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L’entrelacement come strumento di viaggio nella mente

Labirinti poetici e transfert narrativo

Negli ultimi giorni abbiamo sentito molto parlare di entanglement a proposito dell’assegnazione del premio Nobel per la fisica.

Mi è tornata in mente una lezione che avevo tenuto alla Scuola Holden che si intitolava “Le storie come sfera di cristallo“.

In quella lezione citavo l’entanglement, cioè il legame tra particelle separate che mantengono una comunicazione istantanea anche a distanze grandissime e lo mettevo in relazione all’entrelacement (letteralmente a incastro, interallacciamento), che è una tecnica narrativa usata per lo più dagli autori francesi rinascimentali, del Ciclo Arturiano.

L’entrelacement consiste nel rendere la narrazione continuamente sospesa e quindi ripresa in più storie legate tra loro, che avvengono in contemporanea.

L’esempio tipico nell’uso di questa tecnica è l’Orlando furioso di Ludovico Ariosto.

Un lettore abbastanza immerso nel testo ha la sensazione, grazie a questa forma narrativa, che i fatti avvengano “attorno a sé“: una realtà aumentata, potremmo dire, in cui è la nostra immaginazione – guidata dall’autore – a farci trascendere dalla realtà materiale.

Come in una relazione seduttiva la suspence aggancia e mette in moto la nostra attenzione, innescando elementi tipici del transfert.

Queste connessioni e interazioni (si parla di opera policentrica) ci ricordano inoltre di non essere al centro del mondo, ma che ci percepiamo al centro solo grazie ad alcuni osservatori intorno a noi (esattamente come i tanti protagonisti che sono solo dei comprimari quando l’autore sposta lo sguardo).

Allo stesso modo noi stessi siamo osservatori per qualcun altro, capaci di cambiare il suo sistema di riferimento con il nostro solo sguardo (chi mettiamo al centro? come lo vediamo? e questo come incide sulla sua storia?).

La nostra ostinazione a voler essere protagonisti ci porta a forzare l’attenzione degli altri verso di noi, una richiesta di attenzione che spesso è anche causa di delusione e quindi incide sulla salute emotiva, una parte rilevante della salute mentale.


Da Borges all’antipsichiatria

Borges parlava di Ariosto come di uno scrittore labirintico e sottolineava come al caos non si arrivi con il caos, ma con il cosmo, cioè rispettando un ordine segreto insito nel concetto di labirinto.

Gli scrittori e gli artisti hanno sempre intuito le relazioni tra il nostro cosmo interiore e quello della natura e forse per questo motivo sono i più adatti ad aiutarci nella navigazione nel nostro apparente e a volte soverchiante caos (cos’è l’ansia se non un senso di inarrestabile caos?).

Il concetto di viaggio è stato utilizzato tra gli anni ’60 e ’70 dal movimento di contro-cultura psichiatrica di cui faceva parte Laing.

Il centro dell’esperienza della comunità che seguiva il manifesto dell’antipsichiatria risiedeva nel fatto che qualcuno avrebbe accompagnato il paziente nel suo viaggio dentro e attraverso il proprio io e che, come scriveva Cooper, i problemi di devianza psichiatrica o di delinquenza si sarebbero risolti attraverso il coinvolgimento degli elementi del contesto sociale in cui la persona viveva.

Secondo Lang, infatti, “il nostro stato normale e ben adattato non è molto spesso che una rinuncia all’estasi, un tradimento delle nostre più vere potenzialità (della nostra autenticità, poiché ognuno di noi ne ha)“.

Insomma, per ottenere e mantenere la salute mentale dovremmo trovare il modo di accedere a dimensioni ulteriori rispetto alle esperienze accessibili nel nostro adattamento alla vita sociale (spesso allo stesso tempo rigida nelle norme a cui adeguarsi e ambigua nella percezione che ognuno ha delle stesse) e trascendere in qualche modo, viaggiare dentro di noi.


Letteratura come viaggio nel labirinto della coscienza

In questo senso, il viaggio dello scrittore è spesso un viaggio di accompagnamento nei meandri delle nostre emozioni che una volta attraversate e riconosciute ampliano la nostra esperienza.

Ma cosa deve trovare la persona in quel viaggio? Cosa ci si deve aspettare dal labirinto, che è un simbolo della nostra mente?

Come diceva Borges, il labirinto è disposto per l’ordine e per essere compreso, e le neuroscienze stanno spiegando molto di quel viaggio fino a poco tempo fa affrontato in maniera intima e invisibile, in compagnia solo di qualche scrittore, esperto in quel cammino di estrazione dell’esperienza.

Anticamente i labirinti si riferivano alle gallerie delle miniere, la forma circolare e a spirale dei labirinti del Rinascimento portava a un centro.

Simbolicamente il centro era l’anima e la miniera si configura invece come il pozzo delle nostre energie.

Riprendendo qualche immagine tramandata da artisti e filosofi, possiamo dire che al centro del nostro labirinto c’è la ghiandola pineale, una ghiandola del cervello fondamentale soprattutto per la produzione di melatonina e di conseguenza fondamentale per mantenere il ritmo sonno veglia, necessario al nostro benessere e a ricaricarci di energie.

Secondo Cartesio la ghiandola pineale possedeva aspetti metafisici ed era sede dell’anima; oggi Cartesio non è particolarmente in auge, ma l’idea di collegare l’anima ai nostri viaggi notturni e alla trascendenza che ci consentiamo nei sogni è sicuramente accattivante.

Anche se la soluzione del mistero è sempre inferiore al mistero stesso e possedere tutte le risposte ci sposta dall’arte di vivere all’enigmistica (come ha sottolineato in un suo articolo Stefano Bartezzaghi) qualche risposta sul nostro cervello ci piace raggiungerla.

Così il viaggio più famoso della storia viene studiato dalle neuroscienze attraverso il cervello di Ulisse.

Quel viaggio illumina (tra le tante vie mentali possibili) una particolare strategia, quella di differire l’emozione del momento a favore dell’emozione dominante e suprema, quella del nostos, del ritorno arricchito da un’esperienza trasformativa, una strategia che caratterizza la cultura occidentale.

Come illustra Stefano Calabrese nel suo articolo La fiction migliora le prestazioni cognitive, le neuroscienze ricostruiscono il cervello di Odisseo “mentre, nel bel mezzo di un’azione, la sua memoria di lavoro attiva l’attenzione con i suoi servosistemi (slave-systems), tra cui il phonological loop (l’orecchio della mente, la verbalizzazione del pensiero) e il visuo-spatial sketchpad (l’occhio della mente), in modo tale che l’attenzione (ecco Polifemo, sono perduto!) riduca gli stimoli meno rilevanti, amplifichi quelli fondamentali e formuli metarappresentazioni, anche grazie al linguaggio e alle sue capacità di comprimere i dati in comodi pacchetti cognitivi.

L’odissea è un altro caso di entrelacement.


La mente tra finzione letteraria e verità personali

Come riportato nello stesso articolo di Calabrese, che cita lo studio 2013 due psicologi della New School for Research di New York, le nostre prestazioni cognitive diventano sensibilmente più elevate a seguito della lettura di romanzi di una certa complessità, che prevedono un allenamento alla lettura (o all’ascolto, potremmo dire, in seguito all’introduzione degli audiolibri).

In seguito alla lettura, anche per pochi minuti, di un certo tipo di romanzi aumentano in modo esponenziale le performances in termini di intuizione delle intenzioni altrui, soprattutto grazie all’adozione di particolari dispositivi narrativi: le focalizzazioni multiple (la stessa situazione vista da personaggi differenti), gli spostamenti complessi dell’asse narrativo (i personaggi cambiano in continuazione il luogo dal quale narrano e/o fingono di vedere ciò che raccontano), il ricorso a monologhi interiori e a flussi di coscienza, che consentono al lettore un pieno accesso alle esperienze finzionali dei personaggi.

Un bravo autore, quindi, è in grado di trasportarci in un viaggio interiore che ci rende più intelligenti, cioè a intelligere, a cogliere i problemi nella loro profondità.

Potremmo dire che ci aiutano a entrare nel mistero delle cose, a non esserne sopraffatti, ad attraversare ciò che – non compreso – può mostrarsi come caos. Per affrontare questo viaggio, aggiungo io, il nostro Virgilio scrittore, che possiamo vestire del ruolo di anti-psichiatra, ci traghetta ad altre due azioni fondamentali: interrogare (educare alle domande) e invenire (scoprire la storia dei giorni passati e immaginare quella dei giorni a venire).

Se cambiassimo le parole e togliessimo quella fastidiosa particella “anti” che sa tanto di chiusura, potremmo immaginare collaborazioni tra psichiatria e letteratura, purché labirintica e adatta all’estasi.

Come nella medicina si potrebbe superare il concetto di alternativo e arrivare all’idea di integrato: d’altra parte ogni giorno integriamo le connessioni che ci consentono nuove strade neurali.

Il legame tra la nostra mente, i giardini rinascimentali (dove i labirinti venivano progettati) l’entanglement e la poesia l’ho ritrovata leggendo Sue Stuart-Smith e il suo Coltivare il giardino della mente.

Come l’entrelacement vive di sospensioni e riallacciamenti, allo stesso modo lo spazio protetto di un giardino crea una sospensione temporale, permettendo al nostro mondo interiore e a quello esterno di convivere.

Lo psicanalista Donald Winnicott chiamava questo spazio intermedio di convivenza area transizionale dell’esperienza, uno zona di incontro tra percezione e immaginazione: i progettisti di giardini ci offrono l’opportunità di guadagnare il centro del labirinto perdendoci e ritrovandoci.

Una volta al centro è forse in quella semplice contemplazione della nostra ricerca di bellezza nella bellezza che trascendiamo, e pur sentendoci al centro ci ricordiamo di essere solo parte di una narrazione più ampia fatta di storie legate tra loro e in quella piccola estasi ci dimentichiamo le cose futili.


Daniela Mangini Autrice presso La Mente Pensante Magazine
Daniela Mangini
Giornalista | Narrative e Career Counselor | Docente di Storytelling
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