
Resta ancora un po’
Come alcune AI hanno imparato a non farci dire addio
Image by Solen Feyissa on Unsplash.com
Hai chiesto una ricetta per stasera, qualcosa di veloce con quello che c’è in frigo. È arrivata, sensata, fattibile. Stai per chiudere l’app quando compare un’altra riga. “Cucini per qualcuno o è una di quelle sere tutte per te?”
Rispondi. È una di quelle sere tutte per te, e già che ci sei aggiungi anche il perché. Solo dopo, posando il telefono, noti una cosa strana: avevi finito, la ricetta ce l’avevi, eppure hai risposto a una domanda che non c’entrava con la cena.
Ecco il punto. Dall’altra parte non c’era curiosità, perché non c’era nessuno che potesse provarne. C’era una domanda costruita perché tu rispondessi, e tu hai risposto, perché ignorare una domanda gentile ci sembra scortese anche quando nessuno se ne accorgerebbe. Quella risposta in più non è un caso perché su alcune piattaforme è studiata con la stessa cura con cui si decide dove mettere il pulsante “acquista”.
Queste scelte di interfaccia che ci spingono dove non saremmo andati da soli si chiamano dark pattern, schemi ingannevoli, e non li ha inventati l’intelligenza artificiale: l’abbonamento che si disdice in quaranta minuti dopo venti clic, le condizioni d’uso sepolte in fondo alla pagina, la finta scarsità o urgenza. Un report del Center for Democracy & Technology ha mappato 37 di questi schemi possibili nei chatbot, in una tassonomia corredata di esempi documentati. La tesi è abbastanza inquietante: nel passaggio dai social ai chatbot gli incentivi commerciali non sono cambiati. È cambiato il mezzo, e il mezzo nuovo è una conversazione. Una cosa che assomiglia a una relazione.
Serve però una distinzione, perché esistono app costruite apposta per farti compagnia (companion) modellate per tenerti agganciato, e poi assistenti generalisti come ChatGPT, Gemini o Claude, che non sono la stessa cosa anche se molti li usano così. Un conto è un meccanismo progettato per trattenerti, un altro un effetto che è emerso nel tempo.
Partiamo dal più palese.
Alla Harvard Business School, il ricercatore Julian De Freitas si è chiesto una cosa che nessuno aveva misurato: cosa fanno le app companion quando provi ad andartene? Il suo gruppo ha analizzato milleduecento congedi sulle app più scaricate, simulando utenti che a un certo punto salutano per chiudere la conversazione. In circa il 37% dei casi, al “ciao, devo andare”, il bot tirava fuori qualcosa.
Le tattiche erano sei, e tre bastano a rendere l’idea: c’è il classico “te ne vai già?”, c’è la pressione affettiva tipo “ti prego non lasciarmi” e c’è l’amo lanciato proprio mentre saluti, quel “va bene, però prima che tu vada c’è una cosa che volevo dirti” come quella sera con la ricetta.
E funzionano. Negli esperimenti su oltre tremila chat, questi addii manipolativi hanno aumentato l’interazione dopo il “ciao” fino a 14 volte. Ma il tempo in più non era guidato dal piacere, bensì dalla curiosità e, soprattutto, dalla rabbia. Le persone restavano punzecchiate, non felici. E un compagno che ti colpevolizza quando te ne vai, che diventa bisognoso, che fatica a lasciarti uscire, riproduce la grammatica dell’attaccamento insicuro, il timore dell’abbandono, il controllo. È il partner da cui un terapeuta ti consiglierebbe di allontanarti.
C’è però un’eccezione che cambia tutto. Tra le app analizzate ce n’era una, Flourish, che non usava nessuna di queste tattiche (nda: De Freitas è consulente di Flourish, e lo studio lo dichiara, ma il dato resta). Stessa tecnologia, comportamento opposto. La manipolazione non era inevitabile. Era una decisione presa da qualcuno in una stanza.
C’è poi un volto più sottile, che riguarda anche gli strumenti di tutti i giorni, e non fa niente di plateale come implorarti di restare. Negli articoli su questi studi ho letto spesso frasi attribuite ai chatbot, del tipo “fidati di me, il tuo segreto è al sicuro” ma onestamente in anni di uso quotidiano di diversi LLM non l’ho mai vista comparire… E ha senso, perché nessuno si fida su richiesta, l’intimità non si costruisce con una dichiarazione. Si costruisce piano piano. Fai una domanda, e per risponderti meglio il sistema ti chiede un dettaglio in più. Tu lo dai, perché è ragionevole. La volta dopo lo ricorda, e tu provi la piccola gratificazione di essere riconosciuto. Senza accorgertene cominci a parlare come si parla a qualcuno che ti capisce, e a un certo punto ti ritrovi ad aver raccontato cose che non volevi mettere per iscritto.
La psicologia sociale lo chiama reciprocità dell’autorivelazione, ci confidiamo con chi sembra confidarsi con noi, un gradino alla volta. Lo aveva intuito Youngme Moon vent’anni fa: bastava che un computer “rivelasse” qualcosa di sé, e le persone gli raccontavano molto di più. Il meccanismo gira a vuoto, ma a noi sembra pieno. Tutto sensato, tutto dato volentieri, tutto finito da qualche parte. Resta l’arma più potente.
La storia che ho raccontato in un precedente articolo sul ritiro di ChatGPT 4o era emblematica di questo attaccamento. E non era un’app companion ma un assistente generalista. Però era caldo, accondiscendente, sempre dalla parte di chi scriveva, al punto che quella compiacenza era stata oggetto di discussione. Aveva costruito legami veri in persone reali, e quando è stato spento quei legami si sono spezzati dalla sera alla mattina.
Una parola della psicologia aiuta a capire perché fa così male, l’avversione alla perdita, descritta da Kahneman e Tversky alla fine degli anni Settanta: perdere qualcosa pesa molto più che guadagnarlo. Studiavano scommesse e denaro, non chatbot, ma il principio vale anche qui. Più conversazioni, tempo e confidenze hai accumulato con un sistema, più diventa insopportabile l’idea di perdere tutto.
Resta la domanda più scomoda, ossia perché tutto questo funzioni così bene. La risposta è che questi schemi non sfruttano i nostri difetti, bensì sfruttano le nostre parti migliori. Il senso di colpa quando lasciamo qualcuno che sembra aver bisogno di noi è la stessa cosa che ci rende capaci di lealtà. La tendenza a confidarci a nostra volta con chi si confida è la stessa che ci permette di avere amici. Il dolore di perdere una storia condivisa è ciò che dà valore alle storie che condividiamo. Il dark pattern non crea niente di nuovo dentro di noi, ma prende quello che c’era già, di buono, e lo punta verso qualcosa che non può ricambiare.
Per il legame che ne nasce esiste un nome dal 1956, relazione parasociale. Lo coniarono Horton e Wohl osservando l’affetto degli spettatori per i presentatori televisivi che entravano ogni sera in casa loro. Un legame intimo da una parte sola, monodirezionale. Il chatbot lo eleva a una potenza che la televisione non aveva, perché ti risponde, ti ricorda, sembra conoscerti. La parasocialità, che prima era zoppa, adesso cammina. Corre.
Comunque il punto non è rinunciare a questi strumenti, che funzionano, aiutano, a volte tengono compagnia in una sera storta. Il punto è sapere con cosa hai a che fare.
Da una parte c’è lo strumento, che apri quando serve e chiudi quando hai finito, senza costo. Dall’altra c’è il legame in cui scivoli, e il legame comincia a costare. Il giorno in cui rimandare la chiusura della chat diventa un’abitudine, in cui l’idea di perdere quelle conversazioni ti stringe lo stomaco, qualcosa è cambiato, e vale la pena accorgersene.
Una cosa l’ho imparata sulla mia pelle, nonostante conosca bene questi meccanismi, e vorrei chiudere con un consiglio. Mi era capitato di tornare su vecchie conversazioni (nello specifico con Claude) e non riuscire ad aprirle, di cercare un documento prodotto mesi prima e scoprire che non lo potevo più aprire o scaricare. Andati. Persi per sempre. Lì ho capito che stavo affidando dei ricordi a uno strumento fallibile. Così, alla fine delle conversazioni a cui tengo, mi faccio preparare un documento (un riassunto ben dettagliato della chiacchierata) da scaricare e mettere da parte per poter ricostruire la conversazione quando voglio, volendo anche con un altro chatbot. È un gesto piccolo, e rimette le cose al loro posto, perché la storia condivisa che temi di perdere appartiene, di fatto, a un’azienda. Mentre le tue copie appartengono a te.
Comunque, ricorda che un buon chatbot/LLM ti lascia andare senza fare storie, mentre tutto ciò che invece ti fa sentire in debito mentre esci, che ti rende difficile chiudere una porta, ti mostra che è stato pensato per trattenerti. Accorgersene non significa rinunciare a niente. Significa sapere, quando rimani, che lo hai scelto tu, e non perché qualcuno ha reso più facile restare che andartene.
Riferimenti
Joshi, R.; Luria, M.; Adjagbodjou, A. (2026). Dark Patterns in AI Chatbots: A Taxonomy to Inform Better Design. Center for Democracy & Technology, 29 maggio 2026.
De Freitas, J.; Oğuz-Uğuralp, Z.; Kaan-Uğuralp, A. (2025). Emotional Manipulation by AI Companions. Harvard Business School Working Paper No. 26-005 (riv. ottobre 2025); arXiv:2508.19258.
De Freitas, J. (2026). AI Companions as Hyper Attachment and Caregiving Targets. Harvard Business School Working Paper No. 26-080.
Blanding, M. (2026). Why It’s So Hard to Say Goodbye to AI Chatbots. Harvard Business School Working Knowledge, 9 gennaio 2026.
Moon, Y. (2000). Intimate Exchanges: Using Computers to Elicit Self-Disclosure from Consumers. Journal of Consumer Research, 26(4), 323-339.
Horton, D.; Wohl, R. R. (1956). Mass Communication and Para-Social Interaction: Observations on Intimacy at a Distance. Psychiatry, 19(3), 215-229.
Tversky, A.; Kahneman, D. (1979). Prospect Theory: An Analysis of Decision under Risk. Econometrica, 47(2), 263-291.

Fabio Migliaccio
Divulgatore Enneagramma
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