
Educazione di genere e sessuo-affettiva: sé, corpo e relazioni
Prima ancora di sapere chi siamo
Image by Jennifer Kalenberg on Unsplash.com –
Se ogni figlio fosse visto come individuo, la questione del sesso perderebbe automaticamente importanza.
È una delle frasi più significative di Dalla parte delle bambine, il libro che Elena Gianini Belotti pubblicò nel 1973 e che, a distanza di oltre cinquant’anni, continua a interrogare il nostro modo di educare. Pedagogista, insegnante e scrittrice, Belotti osservava come le aspettative degli adulti contribuiscano a modellare, fin dai primi anni di vita e persino prima della nascita, il ruolo femminile. Il suo non era soltanto un invito a riconoscere le discriminazioni più evidenti, ma a interrogare qualcosa di più sottile, ovvero il modo in cui la cultura si insinua nei gesti quotidiani, nelle parole, nei giochi e nelle differenziate possibilità che offriamo a bambine e bambini, a partire dai primi gesti di cura come la qualità e i tempi dell’allattamento.
Rileggere oggi questo testo significa chiedersi quanto siamo davvero cambiati e per fare questo non basta osservare che le bambine possono indossare pantaloni, giocare a calcio o aspirare a qualsiasi professione: la questione riguarda anche ciò che continuiamo ad aspettarci da loro, ciò che premiamo e ciò che, spesso senza accorgercene, insegniamo a trattenere.
Tutto ciò, tenendo conto che l’educazione non trasmette soltanto conoscenze e regole, ma contribuisce a costruire l’idea che ciascuno sviluppa di sé, del proprio valore e del posto che può occupare nel mondo.
Le prime lezioni sul genere
Belotti assume come gli stereotipi relativi ai ruoli di genere vengano trasmessi come «verità indiscutibili». È proprio questa apparente naturalezza a renderli difficili da riconoscere: spesso non vengono presentati come regole da discutere, ma come modi ovvi di essere e comportarsi, dati inconfutabili di cui prendere atto e a cui aderire acriticamente.
Le aspettative di genere prendono forma così anche all’interno delle piccole interazioni quotidiane: nei comportamenti che vengono incoraggiati, in quelli che si correggono, nelle qualità che si riconoscono e in quelle che si invita a ridimensionare. La compostezza e la disponibilità possono diventare requisiti impliciti per le bambine, valori da perseguire, mentre nei bambini trovano più facilmente spazio l’iniziativa, l’esuberanza e la competizione. Allo stesso modo, a una bambina può essere insegnato a prestare attenzione ai bisogni altrui, mentre a un bambino può essere richiesto di mostrarsi autonomo e di non dare troppo spazio alla paura. Non si tratta di regole esplicite ma di messaggi che, ripetuti nel tempo, contribuiscono a definire quali comportamenti appaiano appropriati e quali, invece, fuori posto.
Quando diciamo a una bambina che è bella, ma a un bambino che è coraggioso; quando lodiamo lei perché è obbediente e lui perché è intraprendente, non stiamo semplicemente descrivendo due persone; stiamo contribuendo a costruire una gerarchia di qualità considerate desiderabili, distribuendole in modo differente.
Il rischio non è che ogni singola frase produca un effetto deterministico ma che, nel tempo, messaggi ripetuti finiscano per suggerire a ciascuno quali parti di sé siano più accettabili, quali debbano essere nascoste e quali meritino riconoscimento.
Il corpo: essere, apparire, piacere
Uno degli ambiti in cui queste aspettative diventano particolarmente visibili è il rapporto con il corpo. Belotti invita a guardare alle aspettative che accompagnano lo sviluppo «prima ancora» che i bambini nascano: anche l’attesa di un figlio può essere attraversata da immagini e significati culturali differenti a seconda che ci si aspetti una femmina o un maschio.
Dopo la nascita, queste aspettative possono trovare espressione nel modo in cui il corpo viene nominato, osservato e valorizzato.
Alle bambine viene spesso rivolto uno sguardo che ne sottolinea precocemente l’aspetto: il vestito, i capelli, la grazia, la bellezza, e allora l’apparenza diventa una delle principali fonti di riconoscimento, mentre altre qualità, come la curiosità, le capacità, la forza, la creatività, l’intraprendenza, ricevono meno attenzione.
Il corpo rischia così di essere vissuto non soltanto come il luogo dell’esperienza, del movimento e delle sensazioni, ma anche come qualcosa da osservare e valutare attraverso lo sguardo altrui.
E’ noto che il rapporto con il proprio corpo si costruisca anche attraverso i significati che gli adulti gli attribuiscono. Nel caso delle bambine, l’aspetto fisico può diventare precocemente un elemento centrale nel modo in cui vengono guardate, descritte e apprezzate: si sottolinea quanto siano carine, quanto siano graziose, quanto siano in ordine. Ai bambini, invece, vengono più facilmente riconosciute qualità legate all’azione, alle capacità e a ciò che sanno fare. Non si tratta di una distinzione assoluta, né di una regola valida in ogni contesto, ma di una tendenza culturale che può contribuire a trasmettere un messaggio diverso: per le bambine, il corpo come qualcosa da mostrare e valutare; per i bambini, il corpo come strumento per esplorare, agire e sperimentare.
Di fronte a questa tendenza, diventa fondamentale valorizzare ogni bambina e ogni bambino nella pluralità delle proprie caratteristiche, senza che le aspettative legate al genere ne limitino l’espressione e le possibilità di crescita.
Prospettive di educazione sessuo-affettiva
Le linee guida internazionali sull’educazione sessuale elaborate nel 2018 dall’UNESCO e da altre agenzie delle Nazioni Unite propongono un approccio progressivo, basato sulle evidenze e adeguato alle diverse fasi dello sviluppo. Accanto alle informazioni sulla salute, includono le relazioni, l’uguaglianza di genere, l’integrità corporea, il consenso e la prevenzione della violenza.
Eppure, in Italia, proprio la possibilità di affrontare questi temi a scuola è diventata oggetto di un confronto politico che interroga il significato stesso dell’educazione. La legge 9 giugno 2026, n. 104, promossa dal ministro Giuseppe Valditara, ha introdotto il consenso informato preventivo delle famiglie per le attività scolastiche attinenti alla sessualità e ha escluso tali attività didattiche e progettuali nella scuola dell’infanzia e nella scuola primaria. A tal proposito, è legittimo domandarsi se restringere gli spazi in cui affrontare questi argomenti sia davvero il modo più efficace per proteggere bambini e bambine, oppure se il rischio sia quello di lasciare senza parole, strumenti e occasioni di confronto proprio aspetti fondamentali della loro crescita.
Le evidenze ci informano che l’educazione al rispetto non comincia quando si nomina esplicitamente la sessualità, comincia quando insegniamo a una bambina che può dire di no senza sentirsi scortese, quando permettiamo a un bambino di esprimere paura senza considerarla una debolezza, quando mostriamo che il corpo non è una misura del valore personale e che nessuna relazione autorizza a disporre dell’altro. Questi apprendimenti non sono un’anticipazione impropria di temi adulti: sono parte dell’educazione alla convivenza e alla libertà personale.
Un bambino in età prescolare può iniziare a imparare che il proprio corpo merita rispetto, che può esprimere un disagio e che deve rispettare quello degli altri. Crescendo, può comprendere meglio il significato dei confini, la differenza tra desiderio e pressione, tra accordo e compiacenza. Nell’adolescenza, questi apprendimenti possono essere approfonditi affrontando le relazioni sentimentali, la sessualità, il consenso e le dinamiche di potere.
Queste competenze, certamente, non si costruiscono soltanto spiegando ai ragazzi come comportarsi, ma si costruiscono anche attraverso le relazioni che sperimentano e osservano: il modo in cui gli adulti ascoltano un rifiuto, rispettano la loro autonomia, gestiscono un conflitto e riconoscono le emozioni. Se a una bambina insegniamo che essere amata significa essere sempre disponibile, e a un bambino che il desiderio debba essere dimostrato insistendo, rischiamo di trasmettere messaggi contraddittori proprio mentre chiediamo loro di costruire relazioni basate sul rispetto.
Ecco perché non basta dichiarare di voler proteggere l’infanzia: occorre chiedersi da che cosa la proteggiamo e quali strumenti le offriamo per affrontare il mondo. Il silenzio non è mai neutrale, perché i modelli culturali continuano a circolare anche quando gli adulti scelgono di non affrontarli, e proprio per questo l’educazione sessuo-affettiva richiede una responsabilità condivisa tra famiglie, istituzioni educative e contesti sociali, ma anche la possibilità concreta di parlarne, sempre in modo competente e adeguato all’età.
Educare = ampliare le possibilità
Rileggere Dalla parte delle bambine oggi non significa sostenere che ogni differenza tra individui sia il risultato dell’educazione, né negare la complessità dello sviluppo. Significa riconoscere che nessun bambino cresce al di fuori di un contesto di aspettative, modelli e significati culturali.
Il compito educativo non è sottrarre i bambini a ogni influenza culturale, ma aiutarli a riconoscerla e a non subirla come un destino, facendo in modo che il modo di giocare, di esprimersi, di muoversi nel mondo e di entrare in relazione con gli altri possa essere esplorato liberamente, senza che le sovrastrutture di genere stabiliscano in anticipo ciò che è appropriato, desiderabile o possibile.
Perchè tutto questo sia possibile, si richiede agli adulti di interrogarsi sulle proprie abitudini. Quali comportamenti apprezziamo spontaneamente? Quali ci mettono a disagio? Quali emozioni tolleriamo nei bambini e quali nelle bambine? Quando chiediamo gentilezza, lasciamo spazio alla possibilità di dire no?
Credo che proprio in questo il libro di Belotti conservi la sua forza: nell’invito a guardare ogni bambino e bambina prima di tutto come una persona, non come il destinatario di un modello già definito. L’educazione sessuo-affettiva può raccogliere questa eredità e portarla nel presente, come una parte ordinaria dell’educazione alla conoscenza di sé e degli altri.
Imparare a riconoscere le proprie emozioni, rispettare il proprio corpo, esprimere un limite e ascoltare quello altrui non riguarda soltanto la prevenzione della violenza, ma la possibilità di costruire relazioni in cui nessuno debba rinunciare a una parte di sé per essere accettato.
«Ma se si smette di insegnare al maschio a dominare e alla femmina di accettare e amare di essere dominata, possono fiorire inaspettate e insospettate espressioni individuali molto più ricche, articolate, immaginose dei ristretti e mortificanti stereotipi.»
— Elena Gianini Belotti, Dalla parte delle bambine (1973).

Dott.ssa Monia Mei
Psicologa
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