
Tra desiderio e realtà
Il senso della frustrazione
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Ci sono momenti in cui qualcosa dentro di noi sembra dire: non dovrebbe andare così. Un progetto non riesce, una persona non ci dà ciò che speravamo, una risposta tarda ad arrivare, un desiderio rimane inascoltato. A volte è sufficiente un piccolo contrattempo per far emergere irritazione, rabbia, impazienza. Altre volte la frustrazione si presenta in forme più silenziose: perdita di motivazione, senso di impotenza, tristezza, bisogno di abbandonare tutto. La frustrazione appartiene all’esperienza umana. Non è necessariamente un problema da eliminare. È, prima di tutto, il segnale di un incontro difficile tra ciò che desideriamo e ciò che la realtà ci permette di ottenere ed è proprio in questo spazio, spesso scomodo, tra desiderio e realtà, che possiamo comprendere qualcosa di importante su noi stessi.
Il desiderio incontra il limite
Frustrazione significa, in senso psicologico, sperimentare un ostacolo rispetto al raggiungimento di un obiettivo, di un bisogno o di un desiderio.Il bambino che vuole un giocattolo e si sente dire di no, l’adolescente che non viene scelto dal gruppo, l’adulto che non ottiene il riconoscimento professionale che si aspettava: situazioni molto diverse tra loro, ma accomunate dalla stessa esperienza fondamentale: io voglio qualcosa ma qualcosa mi impedisce di averla. Questo passaggio è tutt’altro che secondario nello sviluppo psicologico. Crescere significa infatti imparare progressivamente che il mondo non è completamente organizzato intorno ai nostri desideri. Esistono altre persone, altri desideri, imprevisti, regole, limiti, perdite. Esiste, soprattutto, una realtà che non possiamo controllare completamente. La frustrazione nasce spesso proprio da questo incontro con il limite e il modo in cui reagiamo a quel limite racconta molto del nostro modo di stare nel mondo.
Non tutta la frustrazione è uguale
Quando siamo frustrati, possiamo reagire in modi molto diversi. Possiamo arrabbiarci, cercare un colpevole, insistere, rinunciare, chiuderci, svalutarci oppure tentare nuovamente. Possiamo tollerare l’attesa oppure avere bisogno di una risposta immediata. La differenza non dipende soltanto dalla situazione esterna, ma anche dal significato che quella situazione assume per noi. Un rifiuto può essere vissuto come una semplice delusione oppure come la conferma di un pensiero più profondo: non valgo abbastanza. Un errore può essere considerato parte del percorso oppure trasformarsi nella prova di essere incapaci. Per questo la frustrazione non riguarda esclusivamente ciò che accade, riguarda anche la relazione che abbiamo con ciò che accade.
La rabbia dietro la frustrazione
Una delle emozioni più frequentemente associate alla frustrazione è la rabbia. Quando qualcosa ostacola il raggiungimento di un obiettivo, infatti, può comparire un’immediata spinta a rimuovere l’ostacolo: protestare, attaccare, forzare la situazione. La rabbia, in questo senso, non è necessariamente patologica ma può avere una funzione adattiva: ci segnala che qualcosa è importante per noi e ci fornisce energia per reagire. Il problema nasce quando non riusciamo a riconoscere la frustrazione che precede la rabbia. A volte è più facile dire sono arrabbiato che ammettere: sono deluso, mi sento impotente, avevo bisogno di essere riconosciuto, ho paura di non riuscire, non sopporto che questa cosa non dipenda da me. La rabbia, in casi come questi, diventa una sorta di corazza che protegge da emozioni più vulnerabili.
La frustrazione e l’illusione del controllo
Una delle caratteristiche della nostra epoca è il tentativo di ridurre continuamente l’attesa e l’incertezza. Possiamo ottenere rapidamente informazioni, acquistare qualcosa in pochi secondi, comunicare immediatamente con qualcuno, ricevere una risposta quasi istantanea. Questa velocità può modificare anche il nostro rapporto con il limite. Siamo sempre più abituati all’idea che, se qualcosa non funziona, debba esistere una soluzione immediata ma la vita psicologica non funziona secondo la stessa logica. Non possiamo accelerare un lutto. Non possiamo imporre a qualcuno di amarci. Non possiamo decidere quando arriverà un cambiamento interiore. Non possiamo controllare completamente il modo in cui gli altri ci percepiscono. Non possiamo evitare ogni forma di sofferenza. La frustrazione ci ricorda proprio questo: non tutto è sotto il nostro controllo e accettarlo non significa diventare passivi ma distinguere ciò che possiamo modificare da ciò che, almeno per il momento, dobbiamo imparare a tollerare.
Tollerare la frustrazione non significa sopportare tutto
L’espressione “tolleranza alla frustrazione” può essere fraintesa. Tollerare la frustrazione non significa accettare passivamente situazioni ingiuste, relazioni dannose o condizioni che potremmo cambiare. Significa riuscire a rimanere in contatto con il disagio senza essere immediatamente costretti ad agire per eliminarlo. È una capacità preziosa: poter sentire una emozione senza doverla trasformare immediatamente in un comportamento: posso essere arrabbiato senza aggredire; posso essere deluso senza distruggere ciò che ho costruito; posso desiderare qualcosa senza pretendere di ottenerla subito; posso sentirmi impotente senza concludere che sono completamente impotente. In questo senso, tollerare la frustrazione significa creare uno spazio tra ciò che sentiamo e ciò che facciamo ed è proprio in quello spazio che può comparire la possibilità di scegliere.
Quando la frustrazione diventa trasformativa
Non tutte le frustrazioni sono soltanto ostacoli. A volte una frustrazione può costringerci a modificare un’immagine che avevamo di noi stessi o della realtà. Avevamo immaginato una determinata carriera e scopriamo che non è quella che desideriamo davvero. Pensavamo che una relazione sarebbe durata per sempre e dobbiamo confrontarci con la perdita. Eravamo convinti di poter fare tutto da soli e ci troviamo nella necessità di chiedere aiuto. In questi momenti la frustrazione può avere una funzione trasformativa perché ci costringe a fare i conti con la distanza tra l’immagine di noi che avevamo costruito e ciò che realmente esiste. Non è un passaggio indolore anzi, spesso comporta una piccola forma di lutto: dobbiamo lasciare andare qualcosa che avevamo immaginato ma è proprio questo lutto a consentire la nascita di un desiderio più autentico.
La frustrazione come esperienza del limite
Possiamo pensare alla frustrazione anche come a un’esperienza fondamentale del rapporto con il limite. Il limite ci dice che non possiamo avere tutto, essere tutto, controllare tutto. È una scoperta difficile, soprattutto perché il desiderio umano tende naturalmente a spingersi oltre ciò che è immediatamente possibile. Eppure è proprio il limite a rendere possibile la scelta. Se tutto fosse possibile, scegliere perderebbe parte del suo significato. Se ogni desiderio potesse essere immediatamente soddisfatto, probabilmente avremmo meno occasioni per interrogarci su ciò che desideriamo davvero. La frustrazione, allora, può diventare una domanda: che cosa significa per me non ottenere ciò che voglio? È una domanda semplice solo in apparenza perché dietro una piccola frustrazione possono comparire bisogni molto più profondi: essere visti, sentirsi amati, sentirsi competenti, avere valore, essere autonomi, non sentirsi abbandonati.
Imparare a stare nel “non ancora”
Forse una delle competenze psicologiche più importanti consiste nel riuscire a stare dentro un’esperienza senza pretendere che si risolva immediatamente. Non tutto deve essere sistemato subito. Esiste un tempo del desiderio, un tempo dell’attesa, un tempo della perdita e un tempo della trasformazione. La frustrazione ci chiede spesso proprio questo: rimanere nel “non ancora”: non so se riuscirò, non so quando cambierà, non so cosa succederà, non ho ancora ciò che desidero. È uno spazio che può generare ansia, ma anche possibilità perché è quando rinunciamo alla necessità di avere immediatamente una risposta che possiamo iniziare ad ascoltare meglio ciò che sta accadendo dentro di noi.
Non eliminare la frustrazione, comprenderla
Forse l’obiettivo non dovrebbe essere quello di diventare persone che non si frustrano mai. Una vita completamente priva di frustrazioni sarebbe, del resto, una vita priva di ostacoli, ma anche probabilmente priva di molte delle esperienze attraverso cui diventiamo consapevoli dei nostri limiti, dei nostri desideri e delle nostre risorse. La questione non è quindi: come faccio a non essere frustrato? Potremmo provare a formulare una domanda diversa: che cosa mi sta dicendo questa frustrazione?
Potrebbe dirci qualcosa sul nostro desiderio, sulla paura di perdere ciò che per noi è importante, sul senso di impotenza che proviamo, sul bisogno di essere riconosciuti o sulle aspettative che abbiamo verso noi stessi. Potrebbe anche semplicemente mostrarci che stiamo incontrando un limite che, fino a quel momento, non avevamo ancora accettato. La frustrazione non è sempre un nemico da combattere. A volte è una soglia, un punto di passaggio che ci mette davanti a ciò che non possiamo avere, controllare o evitare e che, proprio per questo, può aiutarci a comprendere ciò che per noi conta davvero. Forse maturare psicologicamente non significa imparare a ottenere sempre ciò che desideriamo ma imparare lentamente a stare nella distanza tra ciò che desideriamo e ciò che è possibile. Significa poter desiderare senza pretendere, perdere senza sentirci perduti e incontrare il limite senza smettere di vivere.

Dott.ssa Silvia Pucciarelli
Psicologa specializzanda in Psicoterapia Comparata
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