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La strada dentro il nostro sentire

Dall’incongruenza alla consapevolezza [Parte 2]

Image by James Adams on Unsplash.com


Nella prima parte abbiamo esplorato i concetti principali della ‘Teoria dell’attaccamento’ di John Bowlby e della ‘Bioenergetica’ di Alexander Lowen. Entrambe le teorie, anche se partono da concetti principalmente diversi, dimostrano come le esperienze emotive nei primi mesi e anni di vita vanno ad influenzare la capacità di contattare ed esprimere i propri bisogni nel bambino. Questi meccanismi di difesa altro non sono che strategie di sopravvivenza che il bambino attua per mantenere il legame affettivo con le figure di riferimento, ma vengono cristallizzate come pattern comportamentali e blocchi energetici nell’adulto portando da uno stato di incongruenza, o inconsapevolezza, che può risultare nell’incapacità di esprimersi pienamente e liberamente. Per questo la capacità di riconoscere queste infrastrutture è un passaggio importante in un percorso di aiuto.


Il counseling come spazio di accettazione

Il percorso di counseling, come ci dice Carl Rogers, è innanzitutto uno spazio di relazione autentica, in cui il cliente può imparare contattare e accogliere parti di sé che sono rimaste nascoste o addirittura negate. In questo processo, il counselor non deve agire come un esperto che interpreta, o ancor peggio corregge, ma come un accompagnatore capace di offrire un ambiente sicuro in cui l’altro possa riconoscere i propri meccanismi difensivi. Il cliente ha bisogno di sentirsi visto e riconosciuto per aprirsi ad un processo di apertura e accettazione. L’obiettivo non è curare, ma aiutare il cliente a comprendere come ‘funziona’. Questo tipo di relazione si distingue da un approccio direttivo: nel counseling con approccio rogersiano si basa sull’esperienza emotiva del cliente e al suo sistema di riferimento, non su una analisi degli eventi passati o presenti.

L’ approccio rogersiano si fonda sulla fiducia nella tendenza attualizzante dell’essere umano, che si può definire come la forza vitale innata di ogni individuo che lo spinge verso la realizzazione del sè. Spesso questa condizione è ostacolata dai fatti che ci succedono nella vita e delle nostre esperienze emotive dei primi anni di vita, le quali possono aver oscurato la visione dei nostri bisogni reali. Secondo Rogers però, se posti in condizioni di accettazione e sicurezza, non possiamo far altro che essere guidati da questo impulso.


Dalla fissità alla fluidità

Nel percorso di counseling, la comprensione dei modelli relazionali e delle difese acquisite nelle prime esperienze di attaccamento, come abbiamo visto nei capitoli precedenti, assume un ruolo essenziale. Il counselor, super non lavorando direttamente sui traumi del passato, può aiutare il cliente a riconoscere come quei modelli influenzino il presente, sia nelle relazioni che nelle scelte di vita. Creando uno spazio in cui il cliente possa osservare sé stesso in azione, può cominciare a riconoscere come risponde al contatto, al rifiuto, al bisogno o alla dipendenza. Le dinamiche relazionali infatti spesso emergono anche nella relazione con il counselor stesso, che diventa una sorta di specchio dove il cliente può fare esperienza diretta dei propri schemi di attaccamento e delle proprie armature. In questo modo, il setting diventa un luogo di conoscenza e trasformazione.

In questo spazio di fiducia che si è creato nella relazione d’aiuto c’è un passaggio graduale da un rigidità verso l’esperienza attuale, dove gli eventi sono vissuti come al di fuori del proprio controllo e dove si fatica a nominare i propri stati d’animo – nelle parole di Rogers ‘È distante da quello che prova nel momento della sua esperienza immediata’ – ad una condizione di maggiore fluidità di sentimenti ed espressioni. Le percezioni cominciano ad essere più immediate e ricche di particolari, non filtrate dalla mente giudicante. È a questo punto che si comincia ad entrare più in contatto con la propria esperienza interna e quindi a poterla affrontare.

Essere counselor, significa coltivare una presenza consapevole: non basta conoscere le tecniche o i modelli teorici, occorre saper “stare” nella relazione con apertura e autenticità. Rogers ci ricorda che solo chi è disposto a essere sé stesso può facilitare la crescita dell’altro. Questo implica che il counselor, a sua volta, intraprenda un lavoro personale continuo, per riconoscere le proprie difese, le proprie proiezioni e le proprie zone d’ombra. Il counseling è quindi uno strumento vivo: autenticità, ascolto e la sospensione del giudizio, costituiscono la vera forza trasformativa del processo.


Dalla teoria alla relazione: integrazione nel percorso d’aiuto

Le teorie di Bowlby e Lowen offrono contributi complementari all’interno di un percorso di counseling. Non hanno l’obiettivo di lavorare direttamente sui traumi del passato, ma di offrire sia al counselor che al cliente strumenti di comprensione dei modelli relazionali e delle difese manifestate nel presente. La relazione di counseling non si configura come uno spazio di analisi delle origini storiche, ma come un contesto in cui poter entrare in contatto con la propria esperienza attuale, emotiva e corporea. In questa prospettiva, i modelli di attaccamento e le strutture caratteriali permettono di leggere le modalità con cui la persona si protegge e si adatta alle relazioni, spesso a costo di allontanarsi dai propri vissuti emotivi reali. Come abbiamo visto, queste difese vanno considerate come strategie adattive e non come aspetti patologici, e sono informazioni preziose che ci aiutano a comprenderci. Il counseling favorisce un processo in cui il cliente può gradualmente riconoscere le motivazioni profonde che guidano le proprie esperienze e azioni, riducendo il contrasto tra ciò che sente e l’immagine che ha costruito di sé. In questo senso, il percorso di counseling si configura come uno spazio di comprensione e consapevolezza per sostenere la persona a ritrovare il contatto con se stessa.


Conclusione

Abbiamo visto come entrambe le prospettive consentono di comprendere e affrontare il tema dell’incongruenza – inconsapevolezza. La teoria dell’attaccamento evidenzia come le prime esperienze relazionali influenzino in modo determinante la capacità dell’individuo di riconoscere, esprimere e regolare le proprie emozioni. Abbiamo visto che in un contesto di attaccamento ansioso, il bisogno di mantenere il legame può portare la persona a mettere in secondo piano alcuni vissuti emotivi, considerandoli pericolosi per la relazione. In questo modo si struttura un’immagine di sé che non rispecchia pienamente l’esperienza interna e si genera una distanza tra ciò che viene sentito e ciò che viene riconosciuto come legittimo. La bioenergetica di Lowen amplia questa comprensione mostrando come le emozioni represse si traducono in tensioni muscolari croniche, rigidità posturali e blocchi energetici, che limitano la vitalità e la spontaneità dell’individuo. In percorso d’aiuto, riconoscere di queste dinamiche interiori in ogni individuo presentano un punto di partenza importantissimo per riuscire accompagnare la persona più a fondo.

In definitiva, le teorie di Bowlby e Lowen offrono strumenti preziosi per comprendere come la sofferenza emotiva derivi spesso da una frattura interna tra ciò che si sente e ciò che si è imparato a mostrare o a riconoscere di sé. Integrando queste prospettive, il counseling si configura come un percorso di consapevolezza e di riconnessione con la propria esperienza emozionale, in cui la persona può recuperare un senso di autenticità, continuità interna e maggiore benessere psicofisico.


Bibliografia

Carl Rogers, La terapia centrata sul cliente, (Firenze: Martinelli, 1970)
John Bowlby, Teoria dell’attaccamento, (Milano: Cortina, 2017)
Alexander Lowen, Bioenergetica, (Milano: Feltrinelli, 2013)


Tanya Giannecchini Autrice presso La Mente Pensante Magazine
Tanya Giannecchini
Counselor
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