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La paura del crimine

Insicurezza e criminalità come fenomeno psicosociale


La paura del crimine e l’insicurezza che deriva dalla possibilità di caderne vittima rappresentano un sottofondo oscuro delle nostre vite.

Questi aspetti sono profondamente collegati con il modo che abbiamo di percepire noi stessi, il mondo, il nostro rapporto con lo stesso e il modo di agire al suo interno.

Possiamo facilmente individuare forme concrete con cui ci relazioniamo alla paura del crimine, sia a livello individuale, per esempio la paura di tornare da soli in un quartiere isolato in piena notte, o l’usanza di installare sistemi di allarme nelle abitazioni, così come a livello sociale, pensiamo per esempio a comitati di quartiere nati con lo scopo di combattere la criminalità.

La paura del crimine, così come l’insicurezza rientrano nell’ambito degli studi psicosociali.

Possono essere osservate attraverso più chiavi di lettura e vedono l’articolarsi di diverse sfere: individuale, esperienziale, valoriale, culturale, politica, comunitaria.


La società dell’incertezza

Al giorno d’oggi, nella società post-moderna, ci troviamo in una in situazione contradditoria: da un punto di vista oggettivo, viviamo in una condizione di sicurezza superiore rispetto ai nostri predecessori, così come, nel nostro mondo occidentale, alla maggioranza della popolazione sul pianeta.

Nonostante tutto questo, non ci sentiamo sicuri: paradossalmente siamo caratterizzati da un forte senso di insicurezza.

Che cosa contribuisce a crearlo?

Per fornire alcuni spunti di riflessione pensiamo innanzitutto al fatto che viviamo in una società liquida in continuo cambiamento, non sappiamo mai cosa aspettarci da quello che potrà succedere in futuro; la prospettiva individualistica, poi, ci fornisce una buona forma di libertà, ma ci lascia soli ad affrontarla, gli altri sono spesso estranei e competitori; inoltre i ruoli e le tradizioni, gli antichi modi di vivere che non esistono più erano fonte di sicurezza, instradavano la vita su un cammino già stabilito, certamente soffocante e limitante, ma sicuro; non mancano poi le tempeste mediatiche e la globalizzazione, che garantiscono una serie di opportunità, ma contemporaneamente generano insicurezza, paura e preoccupazione; infine la totale precarietà lavorativa.

Sennett nella sua opera L’uomo flessibile lo ha detto in maniera molto chiara: la precarietà si è impadronita del modo di essere delle persone.

Si è verificata la rottura del tempo cosiddetto noetico: una vita che si organizza in un presente, preceduto da un passato e che si proietta in un futuro, con coerenza e con un grado definito di progettualità.

Viviamo oggi in un eterno presente in cui tutto è reversibile e in cui viene ostacolata la possibilità di proiettarsi nel futuro: viviamo nella società dell’incertezza e del rischio.


L’insicurezza: un elemento costitutivo dell’essere umano

Il senso di insicurezza è una parte costitutiva dell’esperienza umana: come dimostra la teoria dell’attaccamento, si tratta di uno dei perni su cui è fondata nostra esistenza.

Da sempre siamo insicuri nel rapporto con noi stessi e con gli altri.

Nel tempo e nei diversi contesti cambiano le condizioni con cui diamo nome all’insicurezza: la fame, la peste, il terrorismo, la precarizzazione del lavoro, la perdita di speranza per il futuro.

Vivendo nella società dell’incertezza e del rischio ci sentiamo insicuri anche in assenza di disastri incombenti.

È facilmente deducibile il rapporto che intercorre tra insicurezza e libertà: più siamo liberi, meno siamo sicuri, dobbiamo costruire in solitudine il nostro senso di sicurezza.

Una serie di fattori economici, sociali, culturali e politici sono alla base del sentimento di insicurezza.


Fuga dalla libertà, Erich Fromm

Ci concediamo ora un breve excursus, nonché una semplificazione di come Erich Fromm ha affrontato le tematiche suddette nella sua opera intitolata Fuga dalla libertà (1941).

L’originalità del suo pensiero risiede nel connubio tra l’approccio psicanalitico e quello psicosociale, riscontrabili nel suo modo di relazionarsi alla tematica.

Fromm sostiene infatti che nel Medioevo la vita non era libera: il mondo era il pezzetto di villaggio in cui si risiedeva, tutto era scritto nel patrimonio genetico e nell’appartenenza sociale di ogni individuo.

Oggi, invece, possiamo costruirci la nostra vita, siamo liberi di diventare ciò che siamo e che vogliamo, indipendentemente dal nostro punto di partenza.

Ma tutto questo genera una grandissima paura e ci pone nella condizione paradossale sopra citata: avere tanta libertà, ma non saperla gestire.

In queste condizioni gli individui possono mettere in atto i cosiddetti meccanismi di fuga dalla libertà, ovvero distruttività (verso gli altri o se stessi), conformismo da automi (verso una meta che si persegue, non sapendo neppure il perché), autoritarismo (rapporto con un’autorità che garantisca ordine, prevedibilità e coerenza al mondo).

Come è evidente, si tratta di una formulazione scritta più di ottanta anni fa, ma che potrebbe essere stata pubblicata ai giorni nostri.


Una questione politica: il circolo vizioso dell’insicurezza

La Dichiarazione Universale dei Diritti Umani enuncia che «ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà e alla sicurezza» della propria persona.

La questione dell’insicurezza è certamente affrontabile da un punto di vista politico, inteso nel senso etimologico del termine: relativo alla polis, ovvero alla città e quindi all’uomo inserito nel contesto della vita pubblica.

In questo ambito il controllo e la percezione dell’ambiente in cui si vive svolgono un ruolo fondamentale.

Per studiare questi fenomeni, ci si concentra principalmente sulla paura del crimine, sulla sua predizione e sulle sue conseguenze.


Che cos’è la paura del crimine?

La paura del crimine è un’emozione che si percepisce quando si avverte una minaccia imminente, effettiva, o immaginata di cadere vittima di un crimine.

La paura del crimine, come d’altronde ogni emozione, porta con sé dei benefici: individuali, comunitari e sociali. In particolare, se essa è proporzionata rispetto al rischio effettivo di vittimizzazione, consente di difendersi dalla stessa e può spingere a implicarsi per il miglioramento della propria comunità di appartenenza e ad agire per il bene comune.

Ovviamente, l’altro lato della medaglia sono i costi che la paura del crimine implica: individuali, soprattutto se sproporzionata rispetto al rischio effettivo di vittimizzazione e poi medici, economici, di qualità di vita, relazionali, comunitari e politico-elettorali.


Come studiare la paura del crimine?

Secondo l’approccio tradizionale la paura del crimine è considerata una paura reale che deriva principalmente da esperienze di vittimizzazione, vulnerabilità fisica e sociale, diffusione del crimine, svantaggio economico del quartiere, tasso di immigrazione nel quartiere e inciviltà fisiche e sociali.

Secondo prospettive più recenti la paura del crimine potrebbe essere una forma mascherata di insicurezza economica e sociale, un sentimento ombrello che dipende principalmente dalla disuguaglianza sociale. Maggiore è la disuguaglianza, maggiore è la paura del crimine.

Anche la propaganda politica e mediatica ha l’obiettivo di portare l’attenzione dei cittadini, in maniera strumentale, su questioni quali il crimine, appunto, che i politici stessi potrebbero affrontare.

Passiamo ora in rassegna tre importanti contributi di ricerca sul tema.


La paura del crimine come insicurezza sociale ed economica travestita

Il primo studio (Roccato, Russo, Vieno, 2013) prende le mosse dal seguente quesito: la paura del crimine è insicurezza sociale ed economica travestita?

I ricercatori partivano dall’idea secondo cui se l’approccio tradizionale fosse stato corretto, allora la paura del crimine sarebbe dovuta aumentare al crescere del tasso di criminalità e allo stesso modo rispetto al tasso di immigrazione.

A livello individuale i risultati hanno mostrato che la paura del crimine si rivela maggiore fra le persone vulnerabili dal punto di vista sociodemografico e che presentano aspettative negative sul proprio futuro e su quello nella nazione in cui vivono.

A livello nazionale, invece, i risultati dimostrano che la paura del crimine è maggiore tra coloro che vivono in paesi con grandi tassi di disuguaglianza, dove gli stati investono poco in welfare. Non emerge nessuna differenza in funzione del tasso di criminalità e dell’immigrazione.

Dunque, per rispondere al quesito di ricerca, la paura del crimine è, almeno in parte, insicurezza economica e sociale travestita.


Vittimizzazione e paura: il ruolo di modulazione del degrado

Un secondo importante contributo di ricerca proviene dagli stessi autori, che avevano condotto uno studio nel 2011 relativo al ruolo del degrado, inteso in termini sia fisici, sia sociali, nella vittimizzazione e nella paura.

Sorprendentemente è emerso che non esiste un collegamento diretto tra la vittimizzazione e la paura del crimine, bensì la pericolosità e il degrado della zona di residenza impattano sulla relazione tra le stesse.

Quando si subisce un’esperienza di vittimizzazione si attiva un processo di attribuzione causale, che porta a relazionarsi con l’ambiente in maniera diversa: si guarda la zona di residenza alla ricerca di segnali di pericolo.

La vittimizzazione, dunque, spingendo a esplorare in maniera attiva il proprio ambiente, spaventa solamente se si vive in un ambiente degradato.

vittimizzazione criminale moderata
Immagine tratta da Roccato, M., Russo, S., & Vieno, A. (2011). Perceived community disorder moderates the relation between victimization and fear of crime

Conseguenze politiche della vittimizzazione

Un’ultima ricerca (Roccato, Russo, Vieno, 2013) analizza le conseguenze politiche della vittimizzazione.

Strategie efficaci e costruttive di fronteggiamento delle difficoltà esistenziali, emerse a seguito delle minacce ambientali, hanno molte conseguenze su aspetti individuali e comunitari.

Possono avere conseguenze anche a livello politico? Questa la domanda di ricerca.

Secondo la «mugging thesis» (King & Maruna, 2009), si può combattere l’ansia che si sviluppa con la vittimizzazione spostandosi politicamente a destra. Si tratta di una teoria stravagante, secondo cui la vittimizzazione porterebbe a diventare conservatori per difendersi dai crimini e guardare ai programmi politici di quei partiti che si basano su legge e ordine.

Questa idea risulta, peraltro coerente, con alcuni importanti studi psicosociali:

  • la concezione del conservatorismo come cognizione sociale motivata (Jost et al., 2003): la gente è conservatrice quando si sente insicura, perché il conservatorismo dà ordine e prevedibilità al mondo.
  • la teoria della gestione del terrore (Greenberg et al., 1986): noi abbiamo una paura fondamentale che ci spinge a fare di tutto per nasconderla ed esorcizzarla: la paura della morte. Quando si rende esplicita alle persone l’idea della morte queste diventano più conservatrici: un modo per gestire il terrore risiede nel cercare l’ordine e la disciplina.
  • Le declinazioni politiche del Compensatory Control Model (Kay et al., 2009; Mirisola et al., 2014): è così importante sentire di avere un controllo sulla realtà, che se non riusciamo ad averlo noi stessi, lo deleghiamo alle autorità, affidandoci completamente.

La ricerca in questione ha smentito la tesi, ma i ricercatori hanno mostrato che la stessa sembra funzionare tra quegli individui che vivono in grandi città, ovvero in ambienti potenzialmente caratterizzati da degrado fisico e sociale.

Tra le persone vittimizzate il conservatorismo è molto più alto tra coloro che vivono in una zona con alto tasso di disoccupazione.

Inoltre, lo stato e la politica si devono dimostrare sfavorevoli nei confronti delle persone.

Dunque, la vittimizzazione criminale può avere conseguenze politiche.

vittimizzazione criminale
Immagine tratta da Roccato, M., Vieno, A., & Russo, S. (2013). Criminal victimization fosters conservatism among people living in areas with high unemployment rates: A multilevel longitudinal study.

Conclusioni

Quanto emerge dai contributi di ricerca fin qui riportati dimostra quanto sia importante e allo stesso tempo complesso affrontare la paura del crimine in un’ottica psicosociale, che consideri l’individuo e il suo funzionamento e allo stesso tempo lo veda immerso in una realtà, in un ambiente, che costantemente fornisce stimoli e condizioni alle quali deve far fronte.

Per concludere, dunque, possiamo sostenere che la paura del crimine, nonché le reazioni psicologiche allo stesso, siano in parte un sentimento ombrello, che nasconde questioni più complesse da individuare, legate all’insicurezza sociale ed economica.

Inoltre, il fronteggiamento dell’ansia che deriva dalla minaccia sociale può avere delle conseguenze politiche: l’espressione di tendenze conservatrici può avere, almeno in parte, una funzione di fronteggiamento della minaccia ambientale.


Bibliografia


Insicurezza e criminalità. Psicologia sociale della paura del crimine di Roccato, M. & Russo S.
Vieno, A., Roccato, M., & Russo, S. (2013). Is fear of crime social and economic insecurity in disguise? A multilevel multinational analysis. Journal of Community and Applied Social Psychology, 23, 519-535
Roccato, M., Russo, S., & Vieno, A. (2011). Perceived community disorder moderates the relation between victimization and fear of crime. Journal of Community Psychology, 39, 884-888.
Roccato, M., Vieno, A., & Russo, S. (2013). Criminal victimization fosters conservatism among people living in areas with high unemployment rates: A multilevel longitudinal study. European Journal of Social Psychology, 43, 585-592.

 


Silvia Merciadri Autrice presso La Mente Pensante Magazine
Dott.ssa Silvia Merciadri
Dottoressa in Scienze e Tecniche Psicologiche | Articolista | Docente Junior di Storytelling | Autrice
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