Surviving Death La docu-serie Netflix che esplora i confini dell’esistenza

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Tempo di lettura: 6 minuti


Surviving Death è una nuova docu-serie uscita su Netflix lo scorso gennaio e diretta dal regista Ricki Stern. Come si evince dal titolo, la serie affronta la complessa questione della vita oltre la morte, proponendo sei puntate a tema: dalle esperienze premorte, alla medianità, fino alla reincarnazione. Ogni episodio racconta, tramite la voce dei protagonisti, le diverse e affascinanti storie di incontri ravvicinati con la morte, coincidenze significative e reminiscenze di vite passate.

I medium: tra parapsicologia e profonda capacità intuitiva

Surviving Death è tratta dall’omonimo libro della giornalista americana Leslie Kean, uscito nel 2017, che testimonia il crescente interesse delle persone verso la tematica della vita oltre la morte.

Naturalmente si tratta di un argomento piuttosto dibattuto: da un lato c’è molto scetticismo, sia verso l’idea di un aldilà, sia verso l’idea di poterne provare scientificamente l’esistenza. Chi sostiene questa linea di pensiero ritiene poco veritieri, o comunque non verificabili, i racconti delle persone che dichiarano, ad esempio, di aver vissuto un’esperienza premorte o di aver ricevuto un messaggio da un proprio caro tramite un medium.

Per lo più, gli scettici reputano tali questioni come “parapsicologiche”, includendole dunque nel campo del paranormale e delle teorie antiscientifiche. Questa è anche una delle principali obiezioni che sono state mosse alla serie: si è teso a privilegiare il punto di vista dei protagonisti senza però inserirlo in una cornice critica, che sollevasse interrogativi o aprisse la strada a risposte alternative.

In effetti, gli episodi si concentrano molto sull’esperienza personale di chi racconta.
Nella seconda puntata, ad esempio, viene presentata la storia di Mike Anthony, un ragazzo americano che si rivolge alla medium Laura Lynne Jackson, nota per offrire dei responsi molto dettagliati, in cerca di un contatto con il padre defunto.
La medium riesce a comunicargli una serie di informazioni che Mike riconosce come vere e che lo colpiscono, in quanto strettamente personali e non rintracciabili su Google.

Lo spettatore è così indotto a condividere lo stupore, del tutto comprensibile, di Mike, perdendo però di vista il fatto che una coincidenza, per quanto singolare, non provi automaticamente che la medium abbia comunicato con lo spirito di suo padre: magari può aver avuto un’intuizione, o magari, fra le tante informazioni anche imprecise che lei ha riportato, Mike, desideroso di ricevere un “segno” dal padre, ha recepito solo quelle che erano più coerenti col suo vissuto.


Le esperienze premorte, la mente, il cervello: cosa dice la scienza?

Mary Neal KayakForse proprio nel tentativo di cominciare ad inquadrare scientificamente tali argomenti, negli ultimi anni si sono moltiplicati gli studi su quanto afferisce alla vita oltre la morte.

Di conseguenza, questioni che prima erano viste come puramente fantastiche, magari persino inventate al fine di ottenere visibilità mediatica o approfittare della credulità di chi vive un lutto, oggi stanno dando luogo ad approfondimenti nel campo della psicologia e delle neuroscienze.

La prima puntata di Surviving Death, ad esempio, si apre con la storia della chirurga americana Mary Neal, che dopo essere stata inghiottita da una cascata del Wyoming con il suo kayak ed essere clinicamente morta per circa trenta minuti prima di essere soccorsa e rianimata, racconta di aver sentito il proprio spirito distaccarsi dal corpo e venire accolto da un gruppo di entità benevole in un paesaggio paradisiaco.

Il suo racconto e quello delle altre persone intervistate nella puntata vengono commentati dal professore emerito Bruce Greyson dell’Università della Virginia, esperto di psichiatria e neuro-behavioural sciences, e dal professor Peter Fenwick, neuropsichiatra dell’Università di Cambridge.

Il primo afferma che circa il 10-20% delle persone che subiscono un arresto cardiaco sperimenta un’esperienza premorte, e che, sebbene non siano stati elaborati metodi scientifici per verificare la fondatezza di tali racconti, la scienza avvii sempre i propri studi con la raccolta delle fonti e con l’individuazione di pattern che si ripetono con una certa sistematicità.

Di fatto, i racconti delle esperienze premorte si sono susseguiti a milioni fin dalla preistoria e includono immagini tipiche come il distacco dello spirito dal corpo, la capacità di osservare ciò che accade nella sala operatoria, l’ingresso in un tunnel luminoso, l’incontro con figure defunte, ma soprattutto un senso totalizzante di pace e di serenità.

Come espone il professor Greyson, sono state avanzate delle ipotesi per spiegare scientificamente tali esperienze, come il fatto che possano essere indotte dai sedativi dati al paziente in punto di morte o dalla mancanza di ossigeno al cervello. Sorprendentemente, però, si è visto che tali sostanze inibiscono, anzi, l’esperienza premorte, e che la mancanza di ossigeno, lungi dal suscitare sensazioni di pace e di benessere, provoca invece irrequietezza e paura.

Le esperienze premorte, secondo il professor Fenwick, ribaltano il pensiero neuroscientifico classico, secondo cui la coscienza è un mero prodotto del cervello, cosicché quando il cervello smette di funzionare, anche la coscienza cessa di esistere. Sembrerebbe invece che “Non tutto sia cervello”: la puntata ci confronta infatti con l’idea che la coscienza possa essere non-localizzata, e che quindi, durante un’esperienza premorte, essa possa espandersi oltre i confini del corpo.

Naturalmente si tratta solo di ipotesi, ma ciò apre la strada a domande affascinanti che vanno oltre il dibattito scienza-non scienza e che ci coinvolgono in prima persona come esseri umani, interessati a riflettere sul mistero e il senso dell’esistenza.


La reincarnazione da concetto religioso ad esperienza psicologica

A riguardo è l’ultima puntata, incentrata sul tema della reincarnazione, a porre numerosi interrogativi: se la nostra coscienza non coincide con il cervello, è possibile che, dopo la morte, essa trasmigri in un altro corpo? E quale sarebbe il significato esistenziale della reincarnazione?

Chiaramente le risposte a molti di questi interrogativi sollevati da Surviving Death non potranno forse mai arrivare dall’applicazione di un metodo scientifico, poiché coinvolgono altri campi come quello della spiritualità e della fede. Lo stesso tema della reincarnazione è passato, nel corso del tempo, dall’esplorazione religiosa dell’induismo e di altri credo e dottrine filosofiche, al venire affrontato sempre più in chiave psicologica, come relativo alla coscienza, anziché all’anima.

Questo passaggio si ricollega al tentativo positivista di trovare spiegazioni oggettive a fenomeni ignoti: ma siamo sicuri che le risposte che cerchiamo come esseri umani, aderendo a certe teorie, debbano arrivare solo dalla scienza e dalle discipline ancillari? Dov’è finita l’apertura alla spiritualità nella nostra cultura?


Surviving Death: il lutto e l’esperienza della connessione

Brain and MindCome ho detto prima, una delle principali obiezioni che è stata mossa alla serie è il fatto di non aver contestualizzato criticamente i report delle esperienze narrate. A mio parere, però, forse ciò che la serie voleva trasmettere non era tanto (o solo) lo svolgimento del dibattito scientifico in merito a tali argomenti, quanto il senso di umanità e di bellezza che accomuna coloro che vivono una perdita

Della maggior parte delle puntate non colpisce, infatti, la supposta irrazionalità delle testimonianze, ma l’emozione e il senso di connessione profonda coi propri cari, che non può essere spezzata nemmeno dall’evento della morte.

Questa potrebbe essere una chiave di lettura di alcune puntate, come la quarta, che si apre con la bellissima coincidenza accaduta a Jeanne Wright, una signora americana che aveva chiesto alla madre, prima di morire, di mandarle un segno tramite un pettirosso, una volta che avesse raggiunto il paradiso.

Il giorno dopo il funerale della donna, mentre Jeanne e sua sorella Debbie giocavano a canasta in casa, sulla finestra del salotto avevano sentito schiantarsi un pettirosso: un uccello alquanto atipico in California. Dopo un primo momento di commozione, le due avevano tentato di fargli riprendere il volo, ma dopo vari incoraggiamenti il pettirosso era tornato sulla spalla di Debbie.

Forse nessuna scienza potrà mai provare che coincidenze come questa – e tante altre riportate nella serie – siano la riprova dell’esistenza di un aldilà. Forse è vero, come sostengono alcuni, che voler continuare a vedere la presenza dei propri cari in dei segni materiali testimonia la difficoltà di accettare il lutto, mentre non prova che il segno pervenga effettivamente da una dimensione ultraterrena, potendo trattarsi di un semplice caso, che infatti a volte si verifica, a volte no. “Eppure”, come afferma Leslie Kean, l’autrice del libro da cui è tratta la serie, “poter mantenere una connessione profonda con le persone che abbiamo perso aiuta incredibilmente nella rielaborazione del lutto.

È forse il concetto della sopravvivenza del legame oltre la morte che il titolo Surviving Death voleva dunque esprimere?


Daniela Porcu
Email: daniela.porcu92@gmail.com

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