
Il narcisismo dell’opinione
Perché oggi tutti mettono in dubbio la scienza
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Viviamo in un’epoca imprevedibile: non ci stupisce più il progresso, ma l’arbitrio. Ci siamo abituati alla velocità, alla complessità, all’incertezza, ma non alla fragilità cognitiva. Forse è da qui che nasce l’epoca delle opinioni che scavalcano la scienza, dei “ho letto da qualche parte” che rimbalzano come verità. Un tempo la scienza era un faro, oggi è una voce fra le altre.
Una voce competente che deve competere con quella più sicura, più rumorosa, più condivisa.
Per capire come siamo arrivati fin qui non basta guardare ai no-vax o alla pandemia. Occorre osservare la psicologia collettiva e il lento sgretolarsi dell’autorità simbolica: l’uomo contemporaneo non accetta più di essere spettatore, vuole essere co-autore del sapere. Non è tanto la democratizzazione dell’informazione il problema, quanto più la sua illusione più seducente: credere che l’accesso equivalga alla competenza.
La caduta dell’autorità: dall’esperto-sacerdote all’esperto qualunque
Per secoli il sapere scientifico è stato verticale: il medico, il filosofo, il sacerdote, lo scienziato, figure di soglia, custodi di un sapere che non si poteva contestare senza sfiorare l’eresia intellettuale. La distanza tra chi sapeva e chi non sapeva era cognitiva, certo, ma soprattutto simbolica.
Oggi quella soglia è saltata. Internet ci ha convinti che possiamo entrare da soli nel tempio del sapere. Se posso leggere un articolo, guardare un video, ascoltare un podcast, allora posso capire.
Ma capire non è sapere.
E sapere non è saper valutare.
L’autorità dell’esperto non è più garantita dal ruolo: il camice non basta, né basta una laurea o un dottorato; nella mente collettiva, la legittimità si costruisce per esposizione, non per competenza. Chi parla di più appare più credibile, chi dubita sembra meno sicuro e la scienza, che vive di dubbi metodici, perde terreno davanti a convinzioni che non hanno alcun interesse per il metodo.
L’illusione della conoscenza: Google come falso maestro
L’accesso illimitato all’informazione ci ha convinti che sapere qualcosa equivalga a sapere abbastanza. È l’inganno cognitivo dell’era digitale: leggere un frammento, scorrere un forum, ascoltare una voce sicura e sentirsi competenti.
La mente confonde familiarità con comprensione. Se una cosa “suona” vera, sembra già nostra, ma la scienza lavora per prove e soprattutto, lavora in un territorio che oggi la psiche tollera sempre meno: la complessità.
La scienza cambia idea, corregge gli errori, riformula le ipotesi e per molti, questa non è prova di rigore, ma di inaffidabilità. Quando un esperto dice “non sappiamo ancora”, la frase viene vissuta come incompetenza, non come onestà epistemica.
Viviamo in un mondo che premia la rapidità: risposte, non probabilità; indicazioni, non scenari. La complessità richiede lentezza, pazienza, capacità di convivere con ciò che non è definito. In una saturazione informativa come la nostra, la mente si stanca e semplifica: non valutiamo più la qualità, ma il tono; non il metodo, ma la sicurezza con cui viene pronunciata una frase.
È così che la verità scientifica viene sostituita da un criterio molto più fragile: non vale ciò che è dimostrabile, ma ciò che risuona.
È un passaggio impercettibile ma devastante. Quando il rumore del mondo supera la soglia di tolleranza, la capacità critica evapora: la scienza appare lenta e goffa, le opinioni rapide e rassicuranti. Ed è lì che complottismi, negazionismi e sfiducia negli esperti trovano terreno fertile: non nella cattiveria, ma nella fuga dall’incertezza.
L’illusione di sapere protegge da una paura antica: che il mondo sia troppo grande per essere dominato da un essere umano solo.
Il narcisismo dell’opinione: l’identità che si costruisce nel dire
C’è una trasformazione più sottile e più pericolosa: l’opinione non è più un’espressione del pensiero, ma un’estensione dell’identità.
Dire la propria, soprattutto online, dà forma al sé. L’opinione diventa un modo per esistere, per essere visti. Inoltre, quando un’idea diventa identità, abbandonarla fa paura, cambiarla è una vera e propria minaccia narcisistica.
Per questo molti, davanti ai dati, non cambiano idea: la difendono con una forza sproporzionata, perché non stanno proteggendo la verità, ma la loro immagine riflessa in quella verità.
Sul piano psicologico, c’è un bisogno profondissimo che spiega questa ribellione: la necessità di contare. In un mondo sovraffollato di voci, avere un’opinione forte diventa un modo per esistere, per emergere dall’anonimato.
Quando il bisogno di valere incontra la fragilità narcisistica e la sovraesposizione digitale, nasce un ecosistema perfetto per la disinformazione: non serve più dimostrare che qualcosa è vero; basta convincersi che è nostro.
E ciò che è nostro, non siamo disposti a perderlo.
La confusione tra democrazia e conoscenza
La libertà di espressione è stata fraintesa. Molti hanno scambiato un diritto civile per un principio epistemico:“Se posso parlare, allora ciò che dico vale quanto ciò che sai.”
I diritti sono uguali, le competenze no.
L’opinione diventa potente non perché vera, ma perché pronunciata. E più viene condivisa, più si radica, fino a sembrare indiscutibile. La scienza, con la sua natura prudente e probabilistica, appare lenta, indecisa, macchinosa, l’opinione, invece, è rapida, affilata, immediata.
In un mondo di fretta, vince ciò che arriva prima, non ciò che arriva meglio.
Stiamo assistendo alla morte dell’ingenuità: l’ingenuità per cui la scienza sarebbe automaticamente ascoltata, rispettata, compresa.
La crisi nasce lì: nell’incapacità di sostenere il limite, il vuoto, l’incertezza, nella confusione tra libertà e competenza, nel desiderio di essere protagonisti anche dove servirebbe silenzio.
Perché la conoscenza non nasce dall’opinione ma dall’umiltà di riconoscere che il mondo è più grande del nostro sguardo.

Dott.ssa Alice Zanotti
Tecnico della Riabilitazione Psichiatrica laureata in Psicologia Clinica e della Riabilitazione
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