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Sotto il diaframma

Intestino, respiro e stress: un viaggio tra fisiologia e immaginale

Image by Egor Vikhrev on Unsplash.com


Quest’estate Ulisse è tornato al cinema. A quasi tremila anni dalla composizione dell’Odissea, continuiamo a raccontare il viaggio dell’eroe omerico attraverso linguaggi e immagini contemporanee. Forse la ragione per cui alcuni miti attraversano indenni i secoli è proprio questa: cambiano le forme con cui li raccontiamo, ma rimangono capaci di interrogare qualcosa di profondamente umano.

Quella di Ulisse è la storia di un ritorno, ma per raggiungere nuovamente Itaca l’eroe deve attraversare territori sconosciuti, perdere riferimenti, confrontarsi con ciò che non può controllare e raggiungere persino il confine con il mondo dei morti. Il suo viaggio è costellato di soglie, passaggi tra un territorio conosciuto e uno che ancora non lo è.

Nel corpo umano esiste una struttura che, proprio per la sua posizione, mi ha sempre affascinata: il diaframma. Separa anatomicamente la cavità toracica da quella addominale e, nello stesso tempo, attraverso il proprio movimento partecipa incessantemente alla relazione tra ciò che si trova sopra e ciò che si trova sotto. È da questa soglia concreta che vorrei partire per scendere verso l’intestino, mettendo in dialogo due linguaggi differenti, quello della fisiologia e quello dell’immaginale, senza chiedere all’uno di dimostrare l’altro.


Il confine che respira

Il diaframma è il principale muscolo inspiratorio e il suo movimento determina variazioni pressorie che coinvolgono torace e addome. È interessante osservare come una struttura che anatomicamente separa due cavità sia contemporaneamente protagonista di un movimento continuo tra di esse.

Negli ultimi anni è cresciuto l’interesse scientifico nei confronti della respirazione diaframmatica e delle pratiche di respirazione lenta. Una revisione quantitativa ha rilevato effetti favorevoli della respirazione diaframmatica su alcuni indicatori fisiologici e psicologici dello stress, pur sottolineando la necessità di ampliare le evidenze disponibili (Hopper et al., 2019). Una successiva revisione ha preso in considerazione gli effetti della respirazione diaframmatica su differenti sistemi dell’organismo, compreso quello gastrointestinale, riportando risultati potenzialmente favorevoli ma sottolineando la necessità di studi più solidi per definirne l’utilità clinica (Hamasaki, 2020).

Il rapporto con l’intestino merita particolare attenzione. In uno studio condotto su persone con sindrome dell’intestino irritabile a prevalente stipsi, sei settimane di respirazione lenta e profonda sono state associate a un miglioramento della sintomatologia gastrointestinale, della frequenza e della consistenza delle evacuazioni e a modificazioni di alcuni parametri autonomici e della sensibilità rettale (Liu et al., 2022).

Questi risultati non trasformano naturalmente il respiro in una terapia universale per i disturbi gastrointestinali, ma ci permettono di considerare respirazione, regolazione autonomica e funzione intestinale come parti di un organismo nel quale i sistemi comunicano continuamente tra loro. È la stessa complessità che ritroviamo nell’asse intestino-cervello, una rete bidirezionale nella quale intervengono meccanismi nervosi, endocrini, immunitari e metabolici (Morais et al., 2021).

Riconoscere questa relazione non significa tuttavia attribuire automaticamente un’origine emotiva a ogni disturbo gastrointestinale. Sarebbe altrettanto riduttivo sostenere che la stitichezza rappresenti necessariamente l’incapacità di “lasciare andare” o che la diarrea debba corrispondere alla paura. La relazione tra esperienza e corpo è molto più complessa di qualsiasi dizionario simbolico.

Pensiamo, per esempio, a un lutto. Non possiamo sostenere che un lutto “causi” uno specifico problema intestinale, ma un’esperienza di questa portata può accompagnarsi a cambiamenti nel sonno, nell’alimentazione, nel respiro, nel movimento, nelle relazioni e nelle abitudini quotidiane, modificando il contesto nel quale quell’organismo vive e si adatta.

È in questo punto che il mio sguardo di ricercatrice e quello di naturopata trovano un terreno comune. Conoscere i meccanismi è indispensabile, ma conoscere un meccanismo non equivale ancora a conoscere la persona nella quale esso sta avvenendo. Davanti a noi non arriva mai soltanto un intestino: arriva una persona con la propria storia, e quella storia partecipa inevitabilmente al modo in cui il corpo viene vissuto, percepito e raccontato.


Tra invisibile e visibile

Fin qui abbiamo osservato il diaframma attraverso il linguaggio dell’anatomia e della fisiologia. L’esperienza umana, tuttavia, può essere avvicinata anche attraverso il territorio dell’immagine e del simbolo, senza che questo debba sostituire o contraddire ciò che appartiene alla conoscenza scientifica.

È il territorio dell’immaginale, centrale nella psicologia archetipica sviluppata da James Hillman, che restituisce all’immagine un ruolo che non è semplicemente decorativo o rappresentativo. L’immagine non chiede necessariamente di essere tradotta subito in una spiegazione razionale, ma può diventare una modalità attraverso cui avvicinarsi alla complessità dell’esperienza psichica.

È una prospettiva che ritroviamo, con una propria elaborazione, anche nel lavoro di Selene Calloni Williams e in “DAIMON. Scopri il tuo spirito guida e guarisci con i miti”, dove il racconto mitologico viene attraversato in chiave immaginale. Il mito, in questa prospettiva, non appartiene soltanto a un passato lontano, ma può diventare un’immagine capace di entrare in relazione con ciò che l’essere umano continua a vivere nel suo presente.

È all’interno di questa cornice che il diaframma può assumere, accanto alla propria realtà anatomica, anche un valore simbolico. La sua posizione suggerisce l’immagine di una soglia tra visibile e invisibile: al di sopra il territorio della parola, del pensiero e delle spiegazioni che riusciamo a costruire; al di sotto il ventre, il viscerale, una dimensione in larga parte sottratta al controllo volontario e che talvolta sembra manifestarsi prima ancora che siamo riusciti a tradurre in parole ciò che stiamo vivendo.

Questo non significa collocare letteralmente l’inconscio sotto il diaframma, né trasformare l’intestino nell’Ade. Significa lasciare che una realtà corporea evochi un’immagine e osservare dove quell’immagine può condurci.

È qui che Ulisse ritorna nel nostro viaggio. Nell’undicesimo libro dell’Odissea, l’eroe raggiunge il confine del mondo dei morti e incontra Tiresia. Prima di poter continuare il viaggio verso Itaca, deve quindi avvicinarsi a un territorio che appartiene all’invisibile. È questa, più che una corrispondenza tra mito e anatomia, l’immagine che ci interessa: a volte il cammino verso il ritorno passa anche attraverso ciò che non possiamo vedere dalla superficie.

Forse anche davanti a ciò che accade nel corpo possiamo provare, qualche volta, a compiere un movimento simile. Non per attribuire al sintomo un significato precostituito, ma per interrogarci su ciò che l’esperienza sta muovendo dentro di noi. La domanda allora non sarà necessariamente «Che cosa significa questo sintomo?», quanto piuttosto «Che cosa accade in me mentre vivo questa esperienza?».

La differenza è sostanziale, perché nel primo caso cerchiamo un codice da decifrare, mentre nel secondo ci concediamo uno spazio nel quale osservare. L’immagine non deve necessariamente essere interpretata: può essere incontrata.

È qui che ritrovo una parola che mi è particolarmente cara: esperire, conoscere attraverso l’esperienza. Possiamo studiare l’anatomia del diaframma, comprendere l’asse intestino-cervello e conoscere gli studi sul respiro, ma esiste un momento nel quale possiamo smettere, almeno per qualche minuto, di parlare del corpo e provare semplicemente a sentirlo.


Esperire

Propongo quindi una breve esperienza, non come trattamento di un disturbo intestinale, ma come occasione di ascolto. Scegliete un luogo tranquillo, assumete una posizione comoda e appoggiate entrambe le mani sulla pancia. Prima di modificare il respiro, osservatelo così com’è, percependo il movimento sotto le mani senza giudicare se sia sufficientemente profondo o regolare.

Se desiderate coinvolgere anche l’olfatto, potete diffondere nell’ambiente, o annusare prima della pratica, una piccola quantità di olio essenziale di Cedro dell’Atlante (Cedrus atlantica), rispettandone indicazioni e precauzioni d’uso. Nella lettura simbolica che utilizzo nel mio lavoro, il Cedro rappresenta il grande maestro: la verticalità e la longevità dell’albero evocano struttura, profondità e tempo e, nella mia lettura archetipica, possiedono una qualità saturnina capace di accompagnare simbolicamente la discesa e la successiva risalita con ciò che è pronto per essere visto.

Chiudete gli occhi e immaginate una luce dorata. Inspirate dolcemente attraverso il naso contando fino a quattro e immaginate che la luce raggiunga il diaframma mentre la pancia si espande senza essere forzata. Se è confortevole, mantenete il respiro per sette tempi. Interrompete la pratica qualora compaiano capogiri, affanno o malessere. Espirate quindi lentamente per otto tempi, immaginando che la luce attraversi la soglia del diaframma e raggiunga il ventre.

Ripetete il ciclo quattro volte, senza trasformare la pratica in una prestazione. Il ritmo 4-7-8 viene utilizzato qui semplicemente come struttura dell’esperienza respiratoria e non per attribuire ai singoli conteggi specifici effetti terapeutici.

Al termine lasciate andare i numeri e tornate al vostro respiro naturale, mantenendo ancora per qualche istante le mani sulla pancia. Se emerge un’immagine, una parola, un ricordo o una sensazione, provate a non interpretarla immediatamente, ma lasciatela semplicemente esistere. Se non emerge nulla, non cercate nulla: anche il silenzio appartiene all’esperienza.

Soltanto dopo qualche istante lasciate affiorare una domanda: «Che cosa sta cercando di farmi vedere questa esperienza?» Non è necessario trovare subito una risposta. Lo scopo non è scoprire un significato nascosto nel corpo, ma sperimentare che cosa accade quando, invece di chiedergli immediatamente di smettere di disturbare, gli concediamo la nostra attenzione.

La scienza e il simbolo non hanno bisogno di diventare la stessa cosa per contribuire alla nostra comprensione dell’essere umano. La prima ci permette di studiare i meccanismi, formulare ipotesi e verificarle; il secondo può offrirci immagini attraverso le quali entrare in relazione con ciò che viviamo senza pretendere necessariamente di spiegarlo. Tra questi due territori rimane il corpo, luogo concreto nel quale respiriamo, reagiamo, ci adattiamo e facciamo esperienza.

Ulisse raggiunge il confine del mondo dei morti, ma non vi rimane. Quell’incontro appartiene al viaggio perché gli permette di continuare a cercare la strada verso Itaca. Forse è anche questo che le antiche storie di discesa continuano a ricordarci: alcune strade del ritorno passano attraverso ciò che, dalla superficie, non riuscivamo ancora a vedere.

Sotto il diaframma non sappiamo in anticipo che cosa troveremo. Forse è proprio per questo che vale la pena scendere.


Bibliografia

Hopper S.I., Murray S.L., Ferrara L.R., Singleton J.K. (2019). Effectiveness of diaphragmatic breathing for reducing physiological and psychological stress in adults: a quantitative systematic review. JBI Database of Systematic Reviews and Implementation Reports, 17(9), 1855–1876.
Hamasaki H. (2020). Effects of Diaphragmatic Breathing on Health: A Narrative Review. Medicines (Basel), 7(10), 65.
Liu J. et al. (2022). Slow, deep breathing intervention improved symptoms and altered rectal sensitivity in patients with constipation-predominant irritable bowel syndrome. Frontiers in Neuroscience, 16, 1034547.
Hillman J. (1975). Re-Visioning Psychology [ed. it. Re-visione della psicologia].
Calloni Williams S. (2022). DAIMON. Scopri il tuo spirito guida e guarisci con i miti. Piemme.
Morais L.H., Schreiber H.L., Mazmanian S.K. (2021). The gut microbiota-brain axis in behaviour and brain disorders. Nature Reviews Microbiology, 19, 241–255.
Omero. Odissea, Libro XI.


Dott.ssa Maria Elisa Salvalai Autrice presso La Mente Pensante Magazine
Dott.ssa Maria Elisa Salvalai
Naturopata e Farmacista, PhD
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