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Essere lunatici: modo di dire o difficoltà emotiva?

Quando gli sbalzi di umore nascondono un malessere psicologico a cui prestare attenzione

Image by Lidya Nada on Unsplash.com


“Qual è il tuo difetto più grande?” “Sono lunatica”. Quante volte abbiamo ascoltato questa frase durante una presentazione tra amici? Quante volte, invece, siamo stati proprio noi a presentarci in questo modo?

Essere lunatici sembra un aggettivo, un difetto, un modo di essere, una caratteristica della propria personalità a cui arrendersi, subendola, perché diciamocelo, a nessuno piace trovarsi di fronte a continue montagne russe emotive, né chi le vive in prima persona né chi si trova a fare i conti con questa imprevedibilità emotiva in partner, figli o amici.

La Treccani definisce “lunàtico” chi ha un carattere strano, estroso, incostante, un umore instabile e facile ad alterarsi. I latini invece pensavano che il lunatico fosse una persona “che patisce di accessi di pazzia ricorrenti con le fasi lunari”. I romani dunque furono più bravi di noi a mettere in luce l’aspetto doloroso di questa disposizione emotiva parlando appunto di “patimento”, anche se ad oggi non possiamo riconoscere tale condizione come follia in quanto sarebbe profondamente sbagliato sia a livello clinico che anche a livello morale.

Ma che cos’è quindi questo modo di vivere le emozioni?


Quando l’instabilità emotiva diventa sofferenza

La psicologia e la psichiatria hanno cercato di etichettare questo tipo di disposizione emotiva per fare chiarezza e dare dignità a una sofferenza che spesso rimane nell’ombra proprio perché non riconosciuta come meritevole di attenzione clinica.

Nell’ambito della psicoterapia si è cercato, attraverso l’uso di manuali, di individuare e inquadrare questo tipo di funzionamento psicoemotivo per poter favorire la comunicazione tra clinici e individuare il tipo di intervento a cui fare riferimento per poterlo adattare, “cucendolo” addosso alla persona che porta la sua sofferenza all’attenzione clinica. Non esistono interventi standard ma persone che chiedono di essere ascoltate da un orecchio allenato alla clinica.

Secondo il PDM-2 il disturbo ciclotimico è una modalità di funzionamento psicoemotivo più attenuata del disturbo bipolare (un disturbo dell’umore che può manifestarsi in forma più o meno grave a seconda dell’intensità, qualità e durata della sintomatologia). Citando il manuale: ”L’esperienza soggettiva dei pazienti con disturbo ciclotimico può includere l’essere fuori controllo rispetto alle oscillazioni dell’umore inaspettate e al comportamento che ne consegue. Un’altra conseguenza soggettiva del disturbo è l’esperienza di un senso di sé instabile. Le persone con disturbo ciclotimico oscillano tra sentirsi deboli e forti, capaci e incapaci, e così via. Una volta che hanno capito che questa oscillazione deriva dall’effetto delle fluttuazioni dell’umore sullo stato di sé, la sensazione di confusione diminuisce. Sebbene la gravità dei sintomi e dei comportamenti non sembri, a un primo sguardo, grave come nel disturbo bipolare, il funzionamento sociale e relazionale può essere influenzato piuttosto seriamente”.

Secondo gli esperti quindi le persone che soffrono di un disturbo ciclotimico combattono una battaglia che nemmeno loro sanno di combattere, pensando invece di essere persone sbagliate, difficili o con un brutto carattere.


Le conseguenze nella vita quotidiana e nelle relazioni

Un aspetto spesso sottovalutato di questa instabilità emotiva riguarda l’impatto concreto sulla vita quotidiana. Gli sbalzi di umore, infatti, non rimangono confinati all’esperienza interna della persona, ma si riflettono inevitabilmente nelle relazioni, nel lavoro e nella percezione di sé. Può diventare difficile mantenere una continuità nei progetti, portare avanti impegni con costanza o sentirsi affidabili agli occhi degli altri. Anche i rapporti affettivi possono risentirne: chi vive accanto a una persona con forti oscillazioni emotive può sentirsi disorientato, non sapere cosa aspettarsi, alternando momenti di vicinanza a momenti di distanza o tensione.

Allo stesso tempo, chi sperimenta queste fluttuazioni può provare un senso di colpa o di inadeguatezza, soprattutto quando percepisce di “cambiare” troppo rapidamente o senza un motivo chiaro. Questo può portare a una fatica relazionale importante, fatta di incomprensioni, tentativi di controllo delle proprie emozioni e, talvolta, ritiro per paura di ferire o essere fraintesi. Riconoscere che queste difficoltà non derivano da una mancanza di volontà o da un “brutto carattere”, ma da un funzionamento emotivo specifico, rappresenta già un primo passo verso una maggiore possibilità di cambiamento e di costruzione di relazioni più stabili e soddisfacenti.


Riconoscersi e chiedere aiuto: un primo passo possibile

Che fare quindi se ci si riconosce in questa situazione? La prima cosa da fare è non pensare di essere pazzi. La parola “pazzia” è una parola vuota, che si usa quando si ha difficoltà a comprendere che cosa accade nella mente dell’altro. I pazzi non esistono, esistono persone con una storia personale, con una sofferenza unica, con le proprie modalità di attraversare i momenti di difficoltà, con la propria organizzazione mentale.

La seconda è riconoscere di avere un problema e che questo non ci rende sbagliati ma umani.

La terza è rivolgersi a qualcuno di specializzato che possa essere in grado di aiutare, favorendo una migliore gestione delle emozioni attraverso un’aumentata comprensione e consapevolezza di sé.


Bibliografia

Definizione di Lunatico
“Manuale Diagnostico Psicodinamico – PDM-2”, Vittorio Lingiardi, Nancy Mc Williams


Dott.ssa Silvia Pucciarelli Autrice presso La Mente Pensante Magazine
Dott.ssa Silvia Pucciarelli
Psicologa specializzanda in Psicoterapia Comparata
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