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Perché ci sentiamo sempre in ritardo nella vita

Il peso del confronto continuo

Image by Martin Adams on Unsplash.com


Apriamo i social e, nel giro di pochi secondi, vediamo qualcuno che ha pubblicato un libro, aperto un’attività, comprato casa o trovato quella che considera essere la propria strada.

Nel frattempo, noi potremmo essere ancora alle prese con dubbi, incertezze e domande sul nostro futuro o, peggio, sul percorso che abbiamo seguito fino adesso, chiedendoci se per caso non abbiamo sbagliato tutto.

È proprio da qui che nasce una delle idee più diffuse della società contemporanea: quella di essere in ritardo nella vita, la sgradevole sensazione che manchi qualcosa per poterci definire veramente appagati, in pace con noi stessi.

Questa percezione, che riguarda persone di ogni età e coinvolge ambiti diversi – dal lavoro alle relazioni, alla situazione economica – ha sempre caratterizzato la storia dell’umanità, rappresentando però anche il motore per il cambiamento personale, un incentivo a prendere coscienza dei propri limiti e delle proprie potenzialità per migliorarsi costantemente.

La differenza rispetto al passato è che oggi, soprattutto a causa dei social, il confronto con gli altri non si interrompe mai, generando un loop infinito in cui si rischia di rimanere impantanati, finendo per farci percepire come persone difettose, di poco valore, sempre in ritardo su tutto.

L’iper connessione che caratterizza la nostra quotidianità, il flusso di notizie a cui siamo continuamente esposti, la quantità di esperienze da cui veniamo sommersi ogni giorno non lasciano il tempo di interiorizzare il fatto che, dietro ogni pezzetto di vita mostrato al pubblico,  preventivamente levigato e reso brillante prima di essere messo in vetrina – attraverso schermi digitali che manipolano e rielaborano la percezione di sé e degli altri – ci sono migliaia di dubbi, di tentativi andati male, di giornate no, di voglia di lasciar perdere tutto. 


La pressione di dover avere sempre successo

Vedere continuamente solo un lato della medaglia rischia di trasformare quest’ultimo nell’unico parametro con cui vediamo la nostra esistenza. La conseguenza è una costante sensazione di inadeguatezza, che ci porta a misurare il nostro valore personale sulla base di aspettative spesso irrealistiche e di paragoni che non raccontano mai l’intera verità.

Uno degli aspetti più paradossali della società moderna è che non esiste più un percorso unico e condiviso da seguire. Le tappe tradizionali della vita si sono frammentate: c’è chi trova stabilità professionale molto presto e chi cambia completamente carriera a quarant’anni, c’è chi costruisce una famiglia in giovane età e chi scopre l’amore molto più tardi.

Nonostante questa varietà di percorsi, molte persone continuano a credere che esista un’età giusta per raggiungere determinati obiettivi. Il lavoro, la vita di coppia, la famiglia… tutto deve seguire delle tappe prestabilite perché venga considerato di valore.

Gli alti e i bassi, i dubbi, le cose che finiscono, tutte le umane fragilità non vengono contemplate in un percorso di successo.

In questo contesto, migliorarsi rappresenta quindi quasi un obbligo morale. Da una parte ci viene detto che possiamo reinventarci in qualsiasi momento, dall’altra, questa promessa di libertà genera una pressione costante. Se potenzialmente possiamo diventare qualsiasi cosa, ogni versione attuale di noi stessi rischia di sembrare insufficiente.

Molte persone finiscono così per vivere in una condizione di sospensione permanente, concentrandosi più su ciò che manca senza riuscire a godere veramente di ciò che hanno già costruito. Neanche i traguardi raggiunti danno soddisfazione, perché, ottenuto un risultato, l’attenzione si sposta immediatamente sull’obiettivo successivo.

Questo ciclo continuo alimenta ansia, frustrazione e la sensazione di non essere mai abbastanza. In realtà, spesso non stiamo inseguendo semplicemente il successo, ma qualcosa di più profondo: il desiderio di sentirci finalmente soddisfatti e in pace con noi stessi.


Come smettere di sentirsi in ritardo e vivere serenamente il proprio percorso

La convinzione di essere in ritardo nasce spesso dal presupposto che la vita debba seguire una traiettoria lineare e costantemente orientata al progresso. Tuttavia, le esperienze reali raccontano una storia molto diversa. Le vite delle persone sono fatte di cambiamenti, pause, errori, ripartenze. Queste fasi fanno parte del percorso tanto quanto i successi, ma vengono mostrate molto meno, soprattutto online.

La domanda più utile da farci, quindi, non è come recuperare il ritardo, ma rispetto a chi o a cosa stiamo misurando la nostra esistenza.

La vita non accade in un futuro ideale, quando finalmente avremo raggiunto tutti i nostri obiettivi o quando saremo esattamente identici a un ipotetico Altro. Accade nel nostro presente, tra le nostre decisioni imperfette e percorsi non sempre prevedibili.

Comprendere questo significa iniziare a guardare il proprio cammino con maggiore consapevolezza e smettere di considerarsi costantemente in ritardo rispetto agli altri.

Qualche tempo fa mi sono imbattuta in una riflessione di Ameya Canovi, una psicoterapeuta di cui spesso condivido il pensiero. Diceva che tutti noi siamo portatori di un dubbio sul nostro valore, un dubbio reso più intenso dal confronto costante con gli altri, che oggi avviene soprattutto sui social.

Ci misuriamo con la vita degli altri e calcoliamo i centimetri che ci separano dall’avere la loro bellezza. Valutiamo quanti grammi di felicità ci mancano per sorridere come loro. Verifichiamo di continuo l’esistenza altrui, trascurando la nostra (…) Quando facevo l’insegnante, molti anni fa, ero solita sorprendere qualche alunno intento a copiare. ‘Guarda sul tuo foglio’ dicevo. Ecco, l’invito che faccio oggi a me e a te che mi stai leggendo qui, ora: guarda sul tuo foglio. E scrivi la tua ricetta. Con gli ingredienti che hai, senza sprecare tempo e pensieri. Fanne il miglior piatto che puoi, oggi, e goditi te, mentre sei.


Giulia Adamo Autrice presso La Mente Pensante
Giulia Adamo
Autrice
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