
L’insostenibile meraviglia dei “no”
Costruire i “sì” che contano. Esperienza di una coach specializzata in bambini e giovani
Image by Jen Theodore on Unsplash.com
Dire “sì” o “no” oggi è diventato un atto quasi rivoluzionario. Viviamo in una società che, in nome dell’inclusività e della libertà individuale, ha accolto culture, valori e stili di vita spesso contrastanti. Una convivenza affascinante, ma che ha anche confuso le coordinate etiche. In questo scenario, i “no”, piccoli e grandi, sembrano essere diventati scomodi, persino sospetti.
Basti pensare a come i social media abbiano ridefinito i concetti di giusto e sbagliato, morale e amorale. L’esposizione precoce a contenuti sessualizzati, la promozione di modelli comportamentali da parte di influencer non qualificati, e la dilatazione semantica delle parole, dove ogni termine può significare tutto e il suo contrario, hanno reso i “no” parola rara. Eppure, oggi più che mai, sono necessari.
Influencer e adolescenti: chi guida chi?
Un esempio lampante: la recente ascesa dell’influencer virtuale “Aitana López”, un avatar generato dall’intelligenza artificiale, con milioni di follower su Instagram. Dietro di lei, non una ragazzina con sogni di gloria, ma un team di marketing che monetizza attenzione e insicurezze. I messaggi che trasmette sono perfetti, plastici e irraggiungibili. Il problema? Adolescenti in carne e ossa che la prendono come modello.
Nel Coaching, sono specializzata nel lavoro con bambini e giovani, vedo quotidianamente gli effetti di questa esposizione. Ragazzi e ragazze che rincorrono ideali irrealistici, e che, quando non li raggiungono, cadono nella spirale del disvalore personale. A tutto questo si aggiungono i commenti spietati che affollano i social: non solo tra coetanei, ma anche da parte di adulti che sembrano aver dimenticato ogni pudore e principio di empatia.
Uno studio del Centro Medico Universitario di Amburgo-Eppendorf, in collaborazione con DAK, ha rilevato che oltre un quarto dei giovani tedeschi tra i 10 e i 17 anni ha un rapporto problematico con i social media. In Italia, secondo l’OMS, tra il 10% e il 20% degli adolescenti manifesta disturbi mentali, soprattutto ansia e depressione. L’età in cui compaiono i primi segnali si abbassa sempre di più.
A livello europeo è attualmente in discussione l’innalzamento dell’età minima per accedere ai social media. Secondo il Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati (GDPR), il limite può essere fissato dai singoli Stati membri tra i 13 e i 16 anni, ma sempre più governi, come Francia e Germania, spingono per un’uniformazione verso i 15 o 16 anni. L’obiettivo è proteggere i minori da contenuti dannosi e ridurre l’impatto negativo sull’equilibrio emotivo, cognitivo e sociale, soprattutto in assenza di strumenti di verifica dell’età realmente efficaci.
I “no” che salvano
Nel mio lavoro di Coach con genitori e giovani, mi capita spesso di incontrare mamme e papà in difficoltà: temono che dire “no” significhi perdere l’affetto dei figli. È un dubbio comprensibile in un mondo in cui la libertà personale è diventata sacra, ma il problema è che senza limiti non esistono né sicurezza né crescita.
L’adolescente che non riceve mai un “no” diventa un adulto che non sa distinguere i confini propri e altrui. È qui che il Coaching diventa strumento di orientamento. Lavorare su visione del futuro, concretezza, gestione delle emozioni, pensiero critico e attività fisica aiuta i giovani a ritrovare un contatto reale con se stessi. Per i più piccoli, strumenti come le metafore visive e le immagini simboliche permettono di educare alle emozioni, valorizzando l’empatia naturale dei bambini.
Il corpo, la libertà e i limiti
Un altro ambito in cui la mancanza di “no” pesa è quello della violenza sulle donne. Da una parte, le giovani rivendicano il diritto di vestirsi, comportarsi e vivere come vogliono, e hanno ragione. Dall’altra, però, si ignorano spesso i contesti reali in cui queste libertà si esercitano. La rete è piena di individui disturbati che accedono facilmente a immagini intime, e i luoghi pubblici non sono sempre sicuri.
Il rispetto va sempre preteso, ma la libertà non può mai coincidere con l’ingenuità. In molte città le istituzioni non garantiscono protezione adeguata, e chi subisce violenza viene ancora colpevolizzato. Serve educazione al limite, non come freno, ma come forma di autodifesa intelligente. Perché se il contesto non è maturo, il “no” non toglie libertà: la protegge.
Piccole dive senza età
C’è poi il fenomeno sempre più diffuso di mamme che postano online le figlie truccate e vestite da adulte, fin dalla scuola materna. Sorrisi patinati, pose da copertina e outfit da influencer. Tutto molto “tenero”, se non fosse che quei “like” non costruiscono autostima. La mancanza di un “no” lì, in quelle foto, può costare molto caro.
Un “no” dato oggi può evitare un trauma domani. Non si tratta di essere rigidi o moralisti, ma di avere una visione più ampia. Perché c’è un mondo oltre l’apparenza, un mondo dove si costruiscono vera libertà, veri successi e vere relazioni.
Trasferire la valigetta dei “no”
Nel mio lavoro con i genitori, una delle cose che amo di più è creare con loro una piccola “valigetta dei no”: selezionati, ponderati, amorevoli. Non servono grida, punizioni o scontri frontali. Bastano confini chiari, spiegazioni coerenti e fiducia nel fatto che quei no, se ben dati, diventeranno tanti sì meravigliosi.
Sì consapevoli. Sì a ciò che li farà stare bene. Sì alla salute mentale, alle relazioni sane, alla realizzazione personale, alla stabilità finanziaria. Saper dire “no” oggi è il primo passo per saper dire dei meravigliosi “sì” alle cose giuste domani.

Teresa Burzigotti
NLC Master Coach e Teaching Trainer
Bio | Articoli | Video Intervista AIPP Giugno 2024
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