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Manuale di orientamento sbagliato

Un pedigree niente male

– Image by Quilia on Unsplash.com –


Il mio ingresso nel mercato del lavoro ha avuto inizio un pomeriggio del 1992. Ebbe inizio a mia insaputa, di rientro dall’allenamento di pallavolo.

Ero in auto con mia madre. Ad un tratto, ferma al semaforo, sguardo fisso davanti a se, mi chiese:

“Cosa vuoi fare dopo la scuola media…”

Piccola pausa. Poi proseguì.

“Classico o scientifico?”

Io: “Non lo so. Qualcosa dove non ci sia matematica e disegno”.

Madre: “Ok. Il liceo classico. Come lo vedi?”

Io: “Ma sì dai.”

Fine.

Avevo 13 anni.

Mia madre era diventata un condensato di molte cose in quel viaggio in auto. Autista, motivatore, orientatore professionale. Il problema è che le era uscito bene solo il ruolo di autista.

Il primo bivio importante della mia vita lo avevo superato egregiamente, tra l’altro senza grande dispendio di energia.

Non lo sapevo, ma con quella scelta stavo scolpendo la prima scritta sul mio curriculum. La porta d’ingresso del mercato del lavoro era lì davanti a me. Alta, imponente e maestosa. Così fuori misura da non vederla. In realtà per me quel bivio non era un bivio. Era un obbligo. La traduzione in parole del pensiero “Devo continuare sta tortura, almeno troviamo il modo di portarla avanti col minimo sacrificio possibile”.

Il liceo classico ovviamente era un vestito troppo largo per le mie scarse motivazioni. Ma con pochi alti e molti bassi lo portai a conclusione.

Il diploma andava preso. Il diploma fu preso.

Neanche il tempo di festeggiare che a settembre si riproponeva lo stesso stress. L’università va fatta. E senza punto interrogativo. Va fatta. O almeno devi provarci. Se sei figlio di chi una laurea già ce l’ha non puoi sgarrare. La vera motivazione quindi è: figlio di laureato.

Mi iscrissi prima a comunicazione, poi a medicina e infine a giurisprudenza. Tutte accomunate dall’unico denominatore di avere la lettera “a” all’interno. Un po’ pochino per nascondere una certa confusione.

Il tema della motivazione cambiò spesso. Dall’iniziale “figlio di laureato” si passo a “quanti esami per evitare il militare?” fino a “con un 18 vado in Spagna?”. Le motivazioni poi cominciarono a farsi un po’ meno “occasionali” e alla fine il mio pragmatismo fu premiato. Era il 20 aprile 2005. Da quel giorno sono un laureato in giurisprudenza. Fu festa. Il voto basso non fu un problema. Ormai avevo abituato tutto l’ambiente a soffrire con me, popolo affezionato ad un maratoneta con l’unico obiettivo in ogni gara di arrivare prima o poi al traguardo.

Da lì la strada fu in discesa?

No.

Tutt’altro.

E il motivo è molto semplice:

– non avevo mai avuto un piano.

Ero andato avanti a carponi. A spinte sulla schiena.

Giocavo per giocare, senza sapere neanche in che porta dovessi segnare.

Giocavo solo perché vedevo gli altri.

E questo segnò non solo quel presente. Ma anche il mio futuro.

Come in una centrifuga ho sbattuto testa, spalle e sedere.

Mandato mille curricula, fatto corsi, fatto stage, fatto telefonate per vendere giornali inutili, fatto praticantato, fatto concorsi, firmato contratti sempre con un piede fuori. Mai stabili.

E in tutto questo il cervello prendeva appunti, nel silenzio della sua scatola. Il cuore viveva emozioni, intossicate dal monossido delle frustrazioni. Le mani iniziarono a scrivere, lungo il viaggio di ritorno sul treno regionale Milano-Torino. Dopo l’ennesimo colloquio ricco di speranze e povero di soddisfazioni.

Tutto è diventato esperienza. E’ diventato studio. Analisi. E’ diventato passione.

Fino ad oggi, dove quegli appunti sono ora manuale. In continuo aggiornamento. Da portare nelle aule, negli incontri e in qualche pagina.

Per aiutare le persone a non farsi male.

A non farsi troppi lividi.


Massimo Francone Autore presso La Mente Pensante Magazine
Massimo Francone
Docente, consulente e co-fondatore di Progetto Marconi – Agenzia per il lavoro e agenzia formativa
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Massimo FranconeMassimo Francone LinkedIn

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