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The perfect stranger

Tutta un’altra musica

Image by Joshua Olsen on Unsplash.com


If “manners maketh man” as someone said
Then he’s the hero of the day
It takes a man to suffer ignorance and smile
Be yourself no matter what they say

I’m an alien, I’m a legal alien
I’m an Englishman in New York
I’m an alien, I’m a legal alien
I’m an Englishman in New York

Englishman in New York, Sting

“Prima di tutto sono un compositore, insisto su questo, poiché le altre occupazioni sono collaterali. Secondo, sono interprete, e ho scoperto più tardi nella vita che potevo dedicarmi anche alla direzione d’orchestra. Terzo, sono stato sempre più coinvolto nell’organizzazione della vita musicale, e dell’educazione musicale, su richiesta delle istituzioni francesi, ma è l’ultima cosa che è arrivata nella mia vita”. Con queste parole Pierre Boulez, francesissimo, classe 1925, delineava in tre segmenti i tratti salienti della sua vita artistica, molto prolifica, non solamente dal punto di vista produttivo: il suo atteggiamento verso le “cose della musica” spaziava sia dal punto di vista compositivo sia dal punto di vista della contaminazione artistica.

Infatti nel 1984, accade quello che in ogni commedia romantica che si rispetti si chiamerebbe un “meet cute”, un incontro romantico, fatta eccezione che in questo nostro film non ci sono Jacob Elordi e Margot Robbie in versione ottocentesca contemporanea, ma Boulez che in uno slancio di contaminazione decide di dirigere un tipo baffuto, considerato in vita già un visionario polistrumentista provocatore di origini italiane: Francesco Vincent Zappa, per gli amici Frank.

Quello tra Pierre Boulez e Frank Zappa fu un matrimonio durato solo un album (The Perfect Stranger, appunto, eseguito dall’Ensamble InterContemporain di Parigi) ma quello che rimase fu un manifesto, un chiaro esempio di come il miracolo musicale riesca a parlare anche a due stranieri, due isole professionalmente lontane come loro. La musica contemporanea colta di Boulez incontra l’eccentricità e l’esecuzione di Zappa, entrambi virtuosi, tanto che il primo, intervistato da Leonetta Bentivoglio di Repubblica, si espresse così: “Il pop è dominato da superficialità e imitazione. L’unico che mi ha interessato è stato Frank Zappa, curioso, avventuroso, radicale. Apparizione eccezionale in quel contesto». Reciproco riconoscimento. Come quando eri piccolo e non volevi andare al mare coi nonni, ma poi incontri quello che sarà il tuo migliore amico per un’estate intera. Ascoltare e degustare.


Science Rocks!

E dunque, che cos’è che muoveva Pierre e Frank, oltre ad un estro e una sensibilità artistica eccezionali? In cosa consiste la percezione della musica e quali aree cerebrali coinvolge?

Per  quanto riguarda la percezione uditiva (piccola digressione erudita in arrivo), quest’ultima “richiede il riconoscimento delle sequenze di suoni di varie tonalità e timbri, la loro aderenza alle regole che la governano e la combinazione tra note e struttura ritmica, che dovrebbe auspicabilmente essere armonica per risultare piacevole all’ascolto” (fonte: Stateofmind.it). Dunque, in poche parole, il nostro cervello mette in atto una vera e propria decodifica dei segnali che arrivano esternamente, dandogli un ordine plausibile e, possibilmente, suscitare benessere. Okay. E dopo?

L’emisfero cerebrale destro si occupa di alimentare creatività ed esperienza emotiva, quello sinistro si concentra sul linguaggio, analizzando struttura e parole. Ma c’è di più, e qui arriva il bello.

Ascoltare musica attiva il rilascio di dopamina, agente chimico che oramai non ha più segreti, legato ai circuiti del piacere e della ricompensa, agganciandosi con tenacia e determinazione al senso di gratificazione. Insomma, una psicoattivazione pret à porter.

Tutto molto bello, ma andiamo oltre. Prendiamo l’aereo a incontriamo il professor Robert Zatorre del Neurological Institute dellll’Università McGill di Montreal, e poniamogli una semplice ma cocciuta domanda: perché ci piace la musica che ci piace? Zatorre mette in evidenza che ogni genere musicale segue il suo personale “set di regole”, o sintassi, che il nostro sistema uditivo inizia a comprendere dall’infanzia. Decodificandola e cercando in qualche modo di “anticipare quello che succederà”, la musica che ascoltiamo è integrata, in seguito, dal nostro gusto personale e si sviluppa nel tempo, secondo gli incontri artistici e non che faremo.

Risultato? Quello che ci piace musicalmente è un connubio tra l’apprendimento iniziato da piccoli e le nostre esperienze di vita, ecco perché a volte non ci spieghiamo come possano fare a piacerci l’assolo di “The Great Gig in the Sky” dei Pink Floyd e l’ultima di Alessandra Amoroso (forse ho esagerato).

Okay. Abbiamo capito che c’è molta soggettività nel percepire e definire i gusti, ma soprattutto, capire se oltre al “a me mi” ci sia effettivamente qualcosa che possa essere definito condivisibile da molti. Dunque, in questo oceano mare di relatività, che cosa rimane? O chi, rimane?
Ancora una volta sembra che i confini siano labili, qualcuno potrebbe azzardare che “tutto vale tutto” e probabilmente, in parte, è così.
D’altro canto, o meglio, dall’altra parte del fiume, non possiamo negare che al di là dei gusti meramente personali ci sia qualcuno che del virtuosismo, dell’erudizione, ne ha fatto una palestra di vita. Un vero e proprio ginnasio, alla moda greca, dedicando studio, prove, fallimenti e conquiste proprio a lei, la musica, che diventa dimensione, pianeta dalle molteplici facce che in questa forma d’arte trovano un riconoscimento, quel tesoro non più tanto nascosto che si rinnova ad ogni scoperta. Pierre e Frank lo sapevano. Erano consapevoli del fatto che limiti artistici apparentemente invalicabili potevano incontrarsi in un dialogo degno dei più abili mediatori. Caronti del Novecento traghettando anime oltre lo scetticismo. Shaking hands.

Tutto può succedere.

E alla fine, con timida riverenza, ti sorge spontanea la domanda: “Perché?”
E lo straniero, al di là del fiume, risponde: “Perché no?”

Grazie a Boulez, Zappa, Zatorre, alla dopamina (che ormai è ovunque come il prezzemolo nei ristoranti degli anni Ottanta) e a Sting.


Stefania Ghelli Autrice presso La Mente Pensante Magazine
Stefania Ghelli
Educatrice
Bio | Articoli
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