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Great Resignation: l’audace scelta di licenziarsi dal proprio lavoro

Quando il nostro lavoro non è più allineato al nostro Essere


Nel 2022, a due anni dall’inizio della pandemia, dopo i vari lockdown e una guerra alle porte di casa nostra, tante persone hanno iniziato a riflettere su cosa è veramente importante per loro.

Libertà, famiglia, indipendenza.

Sono grandi temi che oggi bussano alla porta e tengono svegli la notte molte donne e uomini.

La fragilità della vita, mostrata in maniera così dirompente su tutti i canali televisivi e non, ci ha dato la possibilità di fermarci e riflettere sul compiere scelte differenti.

Cosa significa essere padroni della propria vita?

Perché devo lavorare 12 ore al giorno fuori casa e non riuscire a godermi la mia famiglia? Cosa voglio davvero ora e nel mio futuro?

Carriera, soldi, lavoro…improvvisamente il posto fisso non è più il grande sogno.

A quanto pare negli ultimi mesi le persone sono disposte a lasciare il tanto caro contratto indeterminato senza avere un piano B alle spalle.

Fino a qualche anno fa avremmo pensato alla follia, oggi invece, ci rendiamo conto che queste persone hanno voglia di avere una vita significativa e rilevante e di fare la differenza, non solo sul lavoro.

Adesso è il momento in cui molti scelgono di fare scelte audaci, è il momento in cui decidono di passare all’azione.

Sto parlando del grande fenomeno delle Great Resignation (Grandi Dimissioni).

Con questo termine anglosassone (coniato da Anthony Klotz, professore di Management alla Mays Business School del Texas), si fa riferimento al significativo aumento delle dimissioni, in cui sempre più persone scelgono di lasciare il proprio lavoro (sottolineo scelgono).


Perché scegliere di licenziarsi

Ma cosa può spingere una persona a compiere una scelta tanto azzardata?

Tra le cause che portano a questa drastica decisione troviamo il classico burnout, la ricerca di un posto che preservi il benessere e il sempre più crescente desiderio di poter avere la possibilità di gestire le giornate di lavoro difendendo il work-life balance.

Il fenomeno non è da sottovalutare come dimostrano i dati di alcuni studi importanti, ve ne riporto un paio a titolo esemplificativo.

Il primo, quello dell’Associazione Italiana Direzione Personale (ADPI)  che a inizio anno ha pubblicato i dati secondo cui le dimissioni volontarie fra i giovani in Italia toccano il 60% delle aziende.

A scegliere di cambiare lavoro sono soprattutto uomini e donne compresi fra i 26 e i 35 anni, che costituiscono il 70% del campione analizzato.

La maggior parte sono impiegati in aziende del Nord Italia.

Questa tendenza, che ha colto particolarmente di sorpresa le imprese coinvolte, viene ricondotta a tre fattori principali: la ripresa del mercato, la ricerca di condizioni economiche più soddisfacenti e la speranza di trovare altrove un miglior equilibrio fra vita privata e lavoro.

Anche nello studio dell’IBM Institute for Business Value (IBV), che ha coinvolto 14 mila lavoratori di tutto il mondo, è emerso che le principali ragioni che portano le persone a dare le dimissioni sono la necessità di lavorare in una realtà più flessibile (32%) e la volontà di avere anche incarichi più mirati e soddisfacenti (27%).

Nello scegliere il nuovo posto di lavoro, quello che guardano le persone è l’equilibrio tra lavoro e vita privata (51%) e le opportunità di avanzamento di carriera (43%).

Inoltre, aspetto da non sottovalutare, più del 40% ha sottolineato che l’etica e i valori del datore di lavoro sono importanti per motivarli e farli sentire parte di un gruppo, mentre il 36% ha affermato di apprezzare le opportunità di apprendimento continuo.


Burnout, Work-life balance e valori

Secondo il dizionario Oxford Languages, il burnout (letteralmente bruciarsi, esplodere) è una sindrome da stress lavorativo, caratterizzata da esaurimento emotivo, irrequietezza, apatia, depersonalizzazione e senso di frustrazione, particolarmente frequente, in particolar modo nelle professioni ad elevata implicazione relazionale (medici, infermieri, insegnanti, assistenti sociali, ecc.)

Spesso però viene erroneamente confuso con ansia o stress e influenza negativamente il benessere complessivo della persona.

Ti viene la nausea al solo pensiero di recarti al lavoro? Detesti il tuo ambiente lavorativo al punto di avere crisi improvvise di pianto?

Riflettici, prima di arrivare al punto di rottura, puoi agire e fare scelte migliori per te stesso.

A livello organizzativo, nelle aziende i fenomeni ad esso correlati sono assenteismo, turnover e calo della performance.

Tuttavia, molto spesso i datori di lavoro lo affrontano come una questione individuale del dipendente.

Le aziende si concentrano su interventi di supporto psicologico che, sebbene siano fondamentali e necessari, non sono sufficienti. Il problema reale è che non si interviene sulla causa del malessere, quanto piuttosto sui sintomi.

Con il termine work life balance, di origine inglese, invece si intende letteralmente l’equilibrio tra la vita privata e il lavoro.

Si tratta, come è facile intuire, della capacità di far convivere in maniera pacifica la sfera professionale e quella privata di ogni persona.

Il concetto è nato per la prima volta negli anni Settanta in Gran Bretagna ed oggi è divenuto di strettissima attualità soprattutto nell’ultimo periodo, in cui lo sviluppo tecnologico ha reso sempre più labile e sfocato il confine tra vita privata e sfera professionale, sia per quanto riguarda i tempi sia per gli spazi fisici del lavoro (alzi la mano tra mano chi  tra voi come me si è ritrovata spesso in cucina il marito in smartworking che puntualmente doveva fare una riunione importante mentre voi dovevate preparare il pranzo, oppure durante una riunione al PC si è vista spalancare la porta dalla figlia cinquenne che a squarciagola urla “mamma faccio cacca“).

Non possiamo essere in due posti contemporaneamente, o siamo al lavoro, o siamo in famiglia e sì, persino il tuo cane sente la tua mancanza quando non sei con lui!

Non smetterò mai di sottolineare l’importanza dei valori personali!

Difficilmente un animalista convinto lavora con impegno e dedizione in un laboratorio che utilizza cavie vive per la ricerca scientifica.

Non giudico né l’una né l’altra cosa, ma pare evidente che il benessere di una persona passi anche dallo svolgere un lavoro in linea coi propri valori personali.

Quando arrivi in situazioni in cui le forze in gioco, le strategie di potere, le antipatie, o anche il mobbing, influiscono sui tuoi valori profondi, tutto il sistema crolla sotto ai tuoi piedi.

Arrivi a renderti conto che il tuo valore non dipende da quella situazione, che tu sopravvivi o meglio prosperi senza, e a quel punto la tua mente diventa limpida, cristallina.


Licenziarsi: e se lo faccio davvero?

Nonostante questi tre grandi elementi portino la bilancia a pendere sulla scelta di abbandonare il proprio posto di lavoro, non è così semplice.

Vero è che da un lato, oggi la pressione sociale conta meno nel prendere una decisione controcorrente.

Ogni volta che si compie una scelta entra in gioco la paura di sbagliare, il coraggio di escludere le alternative, come anche la forza per affrontare le conseguenze.

Fino a poco tempo fa, il giudizio, il raggiungimento di certe posizioni potevano “costringere” il dipendente a rimanere nello stesso posto per tutta la vita.

Oggi, per nostra fortuna, c’è più libertà nel poter dire “non mi sta più bene” e quindi più libertà a cambiare.

Questa libertà si traduce emotivamente e psicologicamente in un cambiamento interno, in quella fase di transizione in cui sappiamo che è la scelta giusta, ma abbiamo bisogno di “sentire” che abbiamo il permesso di farlo.

E chi ci deve dare questo permesso? Marito, sorella, criceto? Ovviamente il parere delle persone care  ha il suo peso, ma il peso più grande lo ha la nostra stessa convinzione.

In questa fase di autoapprovazione, iniziamo a percepire più intensamente le nostre emozioni, diamo loro il nome corretto.

Riusciamo a guardare in faccia il contesto che si stiamo vivendo e le opportunità che abbiamo intorno.

Soprattutto cominciamo a diventare consapevoli, a chiarirci il tipo di vita cui vogliamo andare incontro e qui finalmente si fa il grande salto.

Finalmente decidiamo. Che cosa?

Prima di tutto decidiamo di perdonare, di lasciare andare e di volerci bene. Accettiamo con serenità quanto abbiamo fatto finora e scegliamo di andare avanti. Scegliamo di portare il nostro valore altrove.

Concludo con le parole di Paulo Coelho:

A ogni essere umano è stata donata una grande virtù: la capacità di scegliere. Chi non la utilizza, la trasforma in una maledizione e gli altri sceglieranno per lui.


Giulia Rota Biasetti Autrice presso La Mente Pensante Magazine
Giulia Rota Biasetti
Life Coach | Autrice
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“Tutti abbiamo una parte sana della nostra mente e una parte insana. Noi negoziamo tra queste due parti; questa è la mia convinzione.”

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