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A caval donato…

Noli equites dentes…

Image by Kira auf der Heide on Unsplash.com – 


La la la la
You’ve been so kind and generous
I don’t know how you keep on giving
For your kindness I’m in debt to you

For your selflessness my admiration
For everything you’ve done you know I’m bound
I’m bound to thank you for it
La la la la


Kind and Generous, Natalie Merchant, 1998

“Ma non dovevi!” quante volte lo abbiamo detto, ma soprattutto, quante volte abbiamo pensato che quella persona davvero NON DOVEVA, che quel diffusore per ambienti a forma di ananas non era necessario, e sempre per educazione avevamo dichiarato che un portaoggetti in feltro arancione era una bella idea… Ed eccoci qua: un portaoggetti in feltro impacchettato tutto per noi con tanto di cornice abbinata. Questo è il magico mondo dei regali agghiaccianti e di chi li fa. Detto ciò, possiamo tranquillamente includerci in questo delizioso club, oppure usare un po’ di presunzione e impunemente pensare a qualcuno a cui vorremmo regalare la tessera onoraria di questo fantastico circolo. Fare regali è un’arte, anche farli male e sistematicamente non azzeccare i gusti dall’altro.

Ma perché, ci chiediamo, cosa si annida dentro la mente del regalatore seriale che miete vittime su vittime sbagliando con felina agilità ogni regalo che fa?

Approfondiamo con l’aiuto che ci offre la ricercatrice Monique Pollmann della Tilburg University, esprimendo in modo esaustivo in poche righe la (dis)funzione del regalo. “Data la sua natura universale, non sorprende che il donare sia stato studiato da diverse angolazioni. Racchiude importanti funzioni interpersonali perché i regali aiutano a costruire e riformulare le relazioni, promuovendo la felicità di chi dona. Oltre a ciò, i regali non sempre hanno conseguenze positive. Studi recenti dimostrano che i cattivi regali possono effettivamente minare una relazione” (fonte: PlosOne). Cosa si nasconderà mai dietro queste scelte errate, questi affronti non programmati che a volte subiamo? Perché ci fanno così indignare tanto da mettere in discussione rapporti, amicizie e legami? Sicuramente, la frustrazione di non essere riconosciuti, o meglio, conosciuti. Quante volte abbiamo detto che la lana ci dà prurito e… Tac, puntualmente, il maglioncino sotto l’albero in pura Merinos. E’ un attimo: il sedicente regalatore ti si avvicina piano piano, dai un colpo d’occhio alla busta, marrone, neutra, ti domandi se davvero sono le scarpe che avevate visto una settimana fa insieme (“Se sono loro sono troppo felice”), prendi il pacchetto, sì, sembra proprio una scatola e proprio da scarpe, scarti lentamente ma con dei gesti decisi per rimarcare la concitazione, ultimo lembo di carta… Bicchieri. Quattro. “Quelli che ti mancavano all’ultima grigliata”. E anche oggi, il regalo giusto arriva domani.

Se ci fosse un medicinale, andrebbe somministrato in endovena a chi pensa che sia una buona idea pensare semplicemente a cosa manca ad una persona e regalargliela. Se mi manca un basco in tweed nell’armadio a quasi quarant’anni c’è un’alta probabilità che non mi piacciano né i baschi, né i cappelli e nemmeno uno pseudo tartan. Questa superbia antica di sfidare le sorti (da parte di chi regala cose “per cambiare”) nell’Antica Grecia veniva chiamata hybris ed era severamente condannata. Con ragione.

Della questione “doni” si sono crucciati anche alcuni personaggi illustri che hanno segnato la storia della letteratura, probabilmente anche loro vessati da tanta violenza simbolica da parte di terze persone che non riuscivano a centrare il bersaglio, e si sono presi la briga di formulare dei suggerimenti a chi voleva affinare l’arte del regalare. Vediamone tre.

Marcel Proust, nella Recherche, attraverso le parole della nonna del protagonista, Bathilde, decanta il fascino di donare qualcosa di vecchio: “Persino quando doveva fare a qualcuno un regalo cosiddetto utile, quando doveva regalare una poltrona, delle posate, un bastone da passeggio, li cercava «antichi», come se, cancellato dal lungo disuso il loro carattere utilitario, apparissero disposti a raccontarci la vita di uomini d’altri tempi più che a soddisfare i bisogni della nostra. Le sarebbe piaciuto che tenessi in camera mia le fotografie dei monumenti o dei paesaggi più belli.” (Alla ricerca del tempo perduto, Marcel Proust, Newton Compton 2011).

Andiamo in Italia con Dino Buzzati, che in un articolo per il Corriere della Sera del 21 Dicembre 1960 scrive: “In quanto alle strenne, che sono la preoccupazione del giorno, vigono, mi sembra dei principi sbagliati e perniciosi. Si dimentica, per esempio, la regola fondamentale: cioè che il regalo perfetto deve essere una cosa inutile. Il donare, infatti, è per eccellenza un atto lirico, e qualsiasi convenienza pratica lo contamina. Una strenna utile, che poi si adoperi quotidianamente (delle calze, un aspirapolvere, un paio di scarpe) ha più della beneficenza che del regalo.” Caro Dino, sei tutti noi. Ma chi lo vuole un frullatore, mi mancano tre punti del supermercato, ci aggiungo quindici euro e me lo prendo.

In ultima istanza, Hector Hugo Munro, in arte Saki, che nei suoi Racconti invece sostiene e decanta la frivolezza, la leggerezza estetica come caratteristica sine qua non di un dono. “Personalmente non riesco a capire quale sia la difficoltà nello scegliere un cadeau adatto. Nessun giovanotto educato adeguatamente può restare indifferente davanti a una di quelle bottigliette decorative di liquore disposte con tanta reverenza nella vetrina di Morel, e non gli importerebbe minimamente se gli arrivassero dei doppioni. Inoltre, ci sarebbe sempre quel momento impagabile di tremenda incertezza – sarà crème de mente o Chartreuse? – simile al brivido di speranza che ti percorre quando vedi alzarsi la mano del tuo partner durante una partita di bridge.
[…] E poi, ovviamente, ci sono bicchieri da liquore, e la frutta candita e i tendaggi fantasia e montagne di altre cose necessarie nella vita, che rappresentano regali davvero sensati, per non parlare dei lussi, come trovarsi le bollette pagate o ricevere qualcosa di davvero delizioso nel campo della gioielleria.”

Tante strade da percorrere, ma qual’è quella giusta? Ha provato a rispondere Elena Campanini, psicologa e psicoterapeuta: “Bisogna considerare che un regalo può dire molto di chi lo sceglie e anche di come chi regala vede il destinatario. Nel regalo vogliamo lasciare anche una traccia di noi stessi, un’impronta che desideriamo lasciare pensando che l’oggetto entri in uno spazio personale,  talvolta anche intimo. Possiamo definire il regalo come un intreccio tra l’idea che chi regala ha dell’altro e quello che chi regala vuole mostrare o comunicare di se stesso».

Regalo scambio. Regalo ti vedo. Regalo guardami, perché ti guardo. Regalo eccomi, eccoci.

E se fosse un gioco? E se fosse un’occasione? Un momento ludico come quando da piccoli regalavamo i giochi ai nostri amici per poi correre a giocarci insieme. Dov’è andata quella sorpresa, quell’attesa di vedere sul volto il “nooo” di stupore e soddisfazione. Probabilmente si è nascosta, ma c’è. Allora regalare è un esercizio. Una prova.

Riflettere.

Buon lavoro.

Grazie a Natalie Merchant, a tutte le persone che nel corso della mia vita mi hanno regalato qualcosa di celeste e non si sono fermate al centesimo “non mi piace” (temerari, vi amo) e a chi si ferma, e regala.


Stefania Ghelli Autrice presso La Mente Pensante Magazine
Dott.ssa Stefania Ghelli
Educatrice
Bio | Articoli
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