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Le Emozioni: la guarigione dell’anima

Il matrimonio perfetto tra psiche e corpo


Il linguaggio emotivo, è un processo complesso e come psicoterapeuta mi ha da sempre affascinato, riconoscendo fondamentale per il mio lavoro, portare l’attenzione sul connubio emotivo psiche e corpo, inteso come processo evolutivo dell’individuo.

Nell’essere umano il corpo emotivo si esprime attraverso meccanismi biologici, caratterizza vissuti relazionali, determina la qualità della nostra vita interiore e il nostro agire, vivere, muoverci nel mondo esterno.

Sin dal concepimento, siamo immersi in un mare emotivo, che attraverso desideri, bisogni, aspettative, storie personali, guida i due genitori ad incontrarsi e costruire un progetto comune.

Questo mare accompagna, sostiene, costruisce significati durante tutto il periodo della gravidanza, attraversando tutti i soggetti coinvolti.

Gli eventi che in quei nove mesi accadono, i vissuti della famiglia, concorrono a determinare sin da subito la relazione unica tra i vari soggetti coinvolti.

Non c’è un istante dove le emozioni non siano presenti, sotto diverse forme, non c’è un momento dove il linguaggio emotivo non si esprima, sia attraverso il corpo, battito cardiaco, sudorazione, brividi, calore, sia attraverso il pensiero, la riflessione, costruendo quel legame indissolubile tra psiche e corpo.

Dalla nascita in poi, ricordando l’esperienza del parto come un insieme di emozioni e vissuti fisici intensi, cominciamo un viaggio dove, partendo da sensazioni fisiche scopriamo come poter appartenere al mondo familiare, accogliendo e regolandoci su ciò che il nostro contenitore emotivo, la famiglia e le sue figure di riferimento, ci propone e ci offre, mentre al tempo stesso le figure di riferimento imparano a regolarci su di noi.

I processi fondamentali, appartenenza, protezione, accudimento, ci portano, attraverso le persone intorno a noi, a diventare esperti nel comprendere come poter essere, esprimere condividere un noi stessi, in divenire, rispetto a ciò che i nostri genitori ci propongono, come regole scritte e non.

Le esperienze emotive costruiscono i nostri schemi, pilastri interiori fondamentali, passano dal corpo per poi essere introiettate nei processi cognitivi.

“Andrea, e’ un uomo di 42 anni, personalità di successo, ha costruito la sua vita su due punti fondamentali, lavoro e famiglia. Si descrive come una persona onesta, caparbia, determinata, consapevole del suo ruolo è sempre arrivato ai suoi obbiettivi.

Non si spiega gli attacchi di panico, aveva già cambiato lavoro e mansione, sapeva di saperlo fare, ma per la prima volta nella sua vita ha paura, paura di perdere il controllo, di non sapersi più gestire.

C’è voluto un tempo per ricostruire e recuperare la sua storia, comprendere che gli attacchi di panico erano l’espressione di un vissuto profondo, nascosto, in relazione con un tempo dove la madre, per lavoro aveva dovuto lasciarlo dalla nonna. Aveva solo un anno.

Aveva imparato la dedizione, la disciplina aveva imparato a soffrire in silenzio a nascondere certe emozioni, aveva imparato ad essere forte di una parte di sé a discapito di molte altre.”

Arriva un momento nella vita dove poter trovare le chiavi per riscoprire come recuperare ciò che manca. Questo tempo si chiama crisi. Questo tempo si chiama crescita.

Mi sono accorto, nel mio lavoro di psicoterapeuta, di come le persone realizzino l’importanza che certe esperienze, vissute nel loro contesto familiare, hanno avuto sul loro percorso di crescita individuale, nel caratterizzare alcune loro sintomatologie fisiche e psichiche, solo nella stanza di terapia.

Nella famiglia di origine impariamo, partendo dall’esperienza corporea, le regole emotive dell’essere in relazione.

Vicinanza, distanza, sensazione di appartenenza, sensazione di protezione e fiducia, restituzione del nostro valore, comprensione del ruolo che ci viene dato, percezione del sentirsi amati, regolazione dei confini, gestione delle capacità di ascolto e curiosità, definizione delle responsabilità, il modo di esprimere i propri desideri, intenti, sogni.

Impariamo a regolarci attraverso la relazione, costruendoci così pezzo dopo pezzo il nostro io

Le emozioni e il modo in cui abbiamo imparato a restituirgli significato, come la paura, il dolore, la tristezza, la rabbia, nel corpo trovano il modo di riflettersi, ed agire, costruendoci un immagine di noi stessi, dove anche alcune sintomatologie fisiche, disagi, permettono di mantenere in piedi quell’idea di io cosi rassicurante.

Tensioni fisiche, respiro corto, problemi della digestione, e molti altri sintomi diventano il biglietto da visita con cui ci confrontiamo con il mondo.

Modi effimeri, artefatti, disfunzionali, li usiamo proprio per sopperire alla sensazione di mancanze emotive dentro di noi.

Il prezzo che paghiamo a questo è che la gioia e la felicità difficilmente sono presenti a lungo.

Riuscire a guardare oltre la superficie del gioco a cui siamo abituati a sbirciare, ci restituisce la capacità di riaccendere a territori emotivi, interiori nascosti e celati da tempo.

“Francesca, 46 anni, per la prima volta ha il coraggio di dire ai suoi genitori, coppia di psichiatri affermati, che si vuole prendere un periodo di aspettativa dal lavoro e non gli importa di deluderli.

Urla alla madre che la sua carriera non le interessa, che sta male, esausta di fare da collante per questa famiglia, all’apparenza unita, felice, ma nella realtà tutto ha sempre ruotato sulla vita e carriera e la vita di lei. Francesca è stanca di proteggere la madre dal dolore che porta.

La mamma è figlia di profughi istriani, ha attraversato i campi di concentramento, l’esilio, ed ha sempre chiesto, senza dirlo, di sostenere quel dolore, quel trauma. La famiglia della mamma, le loro esigenze, bisogni, necessità avevano sempre avuto la precedenza su tutto, Francesca aveva imparato a riconoscersi, comprendere i suoi desideri attraverso questa lente.

Anche a 26 anni, malgrado un incidente invalidante, che la condizionerà per tutta la vita, sceglie di andare a lavorare per sua zia, sorella della madre, rischiando di rimanere paralizzata, perché si disinteressa del trauma appena vissuto.

L’episodio che la costringerà a fermarsi, ascoltarsi e aprirsi ad altre riflessioni su di sé, le accade poco tempo prima di venire in terapia, quando ad una richiesta di aiuto che fa ai genitori, per un grave problema di salute, prima e alla sorella dopo, la risposta che gli restituiscono è che non hanno tempo, e che lei se la caverà benissimo da sola.

Non ho mai amato il mio corpo, dirà nella stanza di terapia, soprattutto quando mi restituiva dolore, lo odiavo. Non riuscivo ad ascoltare il suo grido di aiuto.”

Lo sforzo emotivo che viviamo per mantenere in piedi la storia che abbiamo fatto nostra, diventa anche la porta che ci permette di evolvere, imparando a guarire ferite nascoste, riappropriandoci di una consapevolezza di sé più adulta, capace di prendersi la responsabilità della proprio essere vivo.

È lo sforzo che apre alla crisi, costringendoci ad uscire da quelle zone conosciute, restituendoci la possibilità di affrontare quel senso di colpa del deludere i nostri genitori, mettendoci in contatto con risorse, altre, scoprendo nuove forme di essere in relazione con noi stessi e con il mondo.

Uscire dal nido familiare e crescere, non con rabbia ma con comprensione, ci conduce a riconoscere che spesso li’ dove temevamo di andare, sono celati i nostri tesori, le nostre risorse più’ preziose.

E in questo processo la crescita accade.


Stefano Cotugno Autore presso La Mente Pensante Magazine
Dott. Stefano Cotugno
Psicoterapeuta Sistemico Relazionale
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