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La psicologia delle fake news

Come le “notizie false” influenzano la nostra quotidianità e perché

Image by jorge franganillo on Unsplash.com


Le fake news, dall’inglese “notizie false “, non sono una novità degli ultimi decenni legata ai recenti sviluppi tecnologici. Ad esempio, nel 1835 il quotidiano The Sun di New York pubblicò sei articoli sulla presunta vita sulla luna, che divenne noto come la “Grande bufala della Luna“.

Tuttavia, più recentemente, durante le elezioni presidenziali americane del 2016 e il referendum sulla Brexit nel Regno Unito, una diversa forma di notizie false è diventata famosa, ossia storie di “notizie” politiche false o altamente fuorvianti, originate principalmente dai social media. La preoccupazione per le fake news è raddoppiata nel 2020 a fronte della diffusa disinformazione sui social media riguardo la pandemia del coronavirus e le elezioni presidenziali statunitensi del 2020.

Sorge dunque il quesito su cosa nella psicologia umana, e nella sua interazione con i social media, spiega l’incapacità di distinguere tra contenuti online accurati e imprecisi. Oltre ad avere un interesse teorico, rispondere a questa domanda potrebbe favorire lo sviluppo di interventi efficaci contro la cattiva informazione basandosi sulla comprensione della psicologia sottostante.


Perché le persone credono alle fake news?

Quando si considerano i fattori che possono influenzare ciò in cui le persone credono, è essenziale distinguere tra due modi fondamentalmente diversi di concettualizzare la credenza nelle notizie vere e in quelle false. Un approccio comune è quello di concentrarsi sul “discernimento ” della verità, o sulla misura in cui si ritiene che la disinformazione sia “relativa ” a contenuti accurati.

Un altro approccio consiste nel concentrarsi sulla convinzione generale, o sulla misura in cui si crede alle notizie, indipendentemente dalla loro accuratezza, calcolato dalla somma della credenza nelle notizie vere e della credenza nelle notizie false. Fondamentalmente, i fattori che alterano la convinzione generale non hanno necessariamente un impatto sulla capacità delle persone di distinguere la verità dalla menzogna.


Motivazioni politiche

Secondo un’opinione diffusa l’incapacità di discernere tra notizie vere e false è radicata in motivazioni politiche. Ad esempio, è stato sostenuto che le persone sono consumatori motivati di (dis)informazione quando si trovano di fronte a contenuti con valenza politica, e questo li porta a credere eccessivamente in contenuti che sono coerenti con la loro identità politica ed eccessivamente scettici nei confronti di contenuti incoerenti con questa.

Una teoria correlata sostiene che le persone pongono la lealtà verso la propria identità politica al di sopra della verità, e quindi non riescono a discernere la verità dalla menzogna a favore del semplice credere a informazioni ideologicamente concordanti.

Queste teorizzazioni sostengono che la forte influenza della motivazione politica sulla fede è quindi il fattore dominante che spiega perché le persone credono alle fake news.

È importante notare, tuttavia, che l’effetto della concordanza politica è tipicamente molto minore di quello dell’effettiva veridicità delle notizie. In altre parole, le notizie vere ma politicamente discordanti vengono generalmente credute molto più delle notizie false ma politicamente concordanti: dunque, l’ideologia politica non prevale sulla verità.

Le persone sono in qualche modo più brave a discernere la verità dalla menzogna quando giudicano notizie politicamente concordanti rispetto a notizie politicamente discordanti. Nel loro insieme, dunque le prove suggeriscono che l’identità politica e il ragionamento motivato politicamente non sono i fattori primari che determinano l’incapacità di distinguere la verità dalla falsità nelle notizie online.


Il ragionamento

Un’altra prospettiva sulla (in)capacità di distinguere tra verità e menzogna proviene dal campo del ragionamento. Il lavoro in questo senso si concentra in particolare sulle teorie del doppio processo che stabiliscono che il pensiero analitico può prevalere sulle risposte automatiche e intuitive. La domanda che ci si pone è: qual è il ruolo del ragionamento riflessivo nella capacità di discernere le notizie false dalla verità?

Una potenziale risposta, legata alle riflessioni sulle motivazioni politiche, sostiene che il ragionamento deliberativo è spesso motivato dall’identità politica e che le persone si impegnano in una “cognizione protettiva dell’identità”. Di conseguenza, impegnarsi in una maggiore deliberazione dovrebbe portare a convinzioni politicamente più polarizzate e, soprattutto, a una maggiore fiducia in affermazioni politicamente concordanti ma false, pertanto questa si associa ad un peggiore discernimento della verità.

Al contrario, teorie di ragionamento più “classiche “, sostengono che le persone che deliberano di più avranno semplicemente meno probabilità di credere ai contenuti falsi, e saranno più capaci di discernere tra contenuti veri e falsi, indipendentemente dalla concordanza politica delle notizie che stanno valutando.

In che modo, allora, le persone determinano la veridicità delle notizie? La correlazione tra riflessione cognitiva e incredulità nelle notizie false è più forte nei casi in cui il contenuto è ovviamente non plausibile (e viceversa per le notizie vere). Ciò suggerisce che, nei casi in cui le persone effettivamente si fermano a pensare, è probabile che le conoscenze pregresse rilevanti costituiscano un fattore critico.

In effetti, la conoscenza politica è positivamente associata al discernimento della verità per i contenuti delle notizie politiche, così come l’alfabetizzazione mediatica e l’alfabetizzazione informativa generale. Allo stesso modo, la conoscenza scientifica di base è positivamente associata al discernimento della verità per la (dis)informazione su COVID-19.

Dunque, quando si tratta del ruolo del ragionamento, sembra che le persone non riescano a discernere la verità dalla menzogna perché non si fermano a riflettere sufficientemente sulla loro conoscenza pregressa (o hanno una conoscenza pregressa insufficiente o imprecisa), e non perché il loro ragionamento è influenzato da motivazioni politiche.


Le euristiche

Gli studi sul giudizio e sul processo decisionale suggeriscono che è probabile che le persone utilizzino euristiche o scorciatoie mentali quando giudicano i titoli delle notizie. Quali sono, allora, le caratteristiche specifiche delle fake news che influenzano le intuizioni delle persone o le inducono a commettere errori nel ragionamento?

Un modo per credere intuitivamente alle notizie è la familiarità. Infatti, l’influenza dell’esposizione precedente sui giudizi di verità, a volte definita effetto illusorio della verità, è ben documentata in letteratura. Coerentemente con ciò, una singola esposizione precedente a un titolo di notizie false aumenta la successiva fiducia. Sorprendentemente, ciò sembrerebbe accada anche quando la notizia è estremamente non plausibile e incoerente con la propria identità politica. Pertanto, i sentimenti di familiarità probabilmente contribuiscono ad aumentare la fiducia nelle fake news.

La fonte è un altro indizio importante che può essere utilizzato nella valutazione delle notizie. Le persone hanno maggiori probabilità di credere ad informazioni fornite da persone o testate giornalistiche che considerano credibili.

Infine, una caratteristica saliente sembra essere che le tizie siano spesso emotivamente evocativi. Le notizie false sono spesso orientate a provocare shock, paura, rabbia o, più in generale, indignazione morale. Questo è importante perché in uno studio è emerso che le persone che riferiscono di aver provato più emozioni (positive o negative) alla lettura dei titoli, hanno maggiori probabilità di credere a notizie false, ma non a quelle vere.


Credere vs condividere fake news

Ci si potrebbe aspettare che le persone condividano le notizie sui social media perché credono che siano vere. Di conseguenza, la condivisione diffusa di informazioni false viene spesso considerata come prova di diffuse false credenze. Tuttavia, studi recenti hanno dimostrato che i giudizi sulla condivisione sui social media possono in realtà essere piuttosto divergenti dai giudizi sull’accuratezza delle informazioni.

Ad esempio, i partecipanti di uno studio a cui è stato chiesto quale fosse l’accuratezza di una serie di titoli di notizie hanno valutato le informazioni vere come molto più accurate di quelle false; ma, quando è stato chiesto se avrebbero condiviso le notizie, la veridicità ha avuto un impatto minimo sull’intenzione di condividere, sia nel contesto di notizie politiche sia di informazioni sul COVID-19 (Pennycook et al., 2020).

Dunque, le intenzioni di condivisione di titoli falsi erano molto più elevate rispetto alle valutazioni della loro verità, indicando che molte persone erano apparentemente disposte a condividere contenuti che avrebbero potuto identificare come imprecisi.

Sono state proposte tre possibili spiegazioni per la dissociazione tra condivisione e veridicità delle informazioni:

  • La teoria basata sulla confusione presuppone che le persone credano sinceramente (ma erroneamente) che le false affermazioni che condividono siano probabilmente vere;
  • La teoria basata sulle preferenze suggerisce che le persone ripongono la loro preferenza in relazione all’identità politica (o motivazioni correlate come la segnalazione di virtù) e quindi condividono contenuti falsi politicamente coerenti sui social media nonostante riconoscano che probabilmente non è vero. Questa condivisione mirata potrebbe essere motivata, ad esempio, da uno sforzo per promuovere la propria agenda politica, per seminare il caos o per condividere notizie che sarebbero interessanti se risultassero vere;
  • La teoria basata sulla disattenzione sostiene che le persone hanno una forte preferenza nel condividere solo contenuti accurati, ma che il contesto dei social media le distrae da questa tendenza.

Le indagini sul comportamento nei social media spesso sottolinea l’importanza dell'”economia dell’attenzione“, in cui i fattori relativi al coinvolgimento (mi piace, condivisioni, commenti, clic, ecc.) vengono selezionati negli ambienti dei social media. Di conseguenza, la condivisione di contenuti di notizie di bassa qualità su Facebook è associata all’estremità ideologica e la concordanza ideologica è un predittore molto più forte della condivisione che della convinzione.

Inoltre, il pensiero analitico non è solo associato a un maggiore discernimento della verità, come descritto in precedenza, ma è anche associato ad avere intenzioni di condivisione più discernenti negli esperimenti, con l’effettiva condivisione di organi di informazione più affidabili su piattaforme come Twitter.

Una possibilità sorprendente è che il contesto stesso dei social media distragga le persone dal dare priorità alla verità quando decidono cosa condividere, e, in alcuni casi, questo può promuovere attivamente comportamenti antisociali e ostacolare l’esercizio del pensiero analitico e critico. Così, i social media possono essere sia una causa che una conseguenza di un maggiore impegno politico, sia nel bene che nel male.


Dott.ssa Fiordalisa Melodia Autrice presso La Mente Pensante Magazine
Dott.ssa Fiordalisa Melodia
Psicologa Clinica | Videogame Therapist
Bio | Articoli | AIIP Febbraio 2023
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