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Le vertigini del cambiamento

Il lutto silenzioso per la persona che non siamo più

Image by Leon Macapagal on Unsplash.com


Ci sono momenti in cui il passato ci raggiunge all’improvviso. Può bastare una fotografia, una strada percorsa centinaia di volte, una canzone dimenticata o un ricordo che riaffiora senza preavviso. Per un istante ci sembra quasi di incontrare una versione di noi stessi che fatichiamo a riconoscere. Non soltanto perché siamo cambiati esteriormente, ma perché quella persona aveva un modo diverso di abitare il mondo, di amare, di sperare, di soffrire. E allora arriva una sensazione difficile da nominare: una sorta di vertigine. Non è semplice nostalgia. Non è nemmeno il desiderio di tornare indietro. È lo stupore di accorgersi che quella vita, che un tempo ci sembrava l’unica possibile, oggi appare lontanissima. Come se appartenesse a qualcun altro. Eppure era la nostra.

Ci insegnano a pensare al lutto come alla perdita di una persona amata. Più raramente ci viene detto che esistono lutti molto più discreti, quasi invisibili, che accompagnano tutta la nostra esistenza. Sono i lutti che riguardano le identità che lasciamo lungo il cammino, i sogni che cambiano forma, le immagini di noi stessi che non possono più accompagnarci. Ogni crescita autentica porta con sé una perdita. Ed è forse proprio questo l’aspetto più difficile del cambiamento.


Diventare significa anche perdere

Nella cultura contemporanea il cambiamento viene spesso raccontato come qualcosa di lineare e positivo. Evolvere, migliorarsi, reinventarsi sembrano obiettivi da raggiungere senza esitazioni. Ma l’esperienza psicologica racconta una storia diversa. Ogni trasformazione richiede un piccolo tradimento di ciò che siamo stati. La studentessa che diventa professionista perde inevitabilmente qualcosa della leggerezza dell’essere ancora “in formazione”. Il figlio che diventa genitore lascia andare una posizione esistenziale che non potrà più recuperare. Chi conclude una relazione non perde soltanto l’altro, ma anche la versione di sé che esisteva all’interno di quel legame. Non esistono passaggi evolutivi senza rinunce. La psicologia psicodinamica conosce bene questo movimento. Lo sviluppo della personalità non è una semplice accumulazione di esperienze, ma un continuo processo di organizzazione e disorganizzazione del Sé. Ogni nuova integrazione richiede che alcune rappresentazioni precedenti vengano trasformate, ridimensionate o lasciate andare. È un lavoro silenzioso, spesso inconsapevole.


Quando il passato sembra appartenere a un’altra persona

A volte bastano pochi anni. Ci guardiamo indietro e facciamo fatica a riconoscere chi eravamo. Magari ricordiamo perfettamente i fatti, ma non riusciamo più a comprendere fino in fondo quella persona che li stava vivendo. “Come facevo a sopportare tutto questo?” “Come potevo pensare che quella fosse la felicità?” “Oggi non reagirei mai in quel modo?” Queste domande raccontano qualcosa di importante. La distanza che sentiamo non è necessariamente un rifiuto del passato. È il segno che la nostra organizzazione interna è cambiata. Le esperienze, le relazioni, le perdite e gli incontri modificano lentamente il modo in cui percepiamo noi stessi e il mondo. Cambiano il significato che attribuiamo alle cose. Cambiano perfino ciò che ci ferisce e ciò che ci consola. Per questo, talvolta, il passato ci provoca una sensazione simile alle vertigini. Guardiamo indietro e vediamo una persona che ci appartiene e, nello stesso tempo, ci è diventata estranea.


Il lutto delle parti di sé

Esiste una forma di sofferenza che nasce proprio da qui. Non riguarda il desiderio di tornare indietro, ma la fatica di salutare definitivamente alcune parti della propria identità. Può essere la parte più ingenua. Quella più idealista. Quella che credeva che tutto fosse possibile. Oppure quella che, pur vivendo dentro relazioni dolorose, aveva imparato a sopravvivere grazie a strategie che oggi non sono più necessarie. Anche le nostre difese, infatti, meritano rispetto. Dal punto di vista psicodinamico non sono semplicemente “errori” da eliminare, ma tentativi intelligenti che la mente ha costruito per proteggerci in un determinato momento della vita. Quando non servono più, lasciarle andare può essere sorprendentemente doloroso. Perché, in fondo, hanno contribuito a farci arrivare fin qui.


La fedeltà invisibile al passato

Non è raro incontrare persone che, pur desiderando cambiare, sperimentano una strana resistenza. Come se qualcosa dentro di loro dicesse: “Se divento davvero diverso, tradisco chi sono stato.” È una fedeltà silenziosa. A volte riguarda la propria storia familiare. Altre volte le persone che ci hanno amato. Altre ancora il bambino che siamo stati. Come se crescere significasse abbandonarlo. La prospettiva psicodinamica ci invita a osservare queste resistenze con curiosità, non con giudizio. Ogni parte di noi, anche quella che sembra ostacolare il cambiamento, sta cercando di custodire qualcosa di importante: un legame, un significato, un senso di continuità. Il problema nasce quando quella fedeltà diventa così rigida da impedirci di vivere il presente.


Il paradosso dell’identità

C’è un paradosso che accompagna tutta la vita psichica. Abbiamo bisogno di sentirci gli stessi per poter costruire una continuità narrativa della nostra esistenza. Ma, nello stesso tempo, abbiamo bisogno di cambiare. Se restassimo identici a noi stessi, non cresceremmo. Se cambiassimo completamente, perderemmo il senso della nostra identità. La salute psicologica non consiste allora nell’essere sempre uguali, ma nel riuscire a mantenere un filo che colleghi le diverse versioni di noi. Non cancellare il passato. Integrarlo. Non rinnegare chi eravamo. Comprendere che quella persona ha fatto il meglio che poteva con gli strumenti che possedeva allora.


Dare un posto alle versioni precedenti di sé

Forse il punto non è decidere quale sia il nostro “vero io”. La psicologia contemporanea ci suggerisce piuttosto che siamo fatti di molteplici configurazioni del Sé, nate nelle diverse fasi della vita e nelle differenti relazioni significative. Alcune rimangono più vicine. Altre si allontanano. Nessuna scompare completamente. Quando una fotografia ci emoziona o un ricordo ci commuove, non è necessariamente perché vorremmo tornare a essere quella persona. È perché quella parte continua a vivere dentro di noi, pur avendo smesso di occupare il centro della scena. Il lavoro psichico consiste allora nel permettere a queste diverse versioni di dialogare, senza che una debba eliminare l’altra.

Forse le vertigini che proviamo guardando il passato non sono il segno che qualcosa non va. Forse indicano semplicemente che il cambiamento è stato reale. Che il tempo non è passato invano. Che abbiamo attraversato esperienze capaci di trasformarci. La crescita, infatti, non è soltanto ciò che aggiungiamo. È anche ciò che impariamo a lasciare andare. Le aspettative irrealistiche. Le immagini idealizzate. Le paure che un tempo ci proteggevano. Persino alcuni desideri. Lasciare andare non significa dimenticare. Significa riconoscere che qualcosa ha avuto un senso in un preciso momento della nostra vita e che oggi può occupare un posto diverso nella nostra storia.


Un lutto che apre alla vita

Ogni lutto, anche quello più silenzioso, porta con sé una domanda. Chi sono, ora? La risposta non arriva tutta insieme. Si costruisce lentamente, attraverso nuove esperienze, nuovi legami, nuovi modi di stare con se stessi. Forse è questo il compito più delicato della crescita: non cercare di conservare intatta ogni versione di noi, né cancellare ciò che è stato, ma imparare a custodire il passato senza abitarlo. Perché le persone che siamo stati non devono essere trascinate nel presente come un peso, né rinchiuse in una stanza della memoria. Possono diventare compagne di viaggio. Figure interiori che ci ricordano quanta strada abbiamo percorso. Guardare indietro, allora, può ancora provocare vertigine. Ma è una vertigine diversa. Non quella di chi teme di cadere. Piuttosto quella di chi, affacciandosi sul sentiero già attraversato, si accorge che ogni passo, anche il più doloroso, ha contribuito a renderlo la persona che oggi continua, ancora una volta, a cambiare. E forse è proprio questa la forma più matura dell’elaborazione del lutto: accettare che vivere significhi nascere molte volte e, ogni volta, salutare con gratitudine qualcuno che siamo stati.


Dott.ssa Silvia Pucciarelli Autrice presso La Mente Pensante Magazine
Dott.ssa Silvia Pucciarelli
Psicologa specializzanda in Psicoterapia Comparata
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