
Come percepiamo il pericolo
Il rischio non è uguale per tutti
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Immaginiamo di trovarci in una stanza dove lentamente inizia a diffondersi del fumo. Usciremmo immediatamente oppure aspetteremmo di capire cosa fanno gli altri? Questa domanda, utilizzata in uno dei più noti esperimenti della psicologia sociale, evoca purtroppo dinamiche che ricordano quanto accaduto recentemente nella tragedia di Crans-Montana. Questo terribile evento ha ribadito, difatti, che il modo in cui percepiamo il pericolo non dipende soltanto dalla gravità oggettiva della situazione, ma anche da un’interpretazione soggettiva dei segnali provenienti dalla stessa oltre che dal contesto e dalle persone che ci circondano.
Da anni, la psicologia si occupa di dimostrare che la percezione del rischio non è mai completamente oggettiva. Al contrario, essa deriva da un intrecciarsi di fattori cognitivi, emotivi e sociali o contestuali. In particolare, gli studi sulla percezione del rischio (Slovic, 1987) ci dicono che gli individui tendono a valutare i pericoli non solo sulla base di dati presenti, ma anche in funzione delle proprie esperienze, delle emozioni e di ulteriori informazioni disponibili nel contesto.
In altre parole, il rischio non è semplicemente una proprietà della situazione: è anche una costruzione psicologica per cui il modo in cui riconosciamo e interpretiamo un potenziale pericolo può variare significativamente sia persona a persona che da contesto a contesto.
Chi sono i sensation seekers
Non tutte le persone hanno bisogno dello stesso livello di stimolazione. C’è chi preferisce trascorrere il sabato sera guardando un film sotto le coperte e chi, invece, sente il bisogno di uscire, cercare nuove esperienze e tornare a casa il più tardi possibile. Le differenze individuali nel bisogno di stimoli sono state ampiamente studiate in psicologia della personalità. Alcune persone tendono a preferire ambienti più tranquilli e prevedibili, mentre altre ricercano attivamente contesti dinamici ed esperienze intensamente ricche di stimoli. Essere introversi o estroversi non è un bene o un male di per sé; tutto dipende da come viene gestito.
In questo contesto si inserisce il concetto di sensation seeking, introdotto da Zuckerman, che descrive un tratto di personalità caratterizzato dalla ricerca di esperienze nuove, intense e variate, che risultano attrattive anche comportando un certo livello di rischio (Zuckerman, 1979; Zhang et al., 2024). Le persone con elevati livelli di sensation seeking, difatti, sono più propense a intraprendere attività ad alta stimolazione, come sport estremi o guida veloce, e mostrano una maggiore probabilità di coinvolgimento in comportamenti rischiosi, tra cui il consumo di alcol o altre sostanze (Chunmei et al., 2021; Kelly et al., 2006). Questo non significa necessariamente che ignorino il rischio: piuttosto, tendono a percepirlo come meno minaccioso o come una parte integrante e stimolante dell’esperienza stessa.
Dal punto di vista biologico, questo tratto è stato associato a differenze nei sistemi neurobiologici legati alla ricompensa, in particolare al sistema dopaminergico. Chi presenta un livello elevato di sensation seeking mostra un maggiore bisogno di stimolazione fisiologica per raggiungere livelli ottimali di attivazione (Zuckerman, 2014).
Tuttavia, questo tratto non è associato esclusivamente a esiti negativi. La tendenza a ricercare esperienze nuove e intense può favorire una maggiore apertura verso l’esperienza e la ricerca di situazioni che contribuiscono positivamente al benessere e alla soddisfazione personale (Ravert et al., 2013).
Allo stesso tempo, vivere emozioni intense richiede anche adeguate capacità di regolazione emotiva. L’apertura all’incertezza e alla vastità dell’esperienza necessita, difatti, di sufficienti risorse psicologiche per gestirla.
Il gruppo può alterare la percezione del rischio
Come mostrano numerosi studi sulla percezione del rischio, il modo in cui valutiamo i pericoli non dipende esclusivamente da dati oggettivi o da caratteristiche individuali stabili. Il ricercatore Paul Slovic ha evidenziato che le persone tendono a interpretare il rischio attraverso una combinazione di fattori psicologici, emotivi e sociali. Elementi come il grado di controllo percepito su una situazione, la familiarità con una determinata attività o il potenziale catastrofico di un evento possono influenzare profondamente il modo in cui giudichiamo un pericolo. In questo senso, ciò che percepiamo come “rischioso” non coincide necessariamente con la probabilità statistica che un evento accada, ma è spesso il risultato di interpretazioni soggettive, esperienze personali e rappresentazioni sociali del rischio.
Proprio per questo motivo, la percezione del pericolo può variare significativamente tra individui diversi e in relazione alle circostanze. Ancora, il comportamento delle persone che ci circondano può modificare il modo in cui interpretiamo una situazione ambigua o potenzialmente pericolosa.
Un esempio particolarmente noto di questo fenomeno proviene da uno degli esperimenti classici della psicologia sociale condotto da Bibb Latané e John Darley alla fine degli anni Sessanta. Nel cosiddetto “esperimento della stanza piena di fumo”, ai partecipanti venne chiesto di compilare un questionario mentre, lentamente, del fumo iniziava a diffondersi nella stanza. I ricercatori osservarono che, quando i partecipanti erano soli, tendevano a notare rapidamente il fumo e a segnalarlo. Tuttavia, quando erano presenti altre persone che si mostravano indifferenti, i partecipanti impiegavano molto più tempo a manifestare di sentirsi in pericolo o, in alcuni casi, decidevano di ignorarlo completamente.
Questo risultato suggerisce che, nelle situazioni ambigue, le persone tendono a osservare il comportamento degli altri per capire come interpretare ciò che sta accadendo. Se nessuno sembra preoccupato o reagisce, è più probabile che la situazione venga interpretata come non pericolosa. Questo fenomeno è noto in psicologia sociale come influenza sociale informativa e si collega al concetto di “prova sociale”, descritto successivamente da Robert Cialdini.
Da un punto di vista evolutivo, affidarsi alle reazioni degli altri può rappresentare una strategia adattiva: in contesti incerti, osservare il comportamento del gruppo può aiutarci a interpretare rapidamente l’ambiente. Tuttavia, in alcune circostanze, soprattutto in situazioni di emergenza o in contesti affollati, questo stesso meccanismo può rallentare l’attivazione di una risposta adeguata.
È possibile ridurre gli errori nella percezione del rischio?
E quindi è possibile ridurre gli errori di percezione del rischio? La consapevolezza della presenza di fattori individuali e sociali coinvolti nella valutazione del pericolo è il primo strumento che abbiamo per riconoscere più adeguatamente la natura di una determinata situazione. Tale consapevolezza non ci rende immuni alla possibilità di commettere errore ma ci offre l’occasione di riflettere, riconsiderare le vicende e mettere in atto un corso di azioni diverso da quello che attueremmo automaticamente. Ad esempio, una delle prime domande da porci in una situazione ambigua potrebbe essere “come valuterei questa situazione se fossi da solo?”.
La percezione del rischio, difatti, non è uguale per tutti, ma soprattutto non è mai solo un fenomeno individuale. Le nostre percezioni sono plasmate dalle caratteristiche personali, ma anche dal comportamento delle persone che ci circondano.
Comprendere questi meccanismi psicologici può aiutarci a riconoscere più facilmente le situazioni pericolose e a prendere decisioni più consapevoli, anche quando il contesto sociale sembra suggerirci il contrario.
Bibliografia
Chunmei, H., Lingling, H., Ning, G., & Yang, L. (2021). Relationships among extreme sports participation, sensation seeking, and negative risky behaviors of middle-school students. Frontiers in psychology, 12, 722769.
Kelly, T. H., Robbins, G., Martin, C. A., Fillmore, M. T., Lane, S. D., Harrington, N. G., & Rush, C. R. (2006). Individual differences in drug abuse vulnerability: d-amphetamine and sensation-seeking status. Psychopharmacology, 189(1), 17-25.
Latane, B., & Darley, J. M. (1968). Group inhibition of bystander intervention in emergencies. Journal of personality and social psychology, 10(3), 215.
Ravert, R. D., Kim, S. Y., Schwartz, S. J., Weisskirch, R. S., Zamboanga, B. L., Ham, L. S., … & Bersamin, M. M. (2013). The association between sensation seeking and well-being among college-attending emerging adults. Journal of College Student Development, 54(1), 17-28.
Slovic P. (1987). Perception of risk. Science (New York, N.Y.), 236(4799), 280–285.
Zhang, J. W., Howell, R. T., Razavi, P., Shaban-Azad, H., Chai, W. J., Ramis, T., Mello, Z., Anderson, C. L., Monroy, M., & Keltner, D. (2024). Awe is associated with creative personality, convergent creativity, and everyday creativity. Psychology of Aesthetics, Creativity, and the Arts, 18(2), 209–221.
Zuckerman, M. (1979). Sensation seeking: beyond the optimal level of arousal. New York: L. NY: Erlbaum Associates.
Zuckerman, M. (2014). Sensation seeking (psychology revivals): Beyond the optimal level of arousal. Psychology Press.

Dott.ssa Chiara Scuotto
Psicologa, Psicoterapeuta in formazione sistemico relazionale e dottoranda in Psicologia
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