
Un modello psico-neuro-somatico della fibromialgia
Revisione e sistematizzazione di quasi trent’anni di pratica
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La fibromialgia è una sindrome cronica caratterizzata da dolore diffuso, affaticamento, disturbi del sonno e compromissione cognitiva, insieme ad un’ampia varietà di altri sintomi somatici e cognitivi. I modelli biomedici attuali non riescono a spiegare pienamente la variabilità clinica, le comorbidità e la risposta ai trattamenti, mentre i modelli psicologici sembrano integrare meglio tali complessità.
Il presente lavoro riassume il modello psico-neuro-somatico della fibromialgia, in cui da quasi trent’anni la sensibilizzazione centrale viene interpretata come espressione di una disregolazione emotiva cronica associata a uno stato di iperattivazione psicofisiologica persistente, frequentemente connessa a esperienze traumatiche pregresse o stress prolungato. Il modello integra meccanismi psicologici, neurobiologici e comportamentali in una cornice unitaria e ricorda l’ipotesi della reversibilità della sindrome in una quota di pazienti.
Prevalenza e criticità diagnostiche
La prima cosa da evidenziare è che la fibromialgia (FM) è una sindrome complessa che si riteneva interessare circa il 2–4% della popolazione generale, con una ritenuta maggiore prevalenza nel sesso femminile. Alcune revisioni però suggeriscono oggi che tra il 20% e il 30% dei pazienti precedentemente diagnosticati non confermano la diagnosi in una rivalutazione rigorosa. In contesti di medicina generale o in ambiti non specialistici la percentuale può risultare ancora più elevata.
Oltre a misdiagnosi effettuate senza avere esaminato attentamente cause organiche (chiaramente evidenziate dalla ricerca scientifica anche più recentemente, come ad esempio la Neuropatia delle Piccole Fibre), si ritiene che gli errori più comuni siano sempre stati tre: Ii primo è una visione esclusivamente organicista di una malattia da curare esclusivamente con farmaci e senza alcuna possibilità di remissione (vedi il cosiddetto “effetto incredulità” di Grazzini-Mahony); il secondo è che in ambito psicologico (campo che ci interessa più direttamente) si osserva da tempo che, in molti casi, sintomi riconducibili a difficoltà psicologiche primarie sono stati invece inquadrati come fibromialgia, talvolta attraverso diagnosi semplificative; il terzo, diagnosticando invece – senza colpevolizzare nessuno chiaramente – un certo numero di pazienti realmente fibromialgici come pazienti esclusivamente psichiatrici, impedendo anche qui un reale aiuto per il paziente.
Ecco dunque che una notevole quantità di pazienti con diversi disturbi – sia organici non conosciuti o non riconosciuti, che psicologici – si è ritrovato con una fittizia etichetta di “fibromialgia” e con l’opinione sociologica che fosse una patologia incurabile.
L’autore di questo articolo ha cercato da quasi trent’anni di organizzare sempre meglio il concetto di reale fibromialgia, inserendola anche come materia di studio a livello universitario in corsi di psicologia generale, medica e del lavoro già a cavallo del secolo.
Ad oggi si evince bene come la fibromialgia non possa essere pienamente e sufficientemente compresa all’interno di un paradigma esclusivamente biomedico. Evidenze crescenti indicano il ruolo di fattori psicologici e psicosociali, tra cui specifici traumi, stress cronico e disregolazione emotiva. Negli ultimi anni, concetti come “sensibilizzazione centrale” hanno assunto un ruolo centrale nella comprensione della patofisiologia della fibromialgia, puntando maggiormente verso un’ottica bio-psico-sociale.
Il presente lavoro riassume e risistematizza quindi un modello psico-neuro-somatico integrato della fibromialgia, nato diversi anni fa e continuamente teso a colmare il divario tra dimensione neurobiologica e clinico-psicologica.
Limiti dei modelli attuali
Il modello biomedico non spiega adeguatamente fattori come: la variabilità nell’esordio, le fluttuazioni sintomatologiche, l’elevata percentuale di comorbidità psichiatriche come cause od effetti, i casi di remissione (prevalentemente in seguito a percorso psicologico e tecniche adeguate), l’associazione con fattori emotivi e traumatici.
Studi di neuroimaging evidenziano alterazioni nei network cerebrali del dolore, ma tali alterazioni non risultano specifiche per la fibromialgia e possono riflettere processi più generali di disregolazione.
Inoltre, l’efficacia limitata dei trattamenti farmacologici rafforza la necessità di modelli più ampi e integrati.
Definizione di fibromialgia nel modello psico-neuro-somatico
Il modello ha proposto anni fa di definire la fibromialgia come una sindrome di disregolazione psico-neuro-somatica caratterizzata da ipersensibilizzazione centrale sostenuta e mantenuta da disregolazione emotiva cronica e da uno stato persistente di iperattivazione psicofisiologica spesso su base di sovraccarico psicologico o traumatico.
Questa definizione implica che: il dolore non è primariamente lesionale né dovuto a danni organici; è reale, ma generato e mantenuto da un sistema alterato di percezione e integrazione; il corpo diventa il luogo di espressione di un sistema emotivo e neurofisiologico non regolato.
Principali assunti teorici
Integrazione mente-corpo: il sistema nervoso centrale è influenzato da processi psicologici. Il dolore è considerato un fenomeno emergente da processi integrati neurobiologici, psicologici e somatici. L’ipersensibilità centrale non è quindi solo neurofisiologica ma è una amplificazione percettiva mediata da stati emotivi cronici non elaborati.
Disregolazione emotiva: la disregolazione emotiva cronica costituisce un fattore centrale nella genesi e nel mantenimento della sintomatologia.
Trauma e stress cronico: esperienze traumatiche e condizioni di stress prolungato rappresentano fattori di vulnerabilità significativi, quando non direttamente scatenanti la sindrome, anche in base alla personalità del soggetto. Distinguiamo quindi tra traumi acuti (eventi), traumi cronici (relazioni, attaccamento), stress emotivi protratti. Tutti questi fattori generano iperattivazione, vigilanza interna costante, perdita di regolazione.
I sintomi della sindrome fibromialgica (ricordiamo che un aspetto frequentemente trascurato è che il dolore rappresenta solo uno dei sintomi della sindrome, generalmente quello che fa rivolgere al medico, ma che la fibromialgia è ben altro) sono visti quindi come una traduzione somatica di contenuti emotivi non integrati.
Neuroplasticità: I processi di plasticità neurale contribuiscono sia alla cronicizzazione sia alla potenziale reversibilità del disturbo.
Meccanismi patogenetici
Il modello individua quattro livelli interconnessi.
A livello emotivo abbiamo: difficoltà nella regolazione affettiva; possibile alessitimia e inibizione affettiva; stati ansioso-depressivi cronicizzati.
A livello cognitivo: catastrofizzazione del dolore; ipervigilanza somatica; vulnerabilità e vissuto di malattia incurabile; credenze disfunzionali.
A livello neurofisiologico abbiamo: ipersensibilizzazione centrale; alterazioni dei network cerebrali del dolore e del sistema nocicettivo; disregolazione del sistema nervoso autonomo.
A livello comportamentale: evitamento; riduzione delle attività fisiche anche semplici; decondizionamento fisico; rinforzo del comportamento di malattia (causato anche e soprattutto dalle false credenze sulla malattia).
Fattori di mantenimento
La persistenza del disturbo è sostenuta da: circoli viziosi tra percezione e interpretazione del dolore; effetti iatrogeni della diagnosi passivizzante (“diagnosi senza via di uscita” ed “effetto incredulità”); identificazione con la malattia; cronicizzazione emotiva; rinforzi sociali e relazionali errati e disfunzionali.
Implicazioni cliniche
Principio terapeutico fondamentale: la fibromialgia può essere trattata come una condizione di disregolazione potenzialmente reversibile del sistema psiconeurosomatico, piuttosto che come una patologia cronica irreversibile. Questo modello in tanti anni ha portato a notevoli risultati insperabili e costanti per molti pazienti.
Obiettivi del trattamento: regolazione emotiva; stabilizzazione del sistema autonomo; ristrutturazione cognitiva; elaborazione del trauma; riattivazione comportamentale.
Interventi terapeutici
Le evidenze supportano approcci multimodali. Nel modello proposto assumono particolare rilievo la Harmony Meditation (HM) intesa come pratica di regolazione psico-fisiologica orientata all’integrazione tra attenzione, corpo ed emozione, e le tecniche di EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing), efficaci nel trattamento del trauma e nella modulazione della risposta emotiva, anche attraverso adattamenti clinici sviluppati in ambito italiano, insieme a interventi di riattivazione fisica graduale.
Molto utili sono anche la psicoterapia cognitivo-comportamentale e in alcuni casi la psicoterapia dinamica, in particolar modo la terapia biosistemica.
L’integrazione di questi strumenti consente di intervenire simultaneamente su diversi livelli del modello. Gli scopi sono appunto: regolazione emotiva; elaborazione e integrazione del trauma; riduzione dell’ iperattivazione; ristrutturazione cognitiva; riappropriazione corporea.
Ipotesi di reversibilità
Il modello propone l’ipotesi che una quota di pazienti possa raggiungere una remissione completa attraverso una modificazione stabile dei processi di regolazione psico-neuro-somatica. Questa ipotesi è supportata da: evidenze sulla neuroplasticità; anni di osservazioni cliniche con remissioni complete e asintomaticità significative anche a oltre 15 anni; efficacia di interventi integrati; collaborazioni con medici specialisti.
Limiti del modello
Ogni modello di rappresentazione della realtà ha i suoi vantaggi ma anche i suoi limiti. Nessun modello può essere perfetto. Nel caso dei pazienti fibromialgici possiamo riscontrare ad esempio questi problemi: eterogeneità clinica e variabilità individuale assai elevata (ogni paziente è diverso da un altro, quindi servono approcci e tempi diversi in quanto l’elevata eterogeneità clinica e interindividuale rappresenta una criticità rilevante); struttura di personalità come terreno “minato” per il trattamento (ad esempio fibromialgia in pazienti con struttura nevrotica vs struttura psicotica); rischio di sovrastima o sottostima dei fattori psicologici. Non ultimo, importantissimo, le comorbilità: è infatti molto difficile trattare la fibromialgia come singolarità nel quadro diagnostico totale di molti pazienti con altre sindromi dolorose croniche. Va da sé che la fibromialgia “pura” è un costrutto non facilmente rilevabile per sé in quanto spesso intrecciato con altre patologie. In tutto questo terreno l’approccio medico ha una rilevanza chiaramente necessaria.
Prospettive future
Lo sviluppo di protocolli clinici standardizzati può essere considerato difficile in quanto lo psicologo lavora sull’esperienza del singolo, e questa è assolutamente diversa da paziente a paziente. Ogni paziente quindi necessita di tempi e modalità diverse di approccio, oltre che nella sensibilità ed empatia dello psicologo che lo prende in carico.
Si possono comunque prospettare studi maggiormente approfonditi sull’identificazione di sottotipi clinici e studi controllati con possibile integrazione con biomarcatori per aiutare meglio diagnosi e terapie farmacologiche sintomatiche, oltre che valutare possibili eredità genetiche. Alla luce dei risultati clinici osservati nel tempo, si auspicano quindi ulteriori spunti per cercare di coprire le mancanze ad oggi riscontrate.
Conclusioni
Il modello proposto non intende chiaramente sostituire o peggio ancora negare i modelli biomedici, ma integrarli all’interno di una prospettiva multilivello, in cui i fattori psicologici assumono un ruolo centrale ma non esclusivo. La fibromialgia rappresenta infatti una condizione complessa che richiede modelli esplicativi integrati. Sono necessari sempre ulteriori studi futuri per comprendere sempre meglio le relative modalità di intervento.
Ricordando la necessità di una diagnosi il più corretta possibile, in genere meglio quando fatta da un reumatologo o un neurologo esperti, e di un approccio farmacologico comunque consigliabile, il modello psico-neuro-somatico proposto offre una cornice teorica coerente per comprendere ad oggi la multidimensionalità del disturbo e orientare interventi terapeutici più efficaci.
L’introduzione dell’ipotesi di reversibilità amplia significativamente le prospettive cliniche e apre nuove direzioni di ricerca per i casi che ad oggi non riusciamo ancora a risolvere. Cercare di comprendere sempre meglio la fibromialgia significa andare oltre il sintomo e restituire al paziente un’unità che per troppo tempo è stata frammentata.
In memoria
Questa revisione e sistematizzazione è dedicata alla Dott.ssa Emanuela Grazzini, che ha notevolmente contribuito a sviluppare questo modello elaborato quasi trent’anni fa e spiegato a livello universitario in campo medico. Il contributo teorico e clinico di Emanuela Grazzini è stato improntato sul rapporto tra meditazione, simbolo e trasformazione psicologica, sullo sviluppo di tecniche di EMDR specifiche, sullo studio degli stili di attaccamento in relazione alla sindrome fibromialgica stessa, ed ha contribuito al riassunto, allo sviluppo e alla riflessione sul modello integrato qui presentato.
La collaborazione clinica e scientifica, inclusa l’organizzazione della prima “Giornata dei Guariti” a Ravenna nel 2024, ha rappresentato un ulteriore momento rilevante nel progresso e nella sistematizzazione dell’esperienza clinica in Italia con pazienti affetti da fibromialgia.
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Dott. Alessandro Mahony
Psicologo
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