
Perché è difficile tornare indietro
Le scelte identitarie
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A volte tornare sui nostri passi costa fatica. Hai fatto una scelta, l’hai ragionata nei minimi dettagli, difesa dagli obiettori, costruita nel tempo. Poi, dopo qualche anno, qualcosa cambia. Ti accorgi che non rispecchia più ciò che vuoi davvero. E dentro di te si insinua una domanda sottile e anche un po’ scomoda: se fosse il caso di invertire la rotta? Il punto, lo sai, non è solo una questione pratica. Non riguarda solo il lavoro, le relazioni o la scelta in sé. Si spinge più in profondità: riguarda quello che tale scelta dice di te e cosa significa, adesso, cambiarla.
Sono Giulia Rota Biasetti, Tecnico della Riabilitazione Psichiatrica e Life Coach. Conosco bene questo tema perché negli ultimi anni le mie scelte, soprattutto lavorative, sono state molte. A volte in una direzione, a volte — apparentemente — in quella opposta. Questo cambiare direzione non è qualcosa che ho vissuto solo nella mia esperienza personale, ma un passaggio che osservo spesso anche nelle persone intorno a me.
Sto parlando di quella fase di freezing che avviene quando le tue scelte non riflettono più cosa vuoi e soprattutto chi sei. Perché spesso non è tanto la decisione in sé a creare la sensazione di blocco, ma il significato che quella decisione assume dentro di noi a livello di identità. Ed è proprio da qui che vale la pena partire.
La scelta non è il vero problema
Quando ci troviamo davanti alla possibilità di cambiare direzione, spesso pensiamo che il problema sia semplicemente di tipo amletico: fare o non fare, restare o cambiare, continuare o fermarsi, essere o non essere.
- “E se stessi sbagliando tutto?”
- “E se fosse solo un momento di confusione?”
- “E se poi me ne pento? Cosa faccio?”
Di fronte a questi dubbi, nella nostra mente si attiva subito un dialogo allarmante, che spesso cerchiamo di gestire attraverso una checklist di pro e contro, nella speranza di arrivare alla decisione più razionale possibile. Ma, come ho scritto più volte, le emozioni non possono essere rinchiuse in una scatola. Noi esseri umani, non siamo fatti solo di razionalità. La nostra identità si basa su diversi fattori: ciò che abbiamo vissuto, i nostri valori, le scelte che abbiamo fatto e il significato che, nel tempo, abbiamo dato a tutto questo.
Se ci fai caso, è proprio qui che accade qualcosa di importante. Le scelte, osservate in prospettiva, smettono di essere semplici decisioni e diventano parte del modo in cui ci raccontiamo.
- “Io sono la persona che ha scelto questa strada.”
- “Io non sono uno che molla.”
- “Ormai ho investito troppo (tempo, denaro, energia) per tornare indietro.”
Non è detto che queste frasi arrivino sempre a un livello di piena consapevolezza. A volte non vengono nemmeno pensate in modo esplicito. Eppure guidano molte delle nostre azioni. Così accade che, quando quella strada non ci rappresenta più, non è solo il percorso a vacillare: si incrina anche l’immagine che abbiamo costruito di noi stessi. È in questo momento che diventa necessario entrare in ascolto della nostra parte più profonda.
Le due parti di noi
Cosa accade quindi dentro di noi? Accade che ci troviamo divisi. Non si tratta di una scissione netta o immediata, ma di qualcosa di più sottile, che si costruisce nel tempo, mentre continuiamo a vivere dentro una direzione che fino a poco prima sentivamo nostra. Da una parte c’è la parte di noi che ha costruito quella strada, passo dopo passo: quella che l’ha difesa, che ha giustificato le scelte fatte, che ha investito tempo, energie, studio, relazioni, identità. Una parte che riconosce il valore di ciò che è stato e che fatica a immaginare di metterlo in discussione senza viverlo come una perdita o un fallimento.
Dall’altra, però, inizia a emergere qualcosa di diverso: una parte che non si riconosce più completamente in quella direzione. Non sempre sa dire quando sia iniziato o perché, ma sente che qualcosa non torna. Che ciò che prima era coerente, oggi è diventato più stretto, distante, meno rappresentativo di ciò che si è diventati.
E qui si apre uno spazio delicato. Perché le scelte, nel tempo, non restano mai semplicemente scelte. Si trasformano in ancoraggi identitari, in punti fermi attraverso cui definiamo chi siamo e il nostro valore.
“Io sono la persona che ha scelto questa strada.”
“Io sono quella scelta.”
Più una scelta è stata importante, raccontata e difesa anche agli occhi degli altri, più diventa difficile metterla in discussione. Perché non significa solo rivedere una decisione: sembra mettere in discussione noi stessi. La fatica sta proprio qui. Non sappiamo più se ciò che stiamo vivendo sia un cambiamento naturale o una forma di incoerenza. Non sappiamo più se stiamo evolvendo o se stiamo tradendo una parte di noi. E questa ambiguità, più di tutto il resto, è ciò che ci immobilizza.
Cambio di prospettiva
Abbiamo interiorizzato un’idea molto precisa: che essere coerenti significhi non cambiare mai idea, che la stabilità coincida con la linearità, e che la crescita segua una direzione costante, senza deviazioni.
È una rappresentazione molto diffusa, anche culturalmente sostenuta. Eppure, in psicologia dello sviluppo, questa visione è sempre più superata. Gli studi sull’identità narrativa, come quelli di Dan McAdams, mostrano come il Sé non segua una traiettoria lineare, ma una costruzione narrativa fatta di significati che si riorganizzano nel tempo.
Allo stesso modo, la psicologia contemporanea sottolinea come la flessibilità psicologica sia un elemento centrale del benessere: non la coerenza rigida delle scelte, ma la capacità di adattare il proprio comportamento ai propri valori nel tempo. Eppure, nella vita quotidiana, questo lo dimentichiamo facilmente. Perché nella realtà delle persone che incontro ogni giorno, le vite non sono lineari. Le persone non sono lineari. E soprattutto, le identità non sono lineari.
Siamo fatti di fasi, adattamenti e aggiustamenti che hanno senso solo se letti dentro il momento in cui sono nati. Una scelta fatta anni fa non è “sbagliata” solo perché oggi non ci rappresenta più: è semplicemente nata in un contesto diverso, con risorse e bisogni diversi. Il problema nasce quando continuiamo a giudicarla con lo sguardo di chi siamo oggi, dimenticando chi eravamo allora. E così restiamo sospesi tra due narrazioni: quella di chi siamo stati e quella di chi stiamo diventando. Ma non esiste un obbligo di continuità rigida tra queste due versioni. Esiste piuttosto un processo di aggiornamento identitario, a volte lento e faticoso, ma profondamente umano. Il punto non è scegliere tra restare coerenti o cambiare strada. Il punto è riconoscere quando una scelta ha esaurito la sua funzione, senza trasformarla automaticamente in un errore. Perché non tutto ciò che si lascia andare è una perdita, a volte è semplicemente uno spazio che si libera.
Conclusione
E forse è proprio qui che cambia il modo in cui guardiamo tutto questo. Non si tratta più di tornare sui propri passi o di correggere una direzione sbagliata. Il nodo è un altro: imparare a leggere in modo diverso ciò che accade quando una scelta smette di rappresentarci. In quei momenti non stiamo mettendo in discussione solo un percorso, ma l’immagine di noi stessi che su quel percorso si è costruita nel tempo. Un’immagine che ci ha sostenuti, guidati e, a volte, anche protetti. E per questo lasciarla andare può fare più paura della scelta in sé. Non perché cambiare idea sia un errore, ma perché ci costringe a riconoscere qualcosa che fatichiamo ad accettare: non siamo statici. Non lo sono i nostri bisogni, non lo sono i nostri valori, non lo sono le direzioni che sentiamo nostre.
Siamo processi in movimento, e ogni scelta racconta solo un pezzo di questo movimento, non la sua versione definitiva. È una fotografia di chi eravamo in quel momento, non una definizione eterna di chi siamo.
Forse allora la domanda non è più “sto sbagliando strada?”, ma qualcosa di più semplice e più onesto: “questa strada parla ancora di me?”.
E se la risposta è no, non si tratta necessariamente di un fallimento. A volte significa soltanto che siamo cambiati abbastanza da non poter più abitare nello stesso punto di prima. E riconoscerlo, senza trasformarlo in una colpa, è forse una delle forme più mature di coerenza che possiamo imparare.

Dott.ssa Giulia Rota Biasetti
Life Coach e Tecnico della Riabilitazione Psichiatrica
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