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Invidia e trasformazione

Sprigionare luce dall’ombra del confronto

Image by Negar Nikkhah on Unsplash.com


Ci sono esperienze che costringono a osservare da vicino dinamiche relazionali che, in condizioni ordinarie, preferiremmo non vedere. Le ho incontrate sia nella mia esperienza personale sia nel lavoro di coaching con alcuni clienti, in contesti in cui relazioni inizialmente fiduciarie si sono progressivamente irrigidite fino a trasformarsi in confronto, distanza e, talvolta, ostilità.

Quando queste dinamiche nascono in ambienti di lavoro, in amicizie o in legami di stima, il dolore è spesso più profondo, perché coinvolge non solo il fatto in sé, ma anche l’aspettativa tradita. È da qui che nasce una riflessione più ampia sul ruolo dell’invidia, soprattutto quando il successo, il riconoscimento o la visibilità di una persona vengono percepiti come una minaccia.

La radice emotiva dell’invidia non è soltanto il desiderio di avere ciò che ha l’altro, ma il disagio che nasce dal confronto con ciò che percepiamo come superiore. Melanie Klein, in Invidia e gratitudine (1957), descrive l’invidia maligna come una forza che non si limita a desiderare il bene dell’altro, ma tende a intaccarlo, svalutarlo o distruggerlo. In questa prospettiva, il successo altrui non viene vissuto come un fatto separato, ma come una ferita al proprio valore.

La ricerca contemporanea distingue infatti tra invidia benigna e invidia maligna: la prima può tradursi in motivazione e impegno, mentre la seconda è più facilmente associata a aggressività, ostilità e comportamenti di sabotaggio . La teoria del confronto sociale aiuta a capire perché accada: quando il paragone con l’altro è vissuto come minaccioso e non come stimolante, il confronto smette di essere un’occasione di apprendimento e diventa un attacco all’autostima .

In Italia, questo tema assume anche una dimensione culturale interessante. Non di rado il successo viene osservato con sospetto, come se il riconoscimento dovesse essere necessariamente bilanciato da una narrazione di fatica, sofferenza o sacrificio. In alcuni contesti, raccontare un risultato senza sottolineare prima la propria fatica può perfino suscitare diffidenza.

Questo crea un paradosso: il merito viene riconosciuto più facilmente quando è preceduto da una storia di prova, di rinuncia o di caduta. E così la comunicazione del successo tende talvolta a essere “giustificata” prima ancora che condivisa.


Marketing e narrazione personale

Questo schema si riflette anche nella comunicazione personale e nel marketing: la narrazione della sofferenza, quando è autentica, può creare connessione; quando invece diventa un requisito per ottenere ascolto, rischia di oscurare competenze, risultati e responsabilità. Il punto non è negare la vulnerabilità, ma evitare che la vulnerabilità diventi una sceneggiatura obbligata.

La reputazione professionale si costruisce anche sulla capacità di raccontare il proprio percorso senza doverlo necessariamente drammatizzare.


Casi di Coaching

Nel lavoro di coaching ho osservato questo tema in forme diverse: tensioni in team dopo una promozione, relazioni professionali che si irrigidiscono nel momento in cui cambia l’equilibrio tra le persone, passaggi di consegne vissuti con resistenza anziché collaborazione. In questi casi, la questione non è solo relazionale: è identitaria. Il successo di uno mette in discussione il posto dell’altro, e se manca maturità emotiva il confronto può trasformarsi in svalutazione.

Ho affiancato persone con questo tema di Coaching per liberarsi da questa emozione negativa e dalle sue implicazioni. Questo percorso inizia nel momento si smette di definire il proprio valore in relazione a quello degli altri e ha una svolta evolutiva quando l’invidia si trasforma in ammirazione e l’altro diventa un modello di ispirazione. Un capitolo su questo tema è dedicato nel mio libro La Farfalla Scaccia Nubi, disponibile su Amazon.

Superare l’invidia non significa negarla, ma riconoscerla senza identificarvisi. Quando diventa consapevolezza, può trasformarsi in informazione utile: segnala un bisogno, una ferita, un desiderio non ascoltato. In questo senso, la crescita non nasce dal confronto distruttivo, ma dalla capacità di guardare il valore dell’altro senza sentirlo come una minaccia.

In fondo, l’invidia impoverisce soprattutto chi ne resta prigioniero: perché sottrae energia alla costruzione e la investe nella svalutazione .


Teresa Burzigotti Autrice presso La Mente Pensante Magazine
Teresa Burzigotti
NLC Master Coach e Teaching Trainer
Bio | Articoli | Video Intervista AIPP Giugno 2024
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