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Tutti giù per terra

Non serve una festa per le good vibes

Image by Pickled Stardust on Unsplash.com


Did you think that your feet had been bound
By what gravity brings to the ground?
Did you feel you were tricked
By the future you picked?
Well, come on down

All these rules don’t apply
When you’re high in the sky
So come on down
Come on down

We’re coming down to the ground
There’s no better place to go
We’ve got snow up on the mountains
We’ve got rivers down below

[…]

Down below, Peter Gabriel

Testa per aria, testa fra le nuvole, testa leggera, evaporata. Mille e uno modi per esprimere una sensazione di leggerezza mentale, che sia positiva o meno, che ci accompagna nel linguaggio giornaliero. Nella leggerezza, da che mondo è mondo, troviamo quasi sempre un connotato positivo, quasi fosse qualcosa da raggiungere a tutti i costi. Leggero è bello, leggero è meglio: la spesa, un discorso, il modo di prendere le cose. Siamo abituati a conferire alla leggiadria uno stato di grazia quasi irraggiungibile, ma sempre preferibile alla pesantezza del quotidiano, alle incombenze, che, diciamocelo, ci tirano “giù”.

Battaglia contro la gravità.

Adesso, però, proviamo a pensare a quando eravamo piccoli e andavamo a scuola: molti insegnanti ci facevano sedere in cerchio con le famose “gambe incrociate”, ma quello che era chiaro e scontato per tutti era il dove: per terra. “Formate un cerchio, tutti seduti sul pavimento, no Giovanni, non accovacciato, seduto”. Ci potevamo stare per ore. Qualcuno, magari più alto degli altri o semplicemente con la voglia di rivoluzione, si sdraiava e ascoltava la storia disteso, ma se c’era una cosa che non cambiava mai era il fatto che nessuno si alzava, e se lo faceva, era per un attimo, per poi tornare giù. L’infanzia è un momento della vita dove capita spesso di toccare, urtare, sentire, la Terra, proprio il pianeta Terra, nei suoi spigoli, le sue morbidezze, le sue trasformazioni per mano umana (chi non ha “assaggiato” l’asfalto almeno una volta). Ecco, con il passare degli anni, nel tempo, questo contatto comincia a venire meno senza che ce ne accorgiamo, piano piano, e in qualche modo prende vita una sorta di ascesa contro con la gravità che ci porta giù, cercando spesso di interporre qualcosa tra noi e questo suolo, che siano scarpe, sedie, divani, auto, treni, e chi più ne ha più ne metta.

Per aspera ad astra. Ne siamo sempre sicuri?

C’è chi non la pensa così, e ha fatto del “tornare per terra” una missione professionale. Partiamo da Wilhelm Reich, classe 1897, appartenente al circolo freudiano di Vienna, apportò grandi cambiamenti in ambito terapeutico dal punto di vista dell’analisi del paziente, con l’introduzione di concetti come “resistenze” (i tempi interni del paziente) e “l’analisi del carattere”: partendo da una sorta di corazza il lavoro terapeuta-paziente è quello di sciogliere le sovrastrutture interne di quest’ultimo, date dal contesto sociale, per esempio, per poi arrivare con un salto olimpionico stile Tania Cagnotto a spostare l’attenzione dell’intervento analitico dal verbale al corporeo, lavorando sulle tensioni di tipo somatico e muscolare.

Qui inizia la rivoluzione. Le sedute in studio si destrutturano, il rapporto medico-paziente inizia ad essere non più solo verbale, ma vengono introdotti esercizi, tecniche di rilassamento, rieducazione respiratoria. E qui il buon vecchio Reich apre la strada (con una prima pavimentazione) al lavoro del suo allievo e paziente Alexander Lowen, padre fondatore della bioenergetica.

Roba da ricchi “hippies” al Coachella Festival? No.


Ritorno al futuro

Per Lowen “il linguaggio del corpo e l’analisi del carattere […] rappresentano un ponte per comprendere profondamente le problematiche dell’altro” (da “Il linguaggio del corpo”, 1985), e queste problematicità si riscontrano in modo evidente in tensioni corporee che l’individuo ha accumulato e che impediscono una corretta respirazione. Lowen si concentra su vari aspetti vitali, tra cui la salute vibrante, ovvero un processo che il paziente ha con il proprio corpo a livello fisico e psicologico che gli permette di riattivare il contatto di sé, e che trova una delle sue massime espressioni nel grounding. No, non è una nuova forma di giardinaggio.

Grounding è ritorno alla relazione con il qui e ora, con la fisicità, con la Terra e, di conseguenza, anche con la realtà sociale che caratterizza la vita di tutti i giorni. Essere “grounded” implica una verticalità sia fisica (si parte proprio dai piedi) che simbolico-psicologica, in quanto chi decide di intraprendere questo percorso non affronterà una canonica sessione da seduto, bensì, sotto la guida del terapeuta, imparerà specifici esercizi e tecniche al fine di riacquistare una maggiore consapevolezza di sé, un contatto che sia il più possibile autentico e libero da tensioni. Vibrante, appunto.


Cassetta degli attrezzi

“Quando una struttura caratteriale comincia a scricchiolare e un modo di essere più spontaneo fa la sua apparizione, questo modo nuovo, anche se più sano dell’antico, risulta strano al paziente” (ibidem), l’audacia di Lowen andrà a braccetto anche con la sua visione terapeutica più tarda, dove, oltre alla dimensione corporea di radicamento metterà l’accento sulla relazione tra analista e paziente, conferendo così al momento della seduta un valore relazionale profondo, una holding, un luogo sicuro. Attraverso step graduali si parte da una consapevolezza che abbraccia lo stato emotivo del paziente, nello specifico il rapporto con il pianto (eh sì, proprio quello che spesso ci fa vergognare) e la rabbia, per poi approdare, nel tempo, a una vera e propria relazione di fiducia tra chi cura e il curato, che prevede, se necessario, anche il contatto tra i due (per i più temerari). Transfert paziente-terapeuta.

Una specie di percorso-vita non adatto ai più pigri, dove le parole non bastano: dobbiamo metterci in gioco nel senso più fisico della definizione. Un esempio di esercizio consiste nello stare in piedi o seduti, scalzi, immaginando di affondare come radici nel suolo, in posizione di ancoraggio attentivo (quando uno stimolo esterno “aggancia” uno stato emotivo o mentale interno, detto in maniera estremamente generalizzata, tipo orario aperitivo): il tutto volto a liberare, con il tempo, il corpo da uno stato di tensione e contrazione, che spesso nell’arco della vita ha generato nevrosi di varia natura.

Impresa titanica? No, dai. Come tutte le buone pratiche ci vuole costanza, un po’ di dedizione, pazienza. E poi provare. Riprovare. Ripartire. Al massimo abbiamo fatto un po’ di buono stretching.

Buon lavoro.

Ancoratevi.

Grazie a Reich, Lowen, Peter Gabriel e a chi, sperimentando il beneficio di queste pratiche, ne ha “tratto gio-vamento”. You know who you are.


Stefania Ghelli Autrice presso La Mente Pensante Magazine
Stefania Ghelli
Educatrice
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