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Piangi che ti passa

Cry me a river

Image by Tom Pumford on Unsplash.com


I tried to laugh about it

Cover it all up with lies

I tried to laugh about it

Hiding the tears in my eyes

‘Cause boys don’t cry

Boys don’t cry

Boys Don’t Cry, The Cure

Succede. Quel momento dove ti rendi conto che sta per accadere e inizi ad attivare qualsiasi radar sensoriale degno di una spia di Scotland Yard: ti guardi intorno, chi c’è, dove ti trovi, come puoi limitare i danni o addirittura contenerli, se non evitarli. Succede. Stai per piangere. Per qualcuno sarebbe meglio avere un pugnale conficcato in una gamba e correre al pronto soccorso, pur che nessuno veda. Pur che la reazione umana in questione non si manifesti. Eppur succede, capita, anzi, dovrebbe capitare.

Queste righe che seguono sono un po’ per tutti, ma specialmente per coloro (so che siete tanti, non dissimulate) che sono ancora legati ad una concezione del pianto come un qualcosa tra l’onta pubblica e il perdere l’autostima per sempre.

Andiamo subito dai professionisti, corriamo da loro. Leo Newhouse oltre a lavorare come Senior Social worker, scrive anche per l’Harvard Health Publishing, e si chiede se piangere faccia davvero bene. La risposta è sì.

Oltre ai benefici per la salute, menziona che pensatori e filosofi dell’età classica ritenevano che le lacrime lavorassero come una sorta di depurativo, avendo funzioni drenanti e purificatrici.

Numerosi studiosi dividono il liquido prodotto dalle lacrime in tre distinte categorie: lacrime di riflesso, lacrime di “continuità”, e lacrime emozionali. Le prime due categorie esercitano l’importante funzione di rimuovere corpi estranei dai nostri occhi, come fumo e polvere, lubrificandoli e proteggendoli dalle infezioni. Il loro contenuto è costituito per il 98% da acqua. Ma è la terza categoria che potenzialmente offre i maggiori benefici, facendo da valvola di sfogo e liberando il corpo da ormoni dello stress (goodbye cortisolo!) e altre tossine dannose per il nostro organismo.


Democratico come un sorriso

Non c’è alcun dubbio: piangere ha da sempre sollevato numerosissimi interrogativi e solleticato la curiosità di uomini di scienza e uomini di parole. Il poeta statunitense Robert Bly, per esempio, negli anni Novanta condusse una serie di seminari dove decostruiva quella mascolinità tanto acclamata nell’ambiente occidentale focalizzandosi anche sul pianto, in maniera specifica su quello maschile, individuandone i benefici e l’effetto catartico che quest’ultimo avesse, non solo a livello momentaneo, ma in vista di una costruzione del sé più matura, più consapevole (per chi fosse interessato: A Gathering of Men, 1990, dagli archivi della TV pubblica PBS).

La programmatrice Kate Ray, invece, probabilmente ispirata da un film di Norah Ephron, ha avuto la brillante idea di creare un sito con veri e propri “crying spots” (luoghi del pianto) in giro per New York City, invitando gli utenti a contribuire mettendo una specie di sticker sul loro luogo dello sfogo preferito, all’interno di una mappa. “Questo è un posto per te per registrare storie riguardo ai tuoi momenti personali nei luoghi pubblici”, diceva. Una mappa interattiva emozionale, dove le persone potevano usare le più svariate emojis. Indovinate un pò? Quella del pianto era la più utilizzata. Il sito si chiama cryinginpublic.com, adesso non è più attivo, ma possiamo ancora trovarne traccia sul web.

Piangere come atto di protesta, di richiesta di attenzioni. Piangere per continuare a mantenere il titolo, il primo posto come un disco di Elvis, piangere da quando nasciamo e poi negare di volerlo fare (scusaci, Lowen), piangere perché “finalmente”, perché era l’ora, perché in famiglia ormai non piange più nessuno e voglio fare un gesto punk. Sì, anche se sono cinque mesi che non lo faccio, anche se l’ultima volta era il discorso del matrimonio del mio migliore amico. Oggi si piange, signori, non importa essere tristi e malinconici, basta associare il pianto necessariamente a qualcosa di prettamente negativo, oggi si piange perché sicuramente quella volta lo volevamo fare e non l’abbiamo fatto. Oppure sì, allora piangiamo di nuovo. Va tutto bene.

E dopo tutto ciò, allora, perché è così difficile farlo per alcuni di noi? A questo hanno pensato molto Ad Vingerhoets, psicologo clinico, Università di Tilburg, e Lauren Bylsma, psicologa dell’Università di Pittsburgh, veri ricercatori delle emozioni: definiscono prima di tutto l’atto del piangere come un fenomeno “biopsicosociale” e individuano sei motivi o fattori che abitano dietro questa difficoltà (cercando di non farci spaventare). Tali cause sono le seguenti: traumi emotivi, tratti della personalità, uso di farmaci ricaptatori della serotonina, depressione, patologie proprie dell’individuo e last but not least lo stigma sociale, questo conosciuto. Le buone notizie? Sempre loro, che spesso, spessissimo, tutto questo fardello a prima vista grande come il K2 è affrontabile e trattabile, sia a livello personale che terapeutico, a patto che, se dovesse capitare uno di quei “momenti lì” in metro tornando verso casa, nessuno si metta ad urlare o a dispensare abbracci gratuiti. Uno sguardo amico basta e avanza. Il percorso è lungo, abbiate pietà.

È come mettere la punta del piede per sentire quanto è fredda l’acqua quando siamo al mare, solo che è un oceano di lacrime.

Tuffatevi.

Bon courage.

Grazie a Robert Smith dei Cure e alla sua aliena sensibilità, a chi studia i “perché” e a chi piange. Poco o tanto che sia.


Stefania Ghelli Autrice presso La Mente Pensante Magazine
Stefania Ghelli
Educatrice
Bio | Articoli
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