria fiducia e la propria apertura verso il mondo.

Ciò accade perché << quando qualcuno capisce come sento e come penso di essere, senza volermi analizzare o giudicare, allora sento di potere, in una tale atmosfera, aprirmi e crescere >> (Rogers C., 1970).


L’Empatia nel contesto di cura

<< Dialogo infinito e [..] inesauribile disponibilità ad ascoltare >>.

Così viene definita la cura da Eugenio Borgna.

Secondo l’autore (accademico, saggista e psichiatra di fama internazionale) per lenire le ferite e le angosce non basta la mera parola, se questa non ha un’anima che la renda viva. E l’anima in questione è data dalla vita emozionale, dall’affettività, dal dialogo e dall’ascolto. In sintesi: dall’intersoggettività.

In questo senso Borgna si riferisce al processo di cura come ad un continuo scambio e ad un continuo flusso di vita emozionale ed affettiva tra due persone, tra chi cura e chi è curato. Fa riferimento all’importanza della matrice relazionale all’interno della cura, poiché spesso gli atti considerati efficaci e terapeutici dal punto di vista dei clienti/pazienti/Altri, non si risolvono in consigli, interpretazioni o parole, << ma riguardano qualche gesto del terapeuta che ha oltrepassato la cornice della terapia, o qualche esempio suggestivo della sua coerenza e della sua presenza >> (Yalom).

E qui entra necessariamente in gioco l’empatia, poiché << curare è un gioco complesso e contraddittorio nel quale intervengono conoscenze tecniche e stati d’animo, emozioni e sensibilità, capacità di immedesimazione e capacità di introspezione >> (Borgna).

Riuscire a dare uno sguardo nell’altro, nella sua vita emozionale, e sperare di comprenderla, è tuttavia impresa impossibile se non siamo prima stati in grado noi stessi di addentrarci nella nostra vita interiore ed affettiva, se non siamo stati capaci di illuminare le sue ombre e scorgere cosa vi si agiti all’interno.


Creare Relazioni Emozionali

creare relazioni emozionali
Photo by Anna Shvets pexels.com

Nessuna cura può avvenire se tra chi cura e chi è curato se non si instaura prima una relazione che si basa sull’emozionalità condivisa e sull’immedesimazione emozionale.

Questo tipo di incontro, l’incontro con l’Altro, non avviene esclusivamente attraverso il linguaggio delle parole, ma vede coinvolto un tipo di linguaggio più ampio, inconsapevole ed intuitivo, ovvero il linguaggio del silenzio, dei gesti e del corpo. È difatti tramite quest’ultimo che, ad esempio ancor prima di parlare, siamo a volte in grado di sintonizzarci con l’angoscia, la paura o la tristezza di qualcuno a seconda di come incontra o evita il nostro sguardo, di come ci stringe la mano, di come ci saluta o si posiziona nello spazio attorno a noi. Possiamo cogliere alcune emozioni ed affetti nel volto e negli occhi dell’altro e quindi riconoscerle in noi.

Qui inizia la relazione, che può poi divenire relazione di cura.

La condizione essenziale per il verificarsi di una relazione di cura efficace risiede quindi nella vicinanza emotiva poiché un alto grado di empatia in una relazione è probabilmente il fattore più potente nell’apportare trasformazioni e apprendimento.


Promozione della Salute e Ascolto Empatico

Con “Promozione della Salute” la Carta di Ottawa (1986) fa riferimento a quel << processo che consente alla gente di esercitare un maggiore controllo sulla propria salute e di migliorarla >>, e il cui impegno è rivolto << a riconoscere le persone stesse come la maggiore risorsa per la salute; ad aiutarle e incoraggiarle a tutelare la salute propria, …nonché ad affrontare in modo globale il problema ecologico del nostro modo di vita.>>

L’ascolto empatico è un potente alleato della promozione della salute per vari motivi:

  • aiuta a costruire relazioni interpersonali creando un contesto di intimità e fiducia;
  • consente di ottenere il massimo sostegno emozionale grazie alla comprensione percepita;
  • agevola la raccolta di dati accurati;
  • aiuta il paziente/cliente a preoccuparsi per la propria salute e a collaborare maggiormente nell’interazione con il professionista, percependo da quest’ultimo un clima di ascolto e premura che più probabilmente lo porterà a modificare il comportamento lesivo in questione.

Il medico/professionista della salute che voglia tentare di coinvolgere il cliente/paziente in un processo di empowerment e cambiamento agirebbe quindi probabilmente in maniera più efficiente se impiegasse nella sua interazione con l’altro la tecnica dei messaggi in prima persona (discussi in un mio precedente articolo), un ascolto empatico e il metodo di risoluzione dei problemi.

Attraverso un tale processo dinamico di scambio e interazione tra individuo e facilitatore, in cui il primo ricopre un ruolo attivo e centrale nell’inquadramento dei propri bisogni e nella risoluzione dei propri problemi, il cliente da una parte esperisce continuamente empatia, accettazione e autenticità e, dall’altra, acquisisce quelle skills e quella consapevolezza che lo renderanno capace di divenire in primis egli stesso promotore e guardiano della propria salute e attuatore di un processo di cambiamento.


Ogni Relazione può essere Relazione di Cura

relazioni di cura
Photo by Polina-Zimmerman – Pexels.com

Ad oggi con “Relazione di Cura” in realtà non intendiamo più solamente la classica relazione medico-paziente, ma tutta quella gamma di professioni che includono in qualche modo la relazione con l’Altro e che, soprattutto, utilizzano proprio la relazione in sé come strumento stesso di Cura (a sua volta intesa come un “prendersi cura di”).

In tal senso possono rientrare in questa categoria non solamente le più classiche professioni mediche e sanitarie (infermieri, medici, psicologi, oss etc.) ma anche gli insegnanti, i tutor, gli assistenti sociali, gli educatori etc. E, perché no, genitori, partner e caregiver. In sostanza, riguarda qualsiasi tipo di relazione all’interno della quale uno degli obiettivi sia il prendersi cura dell’Altro non solamente per ciò che riguarda la sua salute fisica, ma anche il suo benessere morale, mentale, psicologico ed emotivo.

E, come abbiamo appena visto, un ascolto empatico è in grado di trasformare qualsiasi tipo di relazione in “relazione di cura”, facendo sentire l’Altro ascoltato, compreso, accettato, non giudicato e, quindi, meno solo e sofferente.


Caterina Berti – Psicologa e Psicoterapeuta in formazione
Disponibile per informazioni ed appuntamenti dal lunedì al venerdì dalle 09.00 alle 19.00
Email: caterinaberti.psico@gmail.com

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