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Nel Nome del Padre

La Teoria di Lacan: concetti, studi e approfondimenti sulle relazioni Padre-Figlio


Quando scelgo un argomento da trattare, prima di tutto mi raffiguro il titolo; esso è già nella mia mente ancor prima delle parole (mi piacerebbe scrivere di…)

A differenza di qualche altra volta, in questa ho subito realizzato di dover fare i conti con almeno tre situazioni importanti e complesse di cui ho memoria e conoscenza.

La prima è il film di Bellocchio del 1972, che ha proprio lo stesso titolo “Nel nome del padre“.

La seconda è il film del 1993 di Jim Sheridan, anch’essa con lo stesso titolo.

La terza, sicuramente più di nicchia per gli addetti ai lavori, non è un film ma una questione teorica in ambito psicoanalitico, ossia la questione della forclusione del Nome del Padre teorizzata da Lacan.

Visto che non è mia intenzione parlare della questione del Padre attraverso questi tre riferimenti, ne descriverò molto brevemente un riassunto per sommi capi secondo quanto da me capito, in rispetto della omonimia che merita la citazione, consigliando a chi ne sia interessato di andare a vedere i film o ai Colleghi non di orientamento lacaniano (come non lo sono io) di andare a rinfrescare la memoria attraverso una buona e sempre utile lettura della teoria di Jacques Lacan.

È ovvio che nei tre casi il Padre c’entri, sia coinvolto nel “fatto“.

Nel primo caso, il film di Bellocchio, il Padre è il responsabile della dispersione sia sua che del figlio, sottraendosi alla responsabilità di Elemento Regolatore.

Il padre ne pagherà le spese perdendo il figlio e la discendenza psichica che ogni figlio rappresenta (e di conseguenza la propria funzione), il figlio pagherà nella fuoriuscita psicotica della ribellione senza controllo e la società pagherà nel fallimento degli intenti.

Il film di Sheridan, forse più noto rispetto all’altro, fa vedere come l’ingiustizia sociale e la ribellione politica (argomento difficile per il momento storico dell’Irlanda – luogo di svolgimento della storia del film – nei confronti del Regno Unito) non riducano – ingiustizia e ribellione – la tensione tra Padre e Figlio colpevoli di incomprensione intima e privata.


“Nel Nome del Padre”: la teoria di Lacan

La citata teoria di Lacan è, appunto, una teoria sulla quale inizialmente si basa la comparsa della psicosi. Nel Nome del Padre per Lacan significa l’Assenza.

È la triade che permette alla persona in stare-in-piedi (parafrasando il suo esempio dello sgabello a tre pioli, che solo così può essere funzionale al suo uso-compito).

Se un piolo (il Padre) è forcluso (assente ma anche “tagliato fuori”) lo sgabello cade (caduta nella psicosi), questo almeno nella prima teorizzazione, non così nelle teorizzazioni successive ma non di questo mi occuperò.

In ultimo e al di là di quanto sopra detto, non mi dispiace affatto ricorrere a due ricordi culturali: La Lettera di Franz Kafka al Padre e il concetto di Padre rappresentante del Mondo di Peter Blos. Ed ora ciò di cui intendo scrivere.

Nota: nella trattazione, scrivere “figlio” è solo una condizione di comodità linguistica e non certo concettuale.

La psicoanalisi non difetta di concetti all’uopo per la distinzione maschile / femminile.

Dunque, Nel Nome del Padre nel senso di quando il Figlio intraprende e svolge lo stesso mestiere del Padre.

Per Padre non si intende solamente il genitore ma colui che, nella sua funzione, detta le regole.

Tanti sono i casi, anche pubblici.

Come in parecchie situazioni di ordine pratico-comportamentale, due sono le inclinazioni psichiche: volere o non volere senza suggestioni esterne condizionanti ciò che si presenta al campo psichico della decisionalità consapevole.

Consapevole, perché vi è poi una “decisionalità” meno consapevole, quella dettata da almeno due elementi: il complesso edipico reiterato e la coazione a ripetere.

Ma non si tratta di suggestioni esterne, bensì interiori. (L’elemento della mobilizzazione di forze intratensive o extratensive è misurato in modo efficace dal test di Rorschach).

Vi è poi un’altra possibilità: quella dell’obbligo derivante dal sopruso esterno.

Inizio da questa.

Si è nell’obbligo di portare avanti il nome di famiglia o, addirittura, la dinastia. In questo caso, il figlio – il rampollo – costretto alla continuazione del mestiere di casa si accolla tutta la responsabilità di “essere scelto” e, in genere, non si sottrae alla seduzione, appunto, di dover essere capace e magari pure con contentezza e soddisfazione.

Per tante volte in cui tutto va bene, ce ne sono altrettante in cui c’è la dissipazione cosciente come ribellione o come difesa per non essere come il Padre (o Nonno, è lo stesso).

In altri termini, in questo caso, il figlio deve essere in grado di difendere quanto già realizzato e di garantirne lo sviluppo.

La tradizione impera: molte volte perché si cresce respirando l’aria che sarà poi la propria, e ad essa ci si inchina volentieri, molte altre l’inchino è fatale per aspirazioni o inclinazioni differenti.

In questo caso, Nel Nome del Padre è un rischio non da poco.

La personalità è assoggettata, senza tante parole relative all’inconscio.

Qui ci si barcamena tra gratificazione e frustrazione e sono questi due stati d’animo a determinare l’esito dello starci dentro oppure no.

Nel caso della decisionalità consapevole, pensare che questo possa avvenire “senza suggestioni esterne” è quasi impossibile, perché c’è sempre un occhio che strizza alla convenienza dettata dai convincimenti subliminali della società.

In questo caso, il Padre è la Società, ovvero la previsione della composizione economica e sociologica futura.

Continuo con la supposizione, però, che la testa del figlio sia scevra da tali condizionamenti e scelga di suo di non osservare la Legge implicita.

Ciò che entra in argomento è la volizione e suppongo anche che il Padre in questione non imponga nulla.

Non si può desiderare di meglio di tale libertà, ma non c’è più nulla da dire in merito al Nome del Padre.

Che si tratti di rispetto della personalità del figlio o che si tratti di mancanza di Padre, poco importa.

Nessun obbligo e tanto basta.

Fare o non fare lo stesso mestiere del Padre non è la stessa cosa neppure da un punto di vista psicologico e tanto meno psicoanalitico.

Come sopra scritto, almeno altri due elementi possono interferire nella decisione qualora non vi sia la libertà appena descritta.

Già parlare di libertà significa non essere nel caso della coazione a ripetere, perché Freud indicava la fine di essa nell’instaurazione dei gradi di libertà (nei confronti di essa), ossia nella fine dell’irrisolto rispetto alla libertà decisionale non soggetta al blocco traumatico, indice di coazione.

Dunque, uno dei fattori che influenzano la capacità decisionale, in questo caso di volersi mettere Nel Nome del Padre, è la coazione a ripetere, qualora essa sia presente.

Molto in breve, per Freud la coazione a ripetere è concetto importante e dominante, al punto da trattarla, nella sua teoria, sin dai tempi del “Saggio sulla Psicopatologia” del 1885, passando per “Nuovi consigli per la tecnica psicoanalitica” del 1914, fino a “Il Perturbante” del 1919.

La dignità di menzionare la coazione a ripetere, in questo scritto, consiste nel riferimento e nell’assunto della teorizzazione ultima di Freud: essa considera la coazione non solamente come il rimosso agito anziché ricordato, bensì come identificazione di un soggetto con l’Altro, fino al punto di una sostituzione con esso (v. Freud nelle ultime opere e Nietzsche nel concetto di “Eterno ritorno dell’uguale”).

Dunque, “identificazione con l’Altro fino al punto di una sostituzione con esso” e quale migliore identificazione e sostituzione se non con il proprio Padre riconoscendosi in esso?…….

Ma non per scelta libera.

Vi è poi l’aspetto del Complesso Edipico.

Della dinamica di esso non dirò granché perché immagino che sia di conoscenza ai più.

Comunque, il figlio vuole identificarsi con il Padre e liberamente conquistare l’amore della madre e viceversa per la figlia, ossia far fuori la madre e conquistare il padre.

A dire il vero, in questo ultimo caso, dovrei parlare del complesso di Elettra (Jung), ma poca differenza c’è a fini della comprensione di questo scritto.

La questione è: triade che desidera diventare coppia.

Dunque, il figlio vuole eliminare il Padre per conquistare la madre e quale migliore occasione per sostituirsi a lui, addirittura offerta dal Padre stesso.

Si è in questo caso nella deposizione del potere anziché nel mantenimento di esso, oppure proprio nel mantenimento di esso consegnandolo al figlio.

Una “ritirata” ad hoc da parte del Padre per mantenere in vita il suo Fallo. Verrebbe da dire povero figlio …. così caricato di “roba” non sua.

Il Figlio – divenuto/trasformato – supera pure il tabù dell’accoppiata omosessuale (con il padre) e può liberamente, con autorizzazione incestuosa, conquistare la madre.

Madre e Figlio, appunto incestuosamente, si godono i frutti del potere (Fallo dell’altro Uomo) nel Nome del Padre.

Apparente Libertà mistificata.

Bene, a mio parere, si è visto come sia difficile capire i movimenti psichici nel territorio dell’eredità Nel Nome del Padre.


Dott.ssa Grazia Aloi autrice presso La Mente Pensante Magazine
Dott.ssa Grazia Aloi
Psicoanalista | Psicoterapeuta | Sessuologa
Bio | Articoli | Video Intervista
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