
Quando raggiungi un obiettivo che non era tuo
Ci sei arrivato ma non era quello
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C’è un momento che forse ricordi. Avevi appena ottenuto una cosa che volevi da tempo: la laurea, il contratto, la promozione, le chiavi di casa. Qualcuno ti aveva fatto i complimenti, magari c’era stato anche un brindisi, e tu avevi sorriso nel modo giusto.
Poi sei rimasto solo, e hai aspettato di sentirti come pensavi che ti saresti sentito.
Non è successo. Non stavi male, questo no. Era più una calma strana, un po’ vuota, come quando scendi dal treno dopo un viaggio lungo e sul binario non c’è nessuno, e ti viene in mente che in fondo non avevi detto a nessuno a che ora arrivavi.
È un momento di cui si parla poco, anche con le persone più vicine, perché ci si sente ingrati solo a pensarlo. Hai avuto quello che tanti vorrebbero, come fai a dire che non ti ha dato niente? Allora ti racconti che sei stanco, che è stato un anno pesante, che ti ci vuole una vacanza. E quasi sempre, nel giro di qualche settimana, ti ritrovi con un nuovo traguardo in testa. Un po’ più grande del precedente, abbastanza lontano da riempire di nuovo le giornate.
La cosa curiosa è che funziona. Appena hai di nuovo qualcosa da inseguire, quella calma vuota se ne va e tu ti senti di nuovo te stesso.
Io ci ho messo molti anni a trovarlo strano. Se stai meglio quando riparti che quando arrivi, forse la stanchezza c’entra meno di quanto pensi. Forse vale la pena chiedersi per chi stavi correndo.
Quel silenzio dopo la festa
Alla fine degli anni Novanta due psicologi americani, Kennon Sheldon e Andrew Elliot, si sono fatti una domanda molto semplice: raggiungere un obiettivo ci fa stare meglio? Hanno seguito per mesi alcuni gruppi di studenti universitari. All’inizio chiedevano a ciascuno di scrivere i propri obiettivi e di dire, con sincerità, perché li stava perseguendo: perché qualcuno se lo aspettava, perché altrimenti si sarebbe sentito in colpa, perché ci credeva, perché gli piaceva. Poi tornavano a vedere com’era andata e come stavano.
Quello che hanno trovato, e che hanno pubblicato sul Journal of Personality and Social Psychology come modello dell’auto-concordanza, mi sembra una delle cose più utili che la psicologia abbia detto sui traguardi. Gli obiettivi raggiunti facevano stare meglio soprattutto quando somigliavano alla persona che li aveva scelti, ai suoi interessi, a ciò che per lei contava. Chi arrivava in fondo spinto dal senso di colpa o dalle attese di qualcun altro a volte ce la faceva comunque. Solo che, dopo, stava più o meno come prima.
È una dinamica che conosco da vicino.
Ho costruito cinque imprese nella mia vita, tre in Italia e due in Spagna. Ogni volta partivo con un’energia enorme: vedevo un problema, immaginavo la soluzione, la facevo crescere. Per un po’ andava bene, poi smetteva di andare bene, e io ricominciavo da un’altra parte. Per molto tempo mi sono detto che era colpa del mercato, del momento sbagliato, dei soci.
Solo alla fine ho avuto il coraggio di guardare l’unica cosa che in tutte quelle storie non era mai cambiata. Ero io. Non nel senso della colpa: nel senso che mi portavo dietro lo stesso modo di costruire, e lo stesso motivo per farlo, ovunque andassi. Cambiare paese non aveva cambiato niente.
Quando un desiderio ha la voce di qualcun altro
La parte più difficile da accettare è che un obiettivo ereditato non lo riconosci, perché non ha l’aspetto di un obbligo.
Se qualcuno ti costringesse te ne accorgeresti, e magari ti arrabbieresti pure. Ma le attese che ci formano davvero non arrivano come ordini. Arrivano quando siamo piccoli, da persone a cui vogliamo bene: uno sguardo fiero quando portavi a casa un bel voto, un silenzio un po’ deluso quando parlavi di certe idee, le storie su chi in famiglia “si era sistemato” e chi no. Nessuno ti ha mai detto cosa dovevi desiderare. L’hai capito da solo, perché volevi essere amato.
Gli psicologi Edward Deci e Richard Ryan hanno dato un nome a questo passaggio: introiezione. Vuol dire che una richiesta che veniva da fuori, a forza di sentirla, la porti dentro tutta intera. E da quel momento non la senti più come una richiesta. La senti come un desiderio tuo, detto con la tua voce.
Per questo è così difficile distinguerli. Un obiettivo tuo e uno ereditato ti fanno alzare presto allo stesso modo, ti chiedono le stesse rinunce, ti danno la stessa fatica e la stessa soddisfazione di fine giornata. La dottoressa Lorena Ruberi, in un articolo che consiglio, Il peso invisibile delle aspettative, lo dice bene: molte delle mappe con cui decidiamo cosa è giusto per noi le abbiamo ricevute dalla famiglia e dalla cultura in cui siamo cresciuti, e ci siamo talmente identificati che facciamo fatica a separare chi siamo da chi crediamo di dover essere.
Un punto in cui la differenza si sente, però, esiste. È l’arrivo.
Finché sei in cammino, la spinta è la stessa e copre ogni cosa. Quando ti fermi, se quel traguardo era tuo, senti che qualcosa dentro si posa, trova casa. Se invece stavi rispondendo a un’attesa di qualcun altro, senti soltanto che un peso si è tolto. È un sollievo, ma dura poco e non ti lascia niente in mano.
Quella calma vuota della sera, allora, non è un difetto tuo e non è ingratitudine. È il primo momento, dopo anni, in cui senti la differenza tra le due cose.
La fretta di ricominciare
Mi sono chiesto a lungo perché, pur avendola sentita tante volte, io quella calma vuota la riempissi sempre così in fretta.
In parte perché restarci fa paura. Se questo traguardo non era davvero mio, viene spontaneo chiedersi quali altri non lo sono, e la domanda non si ferma al lavoro: arriva alla città in cui vivi, a certe amicizie, a come passi le domeniche. È più facile rimettersi a correre.
E in parte perché ripartire piace a tutti. Quando annunci un nuovo progetto la gente è contenta per te. Se dici che ti fermi un po’ a capire, cominciano a preoccuparsi.
Nel lavoro che faccio con Intelligenza Evolutiva™ chiamo tutto questo direzione condizionata, ho scritto un articolo su questo e sulla distinzione da quella autentica. È una strada seria, percorsa con impegno, a cui manca una sola cosa: il momento in cui l’hai scelta. Finché ti muovi non te ne accorgi, e chi la segue di solito è bravissimo a non stare fermo.
Io mi sono fermato perché non avevo più forze, non perché avessi capito. Quando è crollata anche l’ultima impresa, la spinta che sentivo era quella di sempre: trovare in fretta qualcosa di nuovo, dimostrare che stavo reagendo, ricostruire il prima possibile. Non l’ho fatto, e non per saggezza. Ero troppo stanco. E in quello spazio insolito, che non avevo scelto, è venuta fuori una domanda che non mi ero mai fatto davvero: cosa voglio costruire, per quello che sono e non per quello che devo sembrare?
Non avevo una risposta, e per parecchio tempo non l’ho avuta. Però per la prima volta ero rimasto in quella calma abbastanza a lungo da ascoltarla.
L’ultima volta che hai raggiunto qualcosa di importante, quanto tempo è passato prima che ti dessi un nuovo obiettivo?
Se nessuno venisse mai a saperlo, quel traguardo lo vorresti ancora?
E in quella sera così quieta, prima di riempirla, cosa stavi sentendo?


