
La dimensione clinica del placebo [Parte 2]
Il placebo come cura possibile
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Sintesi della parte I
Nella prima parte il Placebo è stato esplorato come fenomeno relazionale e simbolico, oltre la riduzione a semplice non-trattamento o risposta aspecifica. Attraverso l’integrazione di contributi neuroscientifici, clinici e filosofici, è emerso come l’effetto placebo sia una risposta al significato, inscritta nella relazione terapeutica e nella costruzione dell’esperienza di cura. Il placebo si configura così come elemento strutturale della pratica clinica, capace di mettere in crisi il dualismo mente–corpo e di interrogare i modelli epistemologici della medicina contemporanea. Lungi dall’essere un’illusione, esso rende visibile il ruolo del contesto, dell’aspettativa e del senso nella risposta del soggetto alla cura.
Parte II – dimensione clinica
Suggestione, comunicazione e responsabilità terapeutica
Le parole sono importanti – Francesco De Gregori
Curare non significa semplicemente intervenire, ma partecipare a un processo – Hans Georg Gadamer, filosofo tedesco
Introduzione
Se la riflessione teorica consente di riconoscere il placebo come fenomeno relazionale e simbolico, è nella pratica clinica che tale complessità si manifesta in modo più evidente e, al tempo stesso, più problematico. La clinica è infatti il luogo in cui aspettative, linguaggio, diagnosi e relazione si intrecciano producendo effetti che incidono direttamente sull’esperienza di sofferenza del paziente.
Il placebo, in questo contesto, non può essere considerato un evento accidentale o marginale. Esso emerge ogni volta che un atto terapeutico – farmacologico, psicologico o assistenziale – viene inserito in una cornice di senso. La dimensione clinica del placebo chiama quindi in causa la responsabilità del curante, non solo sul piano tecnico, ma anche su quello comunicativo, relazionale ed etico.
La suggestione come dimensione inevitabile della cura
Il farmaco più usato in medicina è il medico stesso – Michael Balint, psicoanalista ungherese
Nel linguaggio comune, il termine suggestione conserva spesso una connotazione negativa, associata all’idea di manipolazione o inganno. In ambito clinico, questa diffidenza ha contribuito a rimuovere o minimizzare il ruolo della suggestione, come se fosse possibile una pratica di cura completamente neutra sul piano relazionale.
In realtà, ogni incontro clinico è attraversato da elementi suggestivi, espliciti e impliciti. Il tono della voce, il modo di formulare una diagnosi, la postura del curante, l’organizzazione del setting: tutti questi fattori concorrono a orientare l’esperienza del paziente. La suggestione non è dunque un’aggiunta artificiale, ma una componente strutturale della relazione terapeutica.
Il placebo rende visibile questa dimensione, mostrando come la risposta del paziente non dipenda esclusivamente dall’intervento tecnico, ma anche dal modo in cui esso viene presentato e vissuto.
Linguaggio clinico e costruzione dell’esperienza di malattia
Le parole non sono mai innocenti – Fabrizio De André
Il linguaggio occupa un posto centrale nella pratica clinica. Le parole utilizzate per nominare una diagnosi, descrivere una prognosi o spiegare un trattamento non si limitano a trasmettere informazioni, ma contribuiscono a costruire il significato dell’esperienza di malattia.
Attraverso il linguaggio, il paziente organizza la propria percezione del corpo, attribuisce senso ai sintomi e immagina il proprio futuro. Un linguaggio eccessivamente tecnico o distaccato può generare vissuti di estraneità e paura; al contrario, una comunicazione attenta e rispettosa può favorire un senso di contenimento e fiducia.
Il placebo agisce anche a questo livello: non come effetto delle parole in sé, ma come risultato della cornice simbolica che esse creano. La clinica diventa così uno spazio narrativo, in cui il racconto del paziente e quello del curante si incontrano e si influenzano reciprocamente.
Diagnosi, prognosi e aspettative implicite
La libertà è partecipazione – Giorgio Gaber
Uno dei momenti più delicati dell’incontro clinico è la comunicazione della diagnosi. In essa si condensano aspettative, timori e rappresentazioni che possono incidere profondamente sul decorso della malattia. La diagnosi non è mai un atto neutro: essa definisce un orizzonte di possibilità e di limiti, influenzando il modo in cui il paziente percepisce se stesso e il proprio corpo.
Analogamente, la prognosi orienta l’anticipazione del futuro, modulando speranza e disperazione. In questo senso, il placebo e il nocebo possono essere considerati come due poli di uno stesso continuum: il primo associato a un’anticipazione di beneficio, il secondo a un’anticipazione di danno.
La responsabilità clinica consiste nel riconoscere l’impatto di queste aspettative implicite, evitando sia l’illusione ingannevole sia una comunicazione rigidamente deterministica che rischia di amplificare la sofferenza.
Relazione terapeutica e fiducia
C’è chi cura senza toccare – Ivano Fossati
La guarigione avviene all’interno di una relazione che conferisce significato alla sofferenza – Gerome Frank, psichiatra americano
La relazione terapeutica costituisce il terreno su cui il placebo prende forma. La fiducia nel curante non è un elemento accessorio, ma una condizione che modula l’efficacia dell’intervento. Tale fiducia si costruisce nel tempo, attraverso coerenza, ascolto e riconoscimento della soggettività del paziente.
Il placebo non va inteso come un effetto prodotto intenzionalmente dal terapeuta, ma come un indicatore della qualità della relazione. Dove la relazione è fragile, anche l’intervento più sofisticato può risultare inefficace; dove la relazione è solida, il trattamento trova un terreno favorevole alla sua azione.
Questo non implica una idealizzazione del rapporto terapeutico, ma una presa d’atto della sua centralità nella pratica clinica.
Responsabilità etica del curante
La responsabilità non è di ciò che accade, ma di come lo attraversiamo – Franco Battiato
Il riconoscimento del placebo come dimensione intrinseca della cura apre inevitabilmente una riflessione etica. Essere consapevoli dell’impatto della relazione e del linguaggio significa assumersi la responsabilità di ciò che si comunica, anche involontariamente.
La questione etica non riguarda l’uso strumentale del placebo, ma la consapevolezza del potere simbolico insito nella posizione del curante. Ignorare questo potere non lo annulla; al contrario, lo rende opaco e potenzialmente dannoso.
Una pratica clinica responsabile richiede dunque una riflessione continua sul proprio modo di stare nella relazione, sul linguaggio utilizzato e sulle aspettative che si contribuisce a costruire.
Conclusione
La dimensione clinica del placebo mostra come la cura non possa essere ridotta a un insieme di procedure tecniche. Ogni atto terapeutico è un evento relazionale, in cui si intrecciano corpo, significato e aspettativa.
Il placebo rende visibile questa complessità e invita a una pratica clinica più consapevole, capace di integrare competenza tecnica e responsabilità relazionale. In tal senso, esso non rappresenta una deviazione dalla “vera” medicina, ma un richiamo alla sua dimensione più propriamente umana.
Bibliografia Essenziale – Parte II
Balint M. Il medico, il paziente e la malattia.
Benedetti F. Placebo and Nocebo Effects.
Colloca L., Finniss D. Nocebo effects, patient–clinician communication, and therapeutic outcomes. JAMA.
Frank J.D., Frank J.B. Persuasion and Healing.
Moerman D.E. Meaning response and the ethics of placebo.
Roter D., Hall J.A. Doctors Talking with Patients.

Dott.ssa grazia aloi
Psicoanalista | psicoterapeuta | sessuologa
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