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Il complesso della madre morta

Il mancato rispecchiamento


Per spiegare i disturbi psicologici e la loro eziologia spesso facciamo riferimento alla teoria dell’attaccamento, nata negli anni Sessanta grazie a John Bowlby, il quale differenziò quattro fasi durante le quali si sviluppa l’attaccamento del bambino ad una figura di riferimento, distinguendo un attaccamento sicuro dovuto ad una base sicura, ovvero il caregiver è protettivo, affettivo e coerente e un tipo insicuro, quando il caregiver è ambivalente, punitivo, non rassicurante.

Winnicott (1965) distingue una madre sufficientemente buona da una non sufficientemente buona.

La differenza tra queste due tipologie è che una madre non sufficientemente buona non riesce a vedere l’infante come essere indipendente e con dei suoi bisogni, non accoglie le emozioni positive e negative che egli può esprimere, non permettendogli di differenziarsi come un soggetto distinto dalla madre.

Così facendo il bambino si adatta ai bisogni di quest’ultima, poiché sente che è l’unico modo per essere accettato da lei.

Per questo motivo l’esperienza creativa infantile si blocca e inizia una depressiva, in cui il bambino si adatta all’ambiente esterno insano, per sopravvivere.

Bion (1962) parla invece di Rêverie, ovvero la capacità della madre di contenere le esperienze frustranti del bambino e tutte quelle emozioni nuove che il bambino sperimenta, per restituirglieli in forma elaborata in modo che quest’ultimo riesca a pensarli e non solo ad agirli.

Come, ad esempio, l’accudimento durante un episodio in cui il bambino si mostra arrabbiato e la madre lo accoglie calmandolo e restituendogli il motivo probabile per cui lui si senta frustrato, a seconda dell’età varia dalla semplice vicinanza fisica ad una verbale, facendogli esperire il mondo intorno a lui come sicuro.

In altre parole, possiamo dire che ciò che spesso causa lo sviluppo dei disturbi di personalità è una scorretta strategia di accudimento che implica anche il mancato rispecchiamento con la madre (René Spitz, 1965).

Da Bion a Paulina Kernberg (Kernberg et al., 2006) a Kohut, Mahler, Winnicott e Lemma, il rispecchiamento materno è stato visto come la base per la formazione di un sé sano.

Ma cosa si intende, esattamente, quando parliamo di “rispecchiamento materno“?


Il Complesso Della Madre Morta

Il complesso della madre morta è una teoria di André Green (1983) in cui spiega come un bambino che vive una madre depressa che non riesce a vedere più i bisogni del piccolo, perdendo interesse per il proprio bambino, finirà per vederla non più come una fonte di vitalità e sopravvivenza ma come una figura distante, quasi inanimata.

Secondo alcune ricerche (Bettes, 1988; Cohn et al., 1986; Tronick, 1989), le espressioni facciali e le interazioni vocali tra madri depresse e i propri bambini mostrano una diminuzione di interazioni affettive con una maggiore intrusività ed espressioni di emotività negativa da parte della madre, e una conseguente insicurezza nell’attaccamento.

In questo modo il bambino cresce non sviluppando adeguatamente la propria emotività, non potendola riconoscere, poiché la prima relazione non gli ha insegnato a riconoscere e a parlare delle proprie emozioni, ma anzi lo ha educato a non esprimerle, a sperimentarle come non giuste e, di conseguenza, a far sentire il soggetto stesso come non “giusto“, ma sbagliato.

Secondo Broucek (1991) un rispecchiamento inadeguato si può successivamente manifestare nel bambino in diversi modi: dal senso di inefficacia interpersonale infantile ad un senso di vergogna dovuto a come l’altro, in questo caso la madre, lo vede portandolo a interiorizzare quel pensiero e a farlo suo.

In questo modo l’infante penserà e vedrà sé stesso tramite gli occhi della madre, portandolo ad un’autoalienazione primitiva infantile o dissociazione; fino a un tipo di vergogna che si rivela con una estrema sensibilità ai propri bisogni e verso sé stessi, derivante dall’esperienza di non essere amati, da un senso di rifiuto, o dall’essere trattati come il capro espiatorio di altre figure significative.

Le conseguenze di questi sentimenti in età infantile causano un impoverimento del sé, un sovrainvestimento compensatorio del sé in un’immagine idealizzata di sé e una svalutazione del sé attuale.

Un bambino con un caregiver intrusivo, controllante, quasi persecutorio che non riesce a contenere, rispecchiare e fornire una regolazione necessaria al bambino per poter riconoscere la propria emotività (come rabbia, distruttività, tristezza), che non si trova in un posto sicuro che gli permetta di sviluppare queste capacità auto-regolatorie, finirà per avere un rovesciamento dei ruoli in cui è lui a dover rispecchiare il genitore.

In questo modo il bambino costruisce inconsapevolmente un falso sé che gli permette la sopravvivenza-adattamento, dissociando (separando) emotivamente la rabbia e il risentimento di essere stato abbandonato quando ne aveva più bisogno e mantenendo un controllo sulla propria emotività fortificando il proprio Super-Io, ovvero quella parte del sé attento alle regole sociali secondo cui è giusto comportarsi.

Comportamenti come mettersi sempre al servizio degli altri, mettere le esigenze degli altri prima delle proprie, apparire sempre impeccabile, sono segni di un Super-Io rigido con aspetti sadici e masochisti verso il sé.

Questa rigidità si basa sul senso di colpa di origine traumatica, in cui si ha un bambino che sente di dover prendersi lui cura dell’adulto, invece di essere oggetto di cura, con il pensiero sottostante: “Se non mi accudiscono sarà perché sono sbagliato e per essere accettato devo essere io a fare quello che l’ambiente mi richiede“.

In altre parole, il bambino che sente di non essere visto nei suoi bisogni si sincronizza su quelli del proprio caregiver, assecondando i suoi bisogni e tralasciando i propri.

Non riconoscendo i propri bisogni, il piccolo può finire per non vedere l’altro, anche se questo lo porta alla scomparsa di sé stesso, quella del Vero sé.

Cadendo spesso nel meccanismo di difesa dell’identificazione proiettiva, dovuta ad un mancato contenimento emotivo in età infantile, il soggetto tenderà a proiettare all’esterno la propria emotività che altrimenti lo disintegrerebbe, non avendo acquisito gli strumenti per riconoscerla e contenerla, finendo per far sentire la persona di fronte a lui come egli stesso si sente.

Un esempio è quando dopo un litigio con qualcuno ce ne andiamo arrabbiati, frustrati e non capiamo il perché, questo avviene perché quella che sentiamo in realtà non è la nostra emotività, ma appartiene all’altro.


Mirroring (o rispecchiamento)

L’elemento traumatico principale nel Complesso della madre morta di Green è l’avere una madre depressa o molto malata che non può funzionare da specchio né da interlocutore, per regolare gli stati interni affettivi ed emotivi del bambino.

Questa deprivazione di vicinanza emotiva e mancato mirroring porta il soggetto a non riconoscere verbalmente e consciamente la propria emotività, non collegando parole e sensazioni, come la rabbia che può essere difficile da riconoscere e da esprimere, per via anche dei sensi di colpa nel provarla e per via di un adattamento che il soggetto mette in atto per proteggersi e sopravvivere, poiché inconsapevolmente ha paura che esprimendo quella rabbia, perderà l’oggetto amato/temuto, in questo modo si convince di non meritare quelle attenzioni, simbolo di amore e, di conseguenza, smette di ricercarle.

Un “buon mirroring” vuol dire che il bambino riesce ad avere le proprie emozioni rispecchiate in modo coerente da un caregiver presente e sensibile in modo che egli cresca avendo un’immagina positiva di sé, che gli consenta di esplorare il mondo in modo sicuro e senza timore di un rifiuto o un abbandono, senza la paura di essere mancante in qualcosa che gli consenta di essere amato.

Nei termini di Fonagy, la madre deve avere una rappresentazione mentale della mente del bambino, o nei termini di Bion, la madre deve pensare al bambino nella sua mente. Con le parole di Mucci (2020):

non possiamo “vedere” noi stessi a meno che un altro, un altro amorevole e dedito, non abbia “visto”, accolto con amore, accarezzato, tenuto teneramente vicino al proprio corpo, e non abbia creato in lei (madre, o caregiver di qualunque sesso) un’immaginazione di noi nella propria mente.

In conclusione, un bambino che non viene contenuto nella propria aggressività e distruttività presenti in ogni infante, non avrà gli strumenti per capire ed elaborare le sue emozioni, finendo per sperimentarle a livello corporale e di agiti (ovvero messe in atto, senza pensiero sottostante) che guideranno la sua vita, riproponendo situazioni traumatiche che gli confermeranno che è giusto che lui sia trattato così, senza amore e senza riconoscimento del proprio valore e dei propri bisogni, finendo per assecondare sempre i bisogni dell’altro, vissuto come “abusante normalizzato“, ossia una persona di cui prendersi cura ma che non riesce a prendersi cura dell’altro.

Così facendo, il soggetto cresce e si sviluppa ricercando inconsapevolmente tutte quelle situazioni in cui potrà rimettere in atto la sua esperienza relazionale primaria.

L’elaborazione della rabbia inconscia, dei sensi di colpa annessi a quest’ultima, del rifiuto subìto e dell’angoscia che ne consegue, può portare alla consapevolezza di noi, che significa conoscere da dove deriviamo e perché spesso ci ritroviamo in situazioni spiacevoli che ci feriscono e ci sfruttano, ci permette di riconoscere e di conseguenza bloccare dei meccanismi insani che ci porteranno inevitabilmente a provare sofferenza.

Sebbene si possa avere una buona consapevolezza di sé stessi, nessuno è abbastanza forte da poter entrare nei meandri più profondi della propria coscienza per capire e conoscere le parti più scure di sé stesso, anche perché è importante poter avere affianco un altro-da-sé che faccia da testimone empatico, sintonizzato e attento che ci consenta di avere un’esperienza relazionale riparatrice e faccia uscire quella parte ferita e arrabbiata infantile che altrimenti non avrebbe contenimento, trovando questa volta una persona pronta ad accoglierla e a non giudicarla, e che consenta di elaborare e definire meglio la nostra storia.

Per conoscere sé stessi ci vuole coraggio, perché una volta messo a parole il proprio bagaglio emotivo nascosto, si affronterà una sofferenza nuova e profonda, in cui vi è una grande compassione per sé stessi, per quel/quella bambino/a ferito/a non amato/a in modo giusto e incondizionato come doveva essere. Tuttavia, non conoscere da dove deriviamo e che effetto ha avuto su di noi e la nostra personalità, porterà ad una perpetuazione del trauma nella quotidianità arrivando fino alle generazioni future.

La domanda, quindi, è: volete davvero vivere una vita all’oscuro di chi siete veramente? Volete davvero privarvi della libertà di essere voi stessi, cercando la vostra felicità?

Volete davvero che chi avrà a che fare con voi, figli, compagni, amici intimi, vivano ingiustamente quello che è stato fatto a voi?

Abbiate il coraggio di conoscervi e affidarvi ad un professionista pronto a sorreggervi, in questo viaggio alla scoperta di voi stessi.


Dott.ssa Lucia Marzano Autrice presso La Mente Pensante Magazine
Dott.ssa Lucia Marzano
Psicologa Clinica
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