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La balistica forense

Lo studio delle armi da fuoco nei delitti


Nei film e serie TV polizieschi capita di vedere gli agenti della scientifica che effettuano analisi volte al riconoscimento di un’arma per risolvere un caso di omicidio.

Nonostante la realtà sia ben diversa dal set cinematografico, lo studio delle armi da fuoco esiste ed è un aspetto importante nelle analisi forensi.

La scienza che si occupa di ricostruire eventi delittuosi in cui sia stato fatto uso di armi da fuoco prende il nome di balistica forense.

I primi riscontri utili di questa disciplina risalgono al 1835, quando Alexandre Lacassagne, un antropologo francese, estrasse e studiò una pallottola da un una vittima d’arma da fuoco riuscendo a risalire al colpevole che, successivamente, confessò l’omicidio.

A partire dal 1900, la balistica venne riconosciuta come scienza forense utile alle indagini e i relativi risultati delle analisi furono considerati assumibili come prova a processo.

Oggi, durante le indagini preliminari, la polizia giudiziaria o il pubblico ministero possono nominare, rispettivamente, delle persone idonee o dei consulenti tecnici.

In entrambi i casi, si tratta di persone con specifiche competenze tecnico-scientifiche che, fra le altre cose, possono occuparsi dello studio della balistica, il cui obiettivo è risalire all’arma che ha esploso il colpo in modo da rintracciarne il proprietario.

Nello specifico, gli esperti osservano i proiettili, i bossoli, i residui di polvere da sparo e le caratteristiche lesive – le lesioni riportate sui corpi della vittima – che vengono studiate attraverso delle analisi mediche o medico-legali.


La balistica forense: bossoli e proiettili

Parallelamente allo studio di moto e velocità, nell’analisi di un proiettile è fondamentale l’identificazione della rigatura impressa.

Ogni arma da fuoco ha delle caratteristiche meccaniche, dettate dalla fabbricazione, che la rendono unica rispetto a tutte le altre.

In particolare, la canna delle pistole e dei fucili, sia essa lunga o corta, presenta delle rigature, ovvero dei solchi che servono a direzionare con più precisione i proiettili imprimendogli un moto a spirale.

Una volta esplosi, i proiettili assumono la forma e le tracce di quella determinata rigatura, che ne costituisce quindi un’impronta digitale attraverso cui è possibile risalire all’arma da fuoco.

Un problema relativo ai proiettili è che spesso, impattando contro un corpo o contro delle superfici solide, si schiacciano, si piegano e si danneggiano, rendendo poco o per nulla visibile la rigatura.

Per questo motivo si analizzano anche i bossoli e l’innesco.

I bossoli sono meno soggetti a degradazione in quanto, separatisi dal proiettile, fuoriescono dall’arma ricadendo a terra; Inoltre, avendo al loro interno anche l’innesco, presentano residui di polvere da sparo sulla superficie.


Residui di polvere da sparo

Nel 1979, alcuni studiosi classificarono i residui di polvere da sparo in due categorie: i residui caratteristici dello sparo, contenenti principalmente piombo, bario e antimonio, e i residui consistenti con lo sparo, ovvero le particelle prodotte durante lo sparo ma che possono avere anche origine ambientale.

Le polveri da sparo, rinvenute sulla scena e/o sui bossoli, vengono analizzate con il microscopio elettronico a scansione (SEM), una tecnica che permette di visionare minuscole particelle grazie a degli ingrandimenti atomici.

In particolare, le polveri vengono investite da un raggio di elettroni che rimbalza sulla superficie delle stesse, raccoglie informazioni e viene catturato da un detector che restituisce un’immagine dell’oggetto ingrandita.

Con la SEM è dunque possibile risalire alla morfologia delle polveri ma, per identificarne la struttura chimica, a questa tecnica si unisce la spettrometria di massa, che permette di creare degli spettri che sono caratteristici e unici per ogni sostanza e da cui si può risalire alla composizione dei residui da sparo.

Una volta ottenuta la conferma che i residui siano effettivamente da sparo, è possibile restringere il campo di ricerca associandoli a specifiche cartucce compatibili con determinate armi.

Successivamente, individuato il sospettato, si procede a confrontare i risultati ottenuti dalle polveri trovate sulla scena del crimine con quelli ottenuti dallo stab, un tampone che si effettua sulle mani dell’indagato per rilevare eventuali residui da sparo.


Caratteristiche lesive

Le caratteristiche lesive, ovvero le ferite riportate dalle vittime a seguito di un colpo d’arma da fuoco, vengono studiate con analisi mediche, qualora la vittima sia sopravvissuta, o medico-legali, qualora invece ci sia stato il decesso.

Le lesioni hanno diversa natura e assumono svariate morfologie e caratteristiche a seconda del tipo di arma, del tipo di proiettile, della distanza e dell’angolazione con cui il soggetto spara alla vittima, oltre alla parte del corpo in cui penetra il proiettile.

È sempre presente un foro di ingresso ma non è detto che vi sia anche un foro d’uscita: in tal caso il proiettile è rimasto all’interno del corpo e deve essere asportato con delle pinze di plastica per essere analizzato.

Le ferite contundenti producono soltanto escoriazioni o ecchimosi sul corpo e sono dovute o a proiettili che viaggiano a bassa velocità, o all’utilizzo di protezioni da parte della vittima, come un giubbotto antiproiettile.

Abbiamo, invece, delle ferite a semi-canale quando il proiettile colpisce tangenzialmente la pelle, creando canali o strisci.

Infine, le ferite penetranti sono quelle in cui il proiettile penetra nel corpo della vittima e si distinguono le ferite a fondo cieco, in assenza di foro d’uscita, e le ferite trapassanti, qualora sia presente il foro d’uscita.


Fori di ingresso

Se il colpo viene sparato da lontano il foro d’ingresso è circolare o ovalare (se il proiettile è entrato obliquamente) con margini sfrangiati o introflessi.

Caratteristica tipica di tale foro è l’orletto escoriativo-ecchimotico di colore scuro, dovuto al fatto che la pelle crea una resistenza prima di essere attraversata dal proiettile e si invagina a causa della frizione e dell’attrito con lo stesso.

Può anche essere presente l’orletto di detersione, che si presenta come un sottile bordo nerastro, in corrispondenza dei margini della lesione, che si forma a causa dei residui da sparo trasferitisi da proiettile a pelle durante la penetrazione.

Se il colpo viene esploso a distanza ravvicinata (entro dieci centimetri), oltre agli effetti appena citati, il calore generato dalla combustione dell’innesco dell’arma può causare ustione della cute attorno al foro d’ingresso.

I residui da sparo si depositano sulla pelle sotto forma di fuliggine, provocando un alone grigio scuro o nerastro attorno al foro che prende il nome di affumicatura.

Se il colpo ravvicinato è esploso a livello del capo, la pressione esercitata dal proiettile riesce a scollare i tessuti molli dal cranio, creando delle lacerazioni importanti a livello del foro.


Fori d’uscita

Rispetto ai fori d’entrata quelli di uscita, se presenti, possono recare caratteristiche differenti.

Talvolta i margini appaiono estroflessi dai quali può uscire, trascinato dal proiettile, del tessuto adiposo e fibroso.

Sono perlopiù assenti l’orlo di escoriazione e gli effetti di affumicatura tipici dei fori d’ingresso, anche se in alcuni casi è possibile riscontrare aspetti di ecchimosi ed escoriazione dei margini quando la cute sia rivestita da indumenti resistenti o appoggiata su strutture rigide; infine, i fori di uscita hanno dimensioni maggiori rispetto a quelli di ingresso.


Dott.ssa Consuelo Bridda Autrice presso La Mente Pensante Magazine
Dott.ssa Consuelo Bridda
Laurea in Chimica | Magistrale in Chimica Forense (in corso)
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