
Plasticità e ambiente digitale
Come le tecnologie modificano la mente umana
Image by Sumaid pal Singh Bakshi on Unsplash.com
È ormai evidente che le tecnologie non rappresentino più un semplice strumento esterno, ma vere e proprie estensioni del nostro mondo interno e sociale. Secondo il filosofo Luciano Floridi (2015), il confine tra la dimensione online e quella offline è divenuto sfumato a tal punto da poter affermare l’esistenza di un nuovo universo onlife, in cui il digitale è intrecciato in modo continuo con l’esperienza quotidiana. Pertanto, smartphone, social network, intelligenza artificiale e ambienti virtuali non si limitano a fungere da supporto ed estensione del nostro funzionamento cognitivo, ma stanno progressivamente rimodellando il nostro cervello, sfruttando una delle sue caratteristiche più straordinarie: la plasticità neuronale. La plasticità è la capacità del cervello di modificare la propria struttura e il proprio funzionamento in risposta al contesto esperito, attraverso una continua riorganizzazione dei circuiti neuronali. Come mostrano numerosi studi neuroscientifici, tale capacità non riguarda esclusivamente l’infanzia, ma accompagna l’essere umano lungo tutto l’arco della vita (Kolb & Gibb, 2014).
In questo senso, ad oggi, l’ambiente digitale è divenuto uno dei principali “contesti di sviluppo” della mente umana, in grado di influenzare attenzione, memoria, regolazione emotiva e processi di costruzione del significato (Firth et al., 2019). L’esposizione continua a flussi informativi rapidi e frammentati, infatti, modifica non tanto cosa pensiamo ma piuttosto “il modo in cui pensiamo”.
E dunque come stiamo cambiando? E soprattutto: quali competenze ci servono per abitare in modo sano, consapevole e funzionale l’universo onlife?
La mente nell’ambiente digitale
Come mostrano gli studi sulla mente estesa, gli strumenti tecnologici diventano parte integrante dei nostri processi cognitivi; Si può dire che, in qualche modo, funzioniamo ed esistiamo solo con il digitale ma anche attraverso il digitale.
In altre parole, la mente umana e le sue funzioni cognitive possono “estendersi” al di fuori dell’uomo, ed in particolare nell’ambiente circostante e nelle tecnologie che comprende, come teorizzato dal filosofo Andy Clark (2006) a partire dal concetto di «mente estesa». Tale concetto può essere facilmente compreso attraverso il cosiddetto “esperimento mentale” di Otto; Otto è un anziano signore appassionato di mostre d’arte e affetto da una forma di demenza che gli comporta problemi di memoria ed orientamento. Egli, dunque, decide di utilizzare un taccuino per appuntarsi le indicazioni necessarie per non perdersi durante le sue visite culturali. Quando Otto soffre una momentanea crisi di orientamento e controlla le informazioni rilevanti sul taccuino, Clark sostiene che l’interezza del processo di memoria si trova nel taccuino e non nel suo cervello. Secondo questa visione, che sfida i presupposti di qualsiasi concezione riduzionista e materialista dei processi cognitivi, appare chiaro come anche gli strumenti digitali possano rappresentare un mezzo efficiente per il supporto nonché l’estensione del funzionamento cognitivo dell’essere umano (Chalmers, 2019; Triberti & Scuotto, 2025).
D’altra parte, l’essere umano può essere definito un “natural born cyborg”, poiché non solo è in grado di estendere il proprio funzionamento cognitivo attraverso le tecnologie, ma possiede anche la capacità di integrarle stabilmente nella propria rappresentazione di sé (Clark, 2001). L’ambiente digitale, difatti, influenza anche la percezione del corpo e dell’identità. Emblematico, in questo senso, è l’uso contemporaneo di avatar e di immagini di sé personalizzate o modificate all’interno dei profili social e degli ambienti virtuali, che permette all’individuo di sperimentare configurazioni identitarie alternative, ampliando temporaneamente le proprie possibilità di azione ed espressione.
Plasticità cognitiva, ambiente digitale e capitale semantico
Tuttavia, se la tecnologia da un lato potenzia ed estende le nostre capacità come specie vivente, l’abbondanza informativa che caratterizza l’ambiente digitale non coincide necessariamente con una maggiore comprensione della realtà. L’esposizione continua a contenuti rapidi e frammentati può ridurre la capacità di attenzione e di memoria oltre che depotenziare la capacità di elaborare le informazioni in profondità e il controllo esecutivo, cambiamenti che si stanno accompagnando a una modifica strutturale del cervello delle nuove generazioni (Carr et al., 2010; Firth et al. 2019).
Uno dei paradossi dell’era digitale è il connubio tra l’abbondanza di informazioni e la crescente difficoltà nel costruire significato da parte di chi fruisce di queste stesse informazioni. L’esposizione continua a contenuti rapidi, emotivamente intensi e spesso decontestualizzati può impoverire la capacità di riflessione profonda e di elaborazione critica.
È proprio in questo scenario che Floridi introduce il concetto di capitale semantico. Il capitale semantico indica la capacità di comprendere e produrre significati in modo responsabile e consapevole ovvero la capacità di produrre senso sulla base della propria esperienza personale e delle informazioni che si hanno.
Nel mondo iperconnesso, questa forma di capitale diventa una risorsa fondamentale, tanto quanto le competenze tecniche.
Le competenze per il futuro
Alla luce di questi cambiamenti, emerge la necessità di potenziare specifiche competenze umane che risultano sempre più indispensabili per un utilizzo attivo, consapevole e responsabile delle tecnologie digitali. Non solo competenze tecniche, ma soprattutto di abilità cognitive e socio emotive che consentano all’individuo di orientarsi in modo critico all’interno dell’ambiente onlife (Floridi, 2015).
Tra le competenze cognitive assumono un ruolo centrale il pensiero critico, la capacità di valutare l’affidabilità delle informazioni e di ragionamento. Tuttavia, tali abilità risultano insufficienti se non accompagnate dallo sviluppo di competenze emotive e relazionali, fondamentali per agire nel mondo digitale in modo etico e responsabile. La difficoltà di riconoscere e regolare le emozioni, unita all’apparente anonimato e alla distanza relazionale tipica degli ambienti online, può favorire l’emergere di nuovi fenomeni di disagio e devianza, come il cyberbullismo, il revenge porn e altre forme di violenza mediata dalla tecnologia (Hinduja & Patchin, 2019; López-Benítez & Fernández-Berrocal, 2025)
Per concludere, non è destinata a subire passivamente le trasformazioni imposte dalla tecnologia. Al contrario, è possibile supportare una plasticità volontaria e consapevole, orientata da pratiche educative e culturali. Figure come educatori mediali e psicologi possono accompagnare le nuove generazioni nello sviluppo di specifiche competenze critiche ed emotive, favorendo trasformando l’ambiente digitale da semplice spazio di consumo a ambiente di crescita e costruzione di senso (Iavarone & Aruta, 2022). Le tecnologie digitali, infatti, se da un lato offrono importanti opportunità di esplorazione e di sviluppo cognitivo, emotivo e morale (Scuotto et al., 2024), dall’altro richiedono nuove capacità affinché tale sviluppo possa realmente realizzarsi e affinché la tecnologia diventi un mezzo di supporto e di estensione di sé, utilizzato in modo consapevole e responsabile.
Bibliografia
Carr, N. (2010). The shallows: How the internet is changing the way we think, read and remember. Atlantic Books Ltd.
Chalmers, D. (2019). Extended cognition and extended consciousness. In M. Colombo, E. Irvine, & M Stapleton (Eds.), Andy Clark and his critics, 9-20.
Clark A., (2006). “Memento’s revenge: The extended mind, extended”, in R. Menary (a cura di), The Extended Mind, Ashgate, Aldershot.
Clark, A. (2001, July). Natural-born cyborgs?. In Cognitive Technology: Instruments of Mind: 4th International Conference, CT 2001 Coventry, UK, August 6–9, 2001 Proceedings (pp. 17-24). Berlin, Heidelberg: Springer Berlin Heidelberg.
Firth, J., Torous, J., Stubbs, B., Firth, J. A., Steiner, G. Z., Smith, L., … & Sarris, J. (2019). The “online brain”: how the Internet may be changing our cognition. World psychiatry, 18(2), 119-129.
Floridi, L. (2015). The onlife manifesto: Being human in a hyperconnected era (p. 264). Springer Nature.
Hinduja, S., & Patchin, J. W. (2025). The role of hope in bullying and cyberbullying prevention. Frontiers in Sociology, 10, 1576372.
Iavarone, M. L., & Aruta, L. (2022). Digital skills between soft and hard. The Media Educator among critical issues and opportunities. Form@ re-Open Journal per la formazione in rete, 22(3), 242-251.
Kolb, B., & Gibb, R. (2014). Searching for the principles of brain plasticity and behavior. Cortex, 58, 251-260.
López-Benítez, R., & Fernández-Berrocal, P. (2025). Role of dispositions toward ridicule and being laughed at in emotional intelligence, bullying and cyberbullying among university students. Social Psychology of Education, 28(1), 183.
Scuotto, C., & Triberti, S. (2025). Plasticità e ambiente digitale. In M. L. Iavarone (Ed.), Neotenia e plasticità umana. Una prospettiva transdisciplinare per l’educazione. FrancoAngeli.
Scuotto, C., Triberti, S., Iavarone, M. L., & Limone, P. (2024). Digital interventions to support morality: A scoping review. British Journal of Educational Psychology, 94(4), 1072-1090.

Dott.ssa Chiara Scuotto
Psicologa, Psicoterapeuta in formazione sistemico relazionale e dottoranda in Psicologia
……………………………………………………………..
![]()

