Riconciliarsi con le radici femminili per generare se stesse
L’archetipo della Grande Madre tra eredità e riscatto
Image by Jonatas Domingos on Unsplash.com
Ho sognato mia madre qualche notte fa. Nel sogno, io e mia sorella, da ragazze, arriviamo a casa sua in un giorno di festa: si celebra il suo matrimonio. Come nei ricordi più cari della mia infanzia, lei è il motore dinamico delle feste in famiglia, affaccendata a preparare generosamente per gli invitati, preoccupata dei sapori e degli allestimenti, mostrandoci con orgoglio vassoi colmi di antipasti non ancora pronti. Alla nostra richiesta di assaggiare prima dice di no, poi cede, proprio come fa a casa nel mondo reale. C’è un’armonia luminosa, una tenerezza impalpabile e diffusa. Nel suo fare solerte, mia madre crea intorno a sé quel tipico disordine creativo che ha accompagnato tutta la mia giovinezza e che sollecita l’attesa di una grande festa.
Il risveglio
apro gli occhi e il contrasto con la realtà mi fa lacrimare il cuore: oggi mia madre ha 93 anni, è fragile, debilitata dal tempo. La consapevolezza che quei momenti di vibrante vitalità non torneranno più porta con sé una sfumatura di tenera malinconia. Eppure, la sensazione dominante è di profonda luminosità e gratitudine. I sogni riguardano noi stessi anche nella rappresentazione degli altri, e questo sogno ha rappresentato una nostra conquista: la certezza di aver recuperato con lei, negli anni, uno spazio di armonia, vicinanza e calore. Quella sensazione profonda di avere avuto “una mamma tutta per me”, un bisogno primordiale che ogni figlia necessita di sperimentare almeno una volta nella vita.
La distanza e il peso delle aspettative
Questo frammento di vita personale è, in realtà, la soglia di un territorio collettivo che molte donne si trovano ad attraversare: il complesso, e spesso doloroso, viaggio di ridefinizione del legame madre-figlia. Una dinamica spesso inquinata da distanze ideologiche, silenzi punitivi o conflitti sommersi, su cui grava un mandato sociale e psicologico quasi sovrumano.
Pensiamo alle madri coraggiose che si sono caricate l’intero peso emotivo ed economico della famiglia sulle spalle, talvolta lasciate sole da partner assenti o irresponsabili. Donne che si muovono su un filo teso per bilanciare lavoro e quotidianità, sacrificando la propria individualità. Eppure, paradossalmente, sono proprio loro a diventare il bersaglio di critiche feroci da parte dei figli. Accade frequentemente che, nel tentativo di proteggere la prole dagli aspetti più drammatici di una separazione, la madre finisca per catalizzare su di sé la colpa del fallimento. Il genitore assente, non dovendo gestire la fatica delle regole, viene idealizzato; la madre, rimasta sul campo a gestire le macerie, viene invece incolpata di ogni rigidità.
Per spezzare questo circolo di pretese e colpe, occorre scardinare l’illusione della “madre perfetta”. Lo psicoanalista britannico Donald Winnicott, nel suo saggio fondamentale “Gioco e realtà” (Armando Editore), ci viene incontro introducendo il concetto di “madre sufficientemente buona”. Winnicott spiega che una crescita psicologica sana non richiede una madre infallibile, bensì una figura umana, capace di accudire ma anche di fallire in modo tollerabile, permettendo così alla figlia di sviluppare la propria autonomia e di confrontarsi con la realtà del limite.
Quando iniziamo ad accettare questa parzialità umana, entriamo nel mistero della nostra linea generazionale. È il concetto della matrioska: ogni donna racchiude in sé la madre che l’ha generata e, potenzialmente, la figlia che genererà (o i progetti a cui darà vita). Come le note bambole che si contengono l’una nell’altra; possiamo comprendere la nostra forma esteriore quando onoriamo e comprendiamo quella della madre che ci custodisce al suo interno. Le costellazioni familiari e il Coaching transgenerazionale aiutano bene a risolvere anche i temi critici generatisi sulla linea femminile.
L’integrazione della madre interiore
Nel mio Coaching evolutivo e nei percorsi di autoconsapevolezza al femminile come nel Coaching per le donne leader, manager e artiste, il processo attinge direttamente a quello che la psicologia junghiana definisce l’archetipo della Grande Madre. Intervengo sulla rappresentazione interna, piuttosto che sulla persona fisica della madre. Fino a quando rimaniamo arroccate nel rifiuto delle somiglianze -“non sarò mai come lei”-, restiamo in verità incatenate allo stesso modello che critichiamo, spendendo energie vitali nell’opposizione.
Trovare l’armonia con la figura materna interiore significa smettere di pretendere da lei ciò che non ha potuto o saputo darci. Significa onorare le sue caratteristiche positive con gratitudine e trasformare i suoi limiti in una spinta evolutiva -“faccio tesoro della sua fatica per scegliere una strada diversa e consapevole”-. Questa è la mia chiave per interpretare, in modo laico e psicologico, l’antico precetto “Onora il padre e la madre”: riconoscere con rispetto che siamo il frutto di quella catena, ringraziare per il dono della vita e assumersi la responsabilità di portare quel patrimonio a un livello successivo di evoluzione.

Teresa Burzigotti
NLC Master Coach e Teaching Trainer
Bio | Articoli | Video Intervista AIPP Giugno 2024
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