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La mente razionale e la mente emozionale

Due modi diversi di leggere la realtà

Image by Joel Burgess on Unsplash.com – 


Perché a volte sappiamo perfettamente che non dovremmo reagire in un certo modo, eppure qualcosa dentro di noi sembra spingerci proprio in quella direzione? Perché una paura può prendere il sopravvento anche quando sappiamo razionalmente di non essere in pericolo? Perché una critica può farci arrabbiare molto più di quanto vorremmo? E perché, in alcuni momenti della nostra vita, sentiamo il bisogno di ritirarci, stare soli e ridurre al minimo le nostre energie?

Per comprendere queste esperienze può essere utile partire da una distinzione proposta da Daniel Goleman nel suo libro Intelligenza emotiva: quella tra mente razionale e mente emozionale. Su una linea simile, anche lo psichiatra britannico Steve Peters, ne Il paradosso dello scimpanzé, utilizza una metafora per descrivere questa distinzione. Qua la parte più emotiva e istintiva della nostra mente viene rappresentata dallo “Scimpanzé”, mentre quella più razionale e riflessiva dall’“Umano”.

Non devono essere intese come due menti separate, come spesso succede, piuttosto come modalità diverse attraverso cui possiamo leggere ciò che accade e reagire alla realtà. Eppure per capire perché la mente emozionale abbia ancora oggi un’influenza così forte, dobbiamo fare un passo indietro.


La mente emozionale è una mente molto antica

La nostra mente emozionale ha radici molto profonde nella storia dell’essere umano. Per un tempo immensamente più lungo di quello in cui abbiamo vissuto nelle società moderne, la nostra sopravvivenza è dipesa dalla capacità di riconoscere rapidamente un pericolo, reagire a una minaccia, trovare protezione, difendere il territorio, procurarci il cibo e mantenere legami con il gruppo. Non era questione solo di istinto e rapidità d’azione, ma il cervello dei nostri antenati ancora non era abbastanza sviluppato per poter elaborare le informazioni in modo prevalentemente razionale. Ed è qui che le emozioni servivano da bussola per orientare le decisioni: la paura ci indicava la presenza di un pericolo per noi o per i cari; la rabbia dava l’energia necessaria per affrontare una minaccia; la tristezza ci regalava il tempo necessario a ‘leccarci le ferite’, facendosi così rallentare e a ritirarci in un momento di forte vulnerabilità.

È emerso ormai da numerosi studi, primo tra tutti lo studio sulle emozioni universali del recentemente deceduto Paul Ekman, che tutte le emozioni hanno una funzione ben specifica. Sono impulsi attraverso cui il nostro organismo ci segnala che qualcosa è importante e ci prepara a rispondere. Il fatto è che la società è cambiata molto più rapidamente rispetto alle funzioni di base che regolano le nostre risposte emotive. Oggi non dobbiamo normalmente scappare da un animale feroce o combattere fisicamente per difendere il nostro cibo. Eppure possiamo provare una risposta di allarme molto intensa davanti a una telefonata, a una critica, a un messaggio senza risposta o a una situazione di lavoro.


La paura: proteggerci, ma anche limitarci

La paura ha una funzione evidente, quella di proteggerci. Ci segnala un possibile pericolo e ci prepara a reagire. Nella società odierna la paura si è trasformata in preoccupazione per un evento futuro, ma in realtà l’ansia che si attiva nel momento in cui temiamo che qualcosa vada male è un sentimento costruttivo che ha il compito di iniziare il pensiero creativo per cercare soluzioni. Il problema nasce nel momento in cui prende il sopravvento. Goleman descrive il modo in cui un’emozione intensa può trasformarsi in una situazione di ‘ostaggio emotivo’.  Quando tutta la nostra attenzione è concentrata sul pericolo, diventa più difficile esplorare possibilità nuove, immaginare alternative e uscire dagli schemi abituali.


La rabbia: energia per reagire

Quando percepiamo un’ingiustizia, un’invasione dei nostri confini, una minaccia o qualcosa che consideriamo profondamente sbagliato, la rabbia può darci energia. È l’energia per dire ‘no’, per opporsi a qualcosa che va contro di noi e i nostri valori. In un contesto primordiale, essere pronti a combattere poteva essere fondamentale per la sopravvivenza. Nel mondo contemporaneo, però, non possiamo trasformare ogni attivazione in un combattimento. Possiamo essere arrabbiati con il nostro partner, con un collega, con un familiare o con una persona che ci ha ferito, ma la nostra vita sociale richiede di trovare modalità diverse per esprimere quella rabbia.

Questo non significa che dobbiamo eliminarla. La rabbia può contenere informazioni preziose su ciò che per noi conta, l’importante è saper riconoscere quel messaggio e saperlo comunicare in modo assertivo senza ricorrere all’aggressione o senza reprimerla per paura delle conseguenze. E qui la mente razionale diventa un grande alleato per trasformare quell’energia in una risposta più adeguata alla situazione.


La tristezza: quando abbiamo bisogno di rallentare

Tra le emozioni che tendiamo a considerare più negativamente c’è la tristezza, eppure Goleman richiama l’attenzione anche sulla sua possibile funzione. Quando siamo colpiti da una perdita, da una delusione o da un’esperienza dolorosa, possiamo avere meno energia, meno voglia di interagire con gli altri e una maggiore tendenza a ritirarci. A prima vista potrebbe sembrare soltanto qualcosa che ci rende meno efficienti, ma possiamo guardarla anche da un’altra prospettiva.

In un momento di forte vulnerabilità, rallentare può essere una forma di protezione. Ridurre le attività, cercare solitudine, avere meno energia da dedicare all’esterno può permettere di concentrare le risorse sull’elaborazione di ciò che è accaduto. Anche in questo caso l’emozione non è necessariamente un ostacolo da eliminare, è il messaggio che ci dice che abbiamo bisogno di prenderci cura di noi stessi e di lasciarci aiutare da chi ci fidiamo.


Istinto o razionalità: di quale fidarsi?

La distinzione tra mente emozionale e mente razionale è netta. La mente emozionale tende a cercare rapidamente un significato. È categorica in quanto può trasformare una situazione complessa in un semplice “sicuro o pericoloso”, “amico o nemico”, “mi accetta o mi rifiuta”. È personale: ciò che accade viene interpretato solo in relazione a noi e alla nostra storia. È autoconvalidante: ci dà l’illusione di essere sempre dalla parte della ragione.

La mente razionale, invece, fa qualcosa di diverso: crea uno spazio tra ciò che accade, ciò che sentiamo e il significato che attribuiamo a ciò che accade. Ci permette di osservare la situazione da più prospettive, distinguere i fatti dalle interpretazioni, considerare informazioni diverse e chiedersi se esistano altre possibilità oltre alla prima risposta che ci viene spontanea. Spesso lo fa a discapito dei nostri bisogni, senza che noi ce ne rendiamo neanche conto.

Troppo comune è il pensiero che il benessere deriva dalla capacità di controllare le emozioni. Anche i messaggi della mindfulness vengono spesso mal interpretati con il dover essere calmi anche nei momenti di forte crisi. In realtà non è così. L’intelligenza emotiva, la consapevolezza e pratiche di mindfulness non devono essere intese non come strumenti per “spegnere” o controllare le emozioni, ma come possibilità per creare uno spazio di dialogo tra le due menti.

Per comprenderlo meglio può essere utile fare riferimento al modello proposto dallo psichiatra Steve Peters nel libro Il paradosso dello scimpanzé. Peters utilizza la metafora dello Scimpanzé per rappresentare il sistema più emotivo, rapido e impulsivo, mentre l’Umano rappresenta la parte più riflessiva e razionale. Non si tratta, naturalmente, di due menti realmente separate, ma di un modello metaforico che aiuta a comprendere il conflitto che a volte sperimentiamo dentro di noi: una parte reagisce immediatamente, mentre un’altra sa che forse sarebbe meglio fermarsi, valutare e scegliere. Lo Scimpanzé può percepire una minaccia e reagire prima ancora che abbiamo avuto il tempo di analizzare la situazione. L’Umano può invece fermarsi, raccogliere le informazioni, considerare le conseguenze e cercare una risposta più adeguata al contesto.


Conclusione

La mente emozionale non è una caratteristica inaffidabile degli esseri umani. È una parte antica e fondamentale di noi, che continua a svolgere una funzione importante: ci segnala ciò che percepiamo come minaccioso, ciò che ci ferisce, ciò che per noi conta e ciò di cui abbiamo bisogno. Il problema nasce quando una risposta è sproporzionata e ci tiene ‘ostaggio’, facendoci perdere di vista la realtà. La mente razionale, d’altra parte, non è chiamata a cancellare tutto questo. Il suo compito è quello di raccogliere dati ed aiutarci a salutare la giusta reazione e soluzione.

Non dobbiamo quindi scegliere tra emozione e ragione, né imparare a controllare perfettamente ciò che proviamo. Possiamo piuttosto imparare a riconoscere le nostre reazioni, comprenderne il significato e lasciare che la mente razionale e quella emozionale collaborino.


Bibliografia

Goleman D., Intelligenza emotiva, (BUR Saggi: 2022)
Peters S., Il paradosso dello scimpanzé, (Sperling & Kupfer: 2015)


Tanya Giannecchini Autrice presso La Mente Pensante Magazine
Tanya Giannecchini
Counselor
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