
Le ragioni dell’emorragia di contenuti
Ma perché tutti scrivono?
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E’ l’era in cui tutti scrivono.
Tutti creano contenuti.
Tutti esprimono opinioni pubblicamente.
E’ l’era della comunicazione tra pari. Dei pari che vogliono diventare influenti.
Dai post, alle pagine, ai blog, ai podcast.
Potenzialmente è un’ottima era. A patto che non coincida con l’era in cui nessuno legge, nessuno ascolta, nessuno impara.
Tutti concentrati a dare finalmente il proprio punto di vista.
Democrazia creativa o anarchia di opinione.
Il silenzioso patto sociale è: crea contenuti se hai qualcosa da dire, se hai qualcosa in cui credi, se hai qualcosa che vuoi condividere col popolo.
Da un mondo abituato dal secolo scorso a guardare un canale, a leggere un giornale, ad ascoltare da un balcone ne abbiamo fatta di strada. In neanche tanto tempo.
Ma perché si creano e diffondono contenuti?
Secondo me per tre ragioni.
Numero uno
Perché si vuole dare un senso alla propria vita. Come ci insegna Erich Fromm, cerchiamo il nostro scopo. O almeno ci si prova. Ci hanno insegnato che il successo può arrivare per caso, può arrivare su chiunque, basta crederci, nulla è impossibile. Puoi puntarti un faro addosso e accendere un microfono, semplicemente stando comodo a casa tua. Ci hanno dato il potere dello show, almeno in scatola. Simuli il successo e se ti applichi arriva. Vuoi mettere il confronto col grembiule o le otto ore chini e alieni su scrivanie o banconi? Tutto molto bello, in premessa. In genere poi si finisce come la coda lunga dei supermercati: migliaia di prodotti a far vetrina e pochissimi venduti. Però creando contenuti proviamo a ritrovare noi stessi per differenza. Inseguendo il grande sogno dell’emancipazione dalle idee di fatica dei nostri avi, retaggio misto di orgoglio e sudore.
Numero due
Perché si ha qualcosa da dire. Oggi non serve avere patenti per dire o scrivere. La patente aiuta il brand, ma non è (più) condizione obbligatoria. Tutti possono creare contenuti, tutti possono avere un tema forte. D’altronde è l’epoca del riconoscimento ufficiale delle competenze informali: è riconosciuto cioè che ciò che si sa non debba per forza passare da un’aula o da una commissione d’esame per essere validato. Il fatto di avere qualcosa da dire trasforma l’obiettivo in una missione sociale. Nasce l’opportunità di incidere, con l’immensa vanità di avere un giorno un pubblico. Se poi la missione diventa anche ciò che mi fornisce da mangiare, ancora meglio.
Numero tre
Perché ci hanno detto così. Perché vedo che altri funzionano e allora perché non io? Per spirito di emulazione. Perché c’è spazio per tutti, come in un talent. Poi come in un grande talent pochi vanno avanti. Ma d’altronde tutto ha avuto inizio con i talent. Ma prima o poi dovevano finire la loro missione evangelica, e allora eccoci qua. Ex barricati nel Grande Fratello, in Music Farm, in Amici, Uomini e Donne, X factor. L’Uomo Comune si fa strada dal 2000 e la differenza con la Star si fa flebile, logora, invisibile. Saranno Famosi diventa Tentare Non Nuoce. Ci sono gli strumenti. Una tastiera e dei pixel. Aumenta il divertimento, il senso di rivalsa, la difesa del proprio spazio, la voglia di crearlo quello spazio. La globalizzazione ha cambiato la scala di lettura. Tutto gira intorno a te. Ci abbiamo creduto.
I confini delle tre ragioni non sono invalicabili, anzi. Sono valicabilissimi. Diventano senso comune, generazione 4.0, costumi dei nostri giorni.
E diventano anche ragione di questo articolo, di queste riflessioni. Nate senza maschere e con un’idea chiara. Non altrettanto chiara è quale delle tre categorie ne sia la madre.
Ma gli ingredienti principali ci sono. Almeno due. Una volontà di ferro e la consapevolezza di poter essere in ogni momento una scatola di biscotti abbandonata in qualche basso scaffale da supermercato.

Massimo Francone
Docente, consulente e co-fondatore di Progetto Marconi – Agenzia per il lavoro e agenzia formativa
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