
La faticosa conquista della “posizione” adulta [Parte 1]
Note a margine del rapporto adolescente-adulto
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Con questo articolo intendo avviare una riflessione articolata sulla relazione adolescente-adulto, che andrò a sviluppare e completare in successivi interventi. Di qui la numerazione progressiva.
Ad-olesco, Ad-oleo, Adulescens – Adultus.
Perché il titolo. Mezzo secolo fa, un gruppo di rock progressive italiano, il Banco del Mutuo Soccorso, titolava “la conquista della posizione eretta” uno dei suoi migliori album. Secondo il noto paleoantropologo americano J. DeSilva, la nostra (insolita) posizione eretta (con il conseguente bipedalismo) è alla base di molti dei tratti, unici e peculiari, che ci rendono esseri umani, i soli Homo sapiens.
Simbolicamente, la posizione eretta consente all’homo sapiens di non schiacciare lo sguardo sull’orizzonte terreno, ma gli consente di “guardare oltre”, di guardare in alto, di comprendere che non basta avere gli occhi per vedere, ma bisogna rendersi conto che senza luce gli occhi non servirebbero. E la luce “sta in alto”. La piena consapevolezza dovrebbe costituire anche il tratto distintivo della “posizione adulta” dell’homo sapiens.
Per articolare la riflessione sul rapporto adolescente-adulto, cominciamo pensando le parole. L’etimo e la storia della parola danno preziose indicazioni; in qualche modo permettono di comprendere in profondità quella che potremmo definire “l’anima” della parola stessa, i rimandi originari e le successive evoluzioni della stessa.
Adolescente e adulto sono parole strettamente correlate. La prima (adulescens) sostantiva il participio presente del verbo latino ad-olesco, verbo che si può tradurre con il nostro “cresco”, “maturo”; sta, dunque, ad indicare qualcuno che sta compiendo l’azione di diventare adulto, che ancora non lo è, ma tende a esserlo, che sta crescendo o maturando; la seconda parola (adultus) è la sostantivazione del participio passato dello stesso verbo e, dunque, sta ad indicare qualcuno in cui la tensione del crescere è alle spalle, è cessata: adulto sarebbe il cresciuto, il matur(at)o.
Se si guarda alla radice indoeuropea del suffisso oleo (che compone ad–olesco) e ci si sofferma sulla parentela con la parola greca ὀλός, (tutto, intero, compiuto, perfetto) non si può fare a meno di sottolineare come il processo di crescita tenda ad un compimento, ad un’interezza cui non si debba aggiungere altro. L’adulto sarebbe dunque colui che ha raggiunto la pienezza, la totalità (del suo esser uomo); l’adolescente colui che tende a raggiungere tale.
Non a caso, l’uomo adulto veniva indicato come quello che, “in pieno possesso” delle sue capacità fisiche e intellettuali, poteva essere considerato – anche giuridicamente – libero, autonomo, responsabile. Non altrettanto il giovane ancora incompiuto, “minore” (minorenne, dunque bisognoso di tutela, perché non pienamente padrone di sé, autonomo e responsabile).
Puntualizzazioni
- se la pienezza, l’interezza, va assunta come “termine” del processo di crescita (come “la” fine, e non solo “il” fine), il suo raggiungimento dovrebbe significare il termine del procedere; e se il procedere è il processo vitale, tale raggiungimento dovrebbe coincidere con la “morte”. Si comprende bene come tale termine, allora, non possa rappresentare altro se non “il” fine, l’ideale regolativo del processo stesso.
- Come “ideale regolativo”, la pienezza orienta e struttura il processo di crescita. In quanto ideale, però, è destinato a non essere mai pienamente raggiunto. In questo senso, pertanto, nessun “adulto” è pienamente tale. Nel nostro contesto culturale questo aspetto è stato estremizzato in senso estetico-emotivo: di qui le tanto compiaciute suggestioni sulla “sindrome di Peter Pan” che domina la rappresentazione di sé di molti sedicenti adulti dei nostri giorni.
- Se lo stadio che si può raggiungere (vita durante) non è la pienezza definitiva, la tappa (intermedia) che può continuare a definire l’adultità è quella della autonomia e della responsabilità (intesa come uscita dallo stato di minorità) ossia quella della libertà. Che la libertà del singolo sia sempre “condizionata” non è necessario ribadirlo.
Che gli adolescenti abbiano “fame di libertà” e “fame di autonomia” è abbastanza noto a tutti quelli che con essi hanno a che fare. La domanda che (sociologicamente) andrebbe fatta, a questo punto, è questa: si può ottenere libertà e autonomia senza essere disposti ad assumersi la responsabilità che ciò comporta? (La “sindrome di Peter Pan” ha di patologico la pretesa di scindere libertà da responsabilità).
Bisogno, pulsione, appetito, desiderio
Introducendo il termine “fame” ho volutamente rinviato ad un’altra struttura che dà forma al tendere degli umani e degli adolescenti: il bisogno, quel bisogno che si articola in desiderio e che si radica nell’intenzione.
Che l’uomo tenda è indice, come amava dire Nietzsche, del fatto che non riesce mai a stabilizzarsi (Al di là del bene e del male, § 62); tende alla piena realizzazione di sé, ma non riesce mai a raggiungerla definitivamente (Sartre, ne L’essere e il nulla, diceva che corriamo verso noi stessi “senza mai raggiungerci”). Di questa “incompiutezza”, però, via via che cresciamo abbiamo consapevolezza ed è per questo che non possiamo essere considerati solo come “macchine pulsionali” che cercano affannosamente la scarica (come una certa deteriore psicoanalisi lascia intendere), ma dobbiamo pensarci come “esseri desideranti”.
Quella che Freud chiamava “pulsione” (Trieb, in tedesco) e che individuava come base della dinamica della psiche (almeno a partire dai Tre saggi sulla teoria sessuale del 1905 e da Pulsioni e loro destini del 1915), per sua stessa definizione (Introduzione alla psicoanalisi), veniva definita come “concetto mitologico”, perché potente ma impossibile da definire con precisione, “grandioso nella sua indeterminatezza”. L’indeterminatezza deriva dal suo essere un concetto limite, una soglia che insieme distingue e congiunge il somatico e lo psichico. E la pulsione è fondamentalmente “inconscia” (dunque rappresenta una sorta di “altro” all’interno dell’io).
La concezione che riduce l’uomo a macchina pulsionale (là dove la pulsione è trascrizione psichica immediata e inconsaputa del “bisogno” somatico) che mira semplicemente alla “scarica” o alla “soddisfazione”, è una concezione dell’uomo riduttiva, deprivante nel suo ottuso materialismo ingenuo.
Molta più consapevolezza mostrava Spinoza quando articolava il nesso tra conatus (il freudiano Trieb), appetito e desiderio in questi termini: il conatus è il tendere biologico dell’uomo (non a caso, Darwin fa del “conatus sese conservandi”, l’istinto di sopravvivenza, la molla fondamentale del processo evolutivo). Tale conatus, però, quando viene riferito simultaneamente alla mente e al corpo, viene chiamato appetito; quando viene riferito alla sola mente, viene chiamato volontà; la volontà è strettamente connessa al desiderio, e quest’ultimo viene definito “l’appetito accompagnato dalla coscienza”, dalla consapevolezza (Etica, III, prop. 9, scolio). IL singolo uomo, perciò, viene definito come “essere desiderante”: il desiderio è “l’essenza” del singolo uomo, ciò che autenticamente “dà forma” al suo tendere biologico e dà ragione della costituiva difficoltà ad essere definitivamente appagato. Per parafrasare una nota pubblicità di qualche anno fa, il desiderio “non è proprio fame, è voglia di qualcosa di buono”.
Se il “de” dell’etimologia del desiderare è un prefisso intensificativo, il desiderare sarebbe il contemplare avidamente, il bramare qualcosa di attraente e di sentito come essenziale, anche se molto distante (in quanto posto a distanze siderali, stellari, e, dunque, irraggiungibile). L’autentico desiderio non è bisogno, né appetito, ma è istanza di trascendimento in direzione di quella pienezza verso la quale si tende e che si percepisce come “buona”. Questo “bene” è quello cui si anela, perché solo se si raggiunge il bene non si sta male (sembra una banalità, ma non lo è). Per dirla con la filosofia greca (da Anassimandro ai Neoplatonici) solo l’attingimento dell’autentico bene ti “compie”, ti perfeziona, ti rende autenticamente felice.
Il fanciullo, come l’albero, tende a ciò che è più alto (Hölderlin)
Si può tirare una prima conclusione: l’uomo è un essere desiderante che cerca la pienezza e la felicità. Ed è cercando questa felicità, questa pienezza, che “si prende cura di sé”, ossia si prende cura del suo essere desiderante, dando forma alla sua singolarità personale (alla sua singolare personalità).
L’adolescente desidera intensamente di raggiungere la pienezza, l’autonomia, l’indipendenza, la realizzazione di sé (aspira a crescere “bello e buono”, avrebbe detto Platone).
Una qualche vaga nozione di che cosa sia il bello e buono per sé (ma anche in sé) non può non cominciare a farsela (se non sa che cosa cerca, non sa nemmeno quando la trova).
Qui entra in gioco il ruolo della “cultura” e della “educazione”. La “cultura” (intesa in senso antropologico, quella in cui il soggetto in formazione è gettato sin dalla nascita) dovrebbe essere in grado di indicare un modello di “adulto” perseguibile e raggiungibile. E gli adulti presenti in società dovrebbero spontaneamente orientare la crescita dei giovani in tale direzione: nelle società ancora prive di istituzioni educative formalizzate, dove si pratica la cosiddetta “educazione naturale” (di cui è parte quella familiare), il lavoro educativo è affidato allo spontaneo e irriflesso lavoro degli adulti, proposto inconsapevolmente all’imitazione dei fanciulli (e rinforzato dalle favole loro narrate).
Ma anche nelle società in cui l’educazione viene affidata e delegata ad istituzioni formalizzate “specializzate” (scuole, gruppi associativi, gruppi sportivi ecc.) il lavoro dell’educatore dovrebbe continuare ad essere quello propriamente maieutico evocato dall’etimo del verbo e-ducare (e-ducere): aiutare a “portare alla luce” ciò che già è nell’intenzione profonda dell’educando, il senso autentico del tendere che struttura il vivere, la ricerca della (propria) forma, della propria autonomia, della propria cifra stilistica, della propria libertà.

Prof. Piergiorgio Sensi
Docente di Scuola Secondaria e Universitario
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