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Neglect infantile e violenza assistita

L’inosservata sofferenza degli indifesi


Con il termine Neglect, o trascuratezza infantile, ci si riferisce ad una forma di abuso rivolta nei confronti dei minori, associabile ad altre forme d’abuso.

Più nello specifico il Consultation on Child Abuse Prevention dell’Organizzazione Mondiale della Sanità – OMS (1999) descrive il neglect come “l’incapacità di provvedere allo sviluppo del bambino in tutte le sfere: salute, educazione, sviluppo emotivo, alimentazione, riparo e condizioni di vita sicure, nel contesto delle risorse ragionevolmente disponibili per la famiglia o per i caregivers. Il neglect causa o ha un’alta probabilità di causare danni alla salute o allo sviluppo fisico, mentale, spirituale, morale o sociale del bambino” (5).

Che si tratti di neglect fisico, psicologico o educativo, quando viene perpetuata questa trascuratezza infantile si priva il minore di una serie di bisogni e diritti umani essenziali per il suo sano e globale sviluppo.

In un’ottica ancora più specifica è altresì possibile che il minore venga reso vittima protagonista relegata di una forma troppo spesso dimenticata di noncuranza, altrettanto dannosa e dolorosa per lo stesso: la Violenza Assistita.

Il Coordinamento Italiano dei Servizi contro il Maltrattamento e l’Abuso dell’Infanzia – CISMAI, definisce la Violenza Assistita come “il fare esperienza da parte del/la bambino/a di qualsiasi forma di maltrattamento, compiuto attraverso atti di violenza fisica, verbale, psicologica, sessuale ed economica, su figure di riferimento o su altre figure affettivamente significative adulti e minori” (4).


Prevalenza

Grazie allo studio European report on preventing childmaltreatment condotto dall’OMS nel 2013, emerge che in Europa, 852 bambini sotto i 15 anni muoiono ogni anno vittime di maltrattamento (soprattutto bambini sotto i 4 anni), 18 milioni di bambini (13,4% bambine, 5,7% bambini) sono vittime di abuso sessuale; 44 milioni, di cui il 22,9% bambini, è vittima di violenza fisica e 55 milioni (29,6%) è vittima di violenza psicologica.

Nel contesto nazionale invece, grazie allo studio condotto da CISMAI e Terre des Homme nel 2015, è stato possibile conoscere stime più specifiche circa i maltrattamenti su minori avvenuti in Italia, nonostante bisogni tener sempre conto del fatto che le situazioni emerse rappresentano solo una piccola parte della realtà nascosta e difficile da rilevare.

Dei bambini in stato di bisogno seguiti dai Servizi Sociali, 1 su 5 è vittima di maltrattamenti e testimone di violenza domestica intrafamiliare, per un totale di 91mila minorenni vittime di tale violenza.

Nello specifico il 47,1 % è vittima di grave trascuratezza, il 19% per violenza assistita, 13,7% maltrattamento psicologico, l’8,4% patologia delle cure, 6,9% maltrattamento fisico, 4,2% abuso sessuale.

Dunque la violenza assistita si pone come la seconda forma di violenza più diffusa fra quelle emerse.

Secondo l’ONU, infatti, dai 133 ai 275 bambini nel mondo ogni anno è vittima violenza assistita (2,1).

Negli ultimi due anni dopo il lockdown, dalle analisi ISTAT del 2020, confrontate con quelle del 2019, è emerso che c’è stato un aumento del 73% della richiesta di aiuto al numero 1522; la violenza avveniva in casa nel 93,4% dei casi; che il 45,3% delle vittime comunicava preoccupazione circa la propria incolumità; che avveniva violenza assistita nel 64,1% dei casi e che purtroppo il 72,8% non ha sporto subito denuncia circa il suddetto reato (1).

Nello specifico da uno studio condotto nel 2020-2021 sulla popolazione afferente al Pronto Soccorso Pediatrico dell’IRCCS Burlo Garofolo di Trieste, al fine di definire la prevalenza di violenza assistita, è emerso che il 43.9%, dunque 93 diadi madre-figlio/a delle 212 partecipanti allo studio, sono stati vittime di violenza assistita, percentuale assai alta, considerando anche i periodi di convivenza forzata dati dal lockdown (1).


Fattori di rischio

Il maltrattamento non vede come protagonista un detto strato o ceto sociale: situazioni di violenza possono avvenire a prescindere infatti dalla nazionalità, dal livello di scolarità, dall’età, dal numero di figli, anche se la povertà aumenta il rischio di neglect ed abuso fisico.

È altresì possibile che si verifichino diverse forme di maltrattamento sullo stesso bambino ed all’interno della stessa famiglia, dove probabilmente esistono già forme di violenza intrafamiliare, soprattutto violenza domestica sulle donne (1,6.).

È possibile specificare quattro tipologie di fattori di rischio, possibilmente presenti anche in interazione: culturali/della comunità, i quali agiscono attraverso credenze e tradizioni insite nella società nativa e d’appartenenza; socio-familiari, i quali si esprimono in dinamiche e relazioni problematiche intra/extra familiari; genitoriali o dei caregivers, i quali sono il generazionale perpetuarsi di violenze e maltrattamenti già subiti da genitori o caregivers, uniti alla possibile presenza di disturbi di personalità, stress, età degli stessi; ed infine fattori di rischio del bambino, i quali si rivolgono più alla visione del genitore rispetto a quel bambino: laddove il bambino non fosse voluto, avesse creato al genitore in questione degli stravolgimenti di vita e complicanze future (7).


Vissuti e conseguenze

Come lo stesso DSM 5 espone, i minori vittime di una tale forma di violenza sono a tutti gli effetti vittime di un trauma psichico, vivendo in contesti del tutto imprevedibili, incoerenti, pericolosi.

Ben presto il minore si vede costretto a convivere con ansia, disvalore, stato di allerta, insicurezza, alienazione, confusione, paura, senso di colpa, falsa percezione.

Questo comporta un errato apprendimento rispetto alla realtà circostante, alle modalità di gestire relazioni e possibili situazioni conflittuali o sentimenti come la rabbia e l’aggressività, disadattamento ambientale futuro, disorganizzazione, dissociazione, dunque tali situazioni minano lo sviluppo di strutturazione della personalità e l’intera crescita del minore.

Le conseguenze della violenza assistita possono così presentarsi in modo diretto ed indiretto, a breve e a lungo termine, causando gli stessi esiti psicologici, fisici ed emotivi di una violenza diretta sui minori e i quali dipendono da età del minore (capacità di decodificazione ambientale), frequenza, gravità e tempo di esposizione alla violenza (3,1,7).

Più precisamente tali ripercussioni possono essere di tipo:

  • diretto/fisico, comprendenti lesioni fisiche di diversa intensità, avendo come exploit la morte;
  • psicologico-comportamentali/neurocognitivo, con possibili disturbo reattivo dell’attaccamento, disturbi della sfera emotiva, disturbi di personalità, disturbo da stress post-traumatico, disturbi psicosomatici, disturbi del comportamento alimentare, pensieri e tendenze suicidarie, abuso di alcool e di droghe, comportamenti devianti, distorsioni nella rappresentazione del mondo, disturbi cognitivi, dell’apprendimento; in età adulta disturbi sessuali, relazionali, professionali, genitoriali, sociali, sindrome metabolica, cancro, riduzione della aspettativa di vita;
  • neurobiologico, quindi possibili anormalità neurobiologiche e dello sviluppo cerebrale, interruzioni /alterazioni del processo di sviluppo neurologico, disregolazione/cronicizzazione del sistema di risposta allo stress, anomala produzione degli ormoni dello stress, alterazioni del sistema immunitario, invecchiamento cellulare e alterazioni dello sviluppo encefalico

In generale come conseguenze salienti si possono evidenziare: disturbi del sonno, disturbi dell’area fisiologica, disturbi alimentari, disturbi dell’area sfinterica, disturbi dell’area motoria, disturbi cognitivi, disturbi comportamentali, sociali, ed affettivo-relazionali (2,3,1,7).

Inoltre, determinante esito a lungo termine da ricordare, oltre che come fattore di rischio, è la trasmissione intergenerazionale della violenza: la ripetizione del modello relazionale disfunzionale appreso durante la vita adulta, con future donne protagoniste di relazioni violente e futuri uomini perpetuatori del modello maschile subito in passato (1, 7).


Possibili interventi e prevenzione

Vista la complessità di tale forma di violenza, risulta chiaro che trattarla pone non poche difficoltà: sin dall’intercettazione, fino alle possibili ipotesi di intervento, definire i vari step e le conseguenti modalità è parte di un processo complesso, che vede la collaborazione di un equipe multidisciplinare composta da psicologi, assistenti sociali, operatori familiari, avvocati, medici, i quali lavorano con il bambino, con le vittime, con la famiglia, con l’intero contesto d’appartenenza del bambino e delle vittime. (2,3,1,7,6).

Fondamentale è assicurare sempre in primis al minore la cura di cui necessita e di cui manca a causa del trauma subito, dunque protezione fisica, psichica ed emotiva.

È importante supportare e sostenere il minore, attraverso l’ascolto empatico, al fine di riordinare e riparare l’esperienza traumatica; dunque, far fronte ai possibili rischi a cui il minore è soggetto a breve e lungo termine, come già esposto, facendo leva su risorse e caratteristiche dello stesso, utilizzando strategie di comunicazione, comprensione e condivisione.

Così facendo ci si propone di lavorare sulle figure genitoriali, lavorando anche con esse laddove possibile, con la donna vittima, per poter consentire la riorganizzazione ed elaborazione dei loro ruoli, sia per loro stessi che agli occhi e nella mente del minore, ristrutturando tale legame.

In tal senso uno degli approcci che appare essere d’aiuto e focalizzato sull’elaborazione del trauma è la terapia EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing) (2,3).

Questo lavoro mirato sul trauma avviene a tutto tondo, non solo in senso psicoterapeutico, difatti il team multidisciplinare è chiamato ad intervenire ed agire in ogni momento del percorso, anche in senso giudiziario e socio-sanitario (2,3,7).

Attraverso tale lavoro di trattamento, che necessita essere il più tempestivo possibile, appare poi determinante studiare le potenziali strategie di prevenzione (3,1).

A tal proposito l’OMS (2006), seppur riconoscendone la complessità, afferma l’essenzialità di un buon lavoro di prevenzione in ottica istituzionale, sia per i minori che per le donne coinvolte, sottolineando il necessario approccio sistemico interdisciplinare, per prevenire primariamente che si verifichi violenza contro i minori, secondariamente per intervenire precocemente laddove ci siano casi di violenza intercettati ed infine per assistere vittime e famiglie, per poter spezzare il possibile circolo riproduttivo della violenza intergenerazionale, potenziando quindi i fattori di protezione e garantendo lo sviluppo psico-fisico-emotivo (2,3,1).


Bibliografia

1. Anastasia F., Gasparini P., Germani C., Barbi E., (2021). Violenza sulle madri e violenza assistita intrafamiliare da un osservatorio pediatrico. Unpublished doctoral dissertation, Università degli studi di Trieste, Italia.
2. Consiglio Nazionale Ordine degli Psicologi. (2017). Maltrattamento ed abuso all’infanzia- Indicazioni e raccomandazioni. Roma, Italia: Author.
3. De Florio S., Rollo D., (2019). Il dolore degli impotenti. Unpublished master’s thesis, Università di Parma, Italia.
4. Save The Children – “Cos’è la violenza assistita e quali le conseguenze sui bambini“.
5. Stateofmind.it – “Trascuratezza nell’infanzia o neglect: cos’è?“.
6. Lawrence, L.S et al (2015). Child Abuse and Neglect. The New England Journal of Medicine, 332 (21).
7. Monterosso C., Segatto B., (2022). Il dolore silenzioso – Bambini e ragazzi che vivono in contesti di violenza assistita. Unpublished master’s thesis, Università degli Studi di Padova, Italia.


Dott.ssa Vanessa Nardelli Autrice presso La Mente Pensante Magazine
Dott.ssa Vanessa Nardelli
Psicologa, Dott.ssa Magistrale in Psicologia Cognitiva Applicata
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