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Perché ci affezioniamo ad alcuni personaggi di fantasia?

Abitare una storia: identificazione e legami parasociali

– Image by lhon karwan on Unsplash.com –


Esistono narrazioni che, una volta concluse, lasciano una sensazione difficile da definire. Non si tratta semplicemente della fine di una trama o dell’interruzione di un’abitudine. Piuttosto, in alcuni casi ciò che viene meno è la possibilità di tornare in contatto con un ambiente narrativo familiare e con personaggi che, nel tempo, hanno assunto una presenza significativa nella vita dello spettatore.

Chi ha seguito per anni Greys Anatomy ha attraversato insieme ai suoi protagonisti trasformazioni professionali, relazionali e personali, partecipando emotivamente alle loro vicende. Chi ha frequentato il MacLaren’s Pub di How I Met Your Mother ha assistito alla costruzione e all’evoluzione di un gruppo di amici, delle loro relazioni e delle loro traiettorie individuali. Chi è cresciuto con Malcolm in the Middle può riconoscere, nella famiglia Wilkerson, dinamiche familiari caotiche ma profondamente riconoscibili. Chi ha seguito The O.C. durante l’adolescenza può ritrovare, a distanza di anni, significati differenti nelle stesse storie di appartenenza, esclusione e ricerca identitaria. Chi è entrato nel mondo di Bridgerton può sperimentare il fascino di una narrazione costruita sul desiderio, sulle relazioni e sull’immaginario romantico. Chi ha vissuto l’esperienza di Lost conosce invece quella particolare forma di coinvolgimento che nasce quando una storia non rappresenta soltanto una successione di eventi, ma diventa un universo nel quale orientarsi.

Queste esperienze aprono una domanda psicologicamente interessante: come è possibile sviluppare un legame emotivamente significativo con personaggi che sappiamo essere frutto di una costruzione narrativa?

La risposta non risiede in una confusione tra realtà e finzione: lo spettatore tendenzialmente sa che Meredith Grey, Ted Mosby, Malcolm Wilkerson o i protagonisti dell’isola di Lost appartengono a mondi di fantasia. Eppure il coinvolgimento emotivo che suscitano è reale e tangibile.

La psicologia dei media (media psychology), ambito interdisciplinare che studia l’interazione tra individui e contenuti multimediali, ha approfondito il rapporto tra spettatore e narrazione audiovisiva (Giles, 2003; Dill, 2013). In particolare, identificazione, trasporto narrativo e relazioni parasociali sono concetti che hanno assunto rilevanza per comprendere il coinvolgimento con i personaggi e le storie (Cohen, 2001; Green & Brock, 2000; Horton & Wohl, 1956).

Si tratta di processi distinti, sebbene interconnessi: l’identificazione riguarda il coinvolgimento con un personaggio e l’assunzione temporanea della sua prospettiva; il trasporto narrativo descrive una forma di immersione cognitiva ed emotiva nella storia; le relazioni parasociali, invece, fanno riferimento alla percezione di una relazione continuativa con una figura di fantasia, che può progressivamente acquisire familiarità e rilevanza psicologica per lo spettatore (Cohen, 2001; Green & Brock, 2000; Brown, 2015).

Questi costrutti permettono di comprendere come la relazione con un personaggio immaginario possa diventare parte dell’esperienza soggettiva dello spettatore, influenzando emozioni, riflessioni personali e modalità di attribuzione di significato alla propria esperienza (Brown, 2015).


Dal personaggio alla persona: il processo di familiarizzazione

Uno degli aspetti più interessanti della narrazione televisiva a puntate è la possibilità di costruire un rapporto progressivo con i personaggi.

A differenza di un film, nel quale lo spettatore incontra generalmente una storia conclusa in un arco temporale limitato, una serie televisiva accompagna spesso il pubblico per mesi o persino per anni.

La temporalità della fruizione, ovvero il tempo investito nella visione del programma, diventa il protagonista di questa dinamica. La narrazione seriale progressiva permette una conoscenza stratificata: il personaggio viene osservato in molte situazioni differenti, attraverso successi, fallimenti, contraddizioni e trasformazioni. Questo processo presenta alcune analogie con il modo in cui costruiamo la conoscenza delle persone nella vita quotidiana. Infatti, non conosciamo qualcuno attraverso un singolo episodio della sua vita, ma attraverso una successione di esperienze condivise che contribuiscono a costruirne una rappresentazione più articolata. La stessa logica narrativa può contribuire allo sviluppo di una percezione di familiarità nei confronti dei personaggi.

Il concetto di interazione parasociale è stato introdotto da Horton e Wohl (1956) per descrivere la particolare forma di coinvolgimento e vicinanza che può instaurarsi tra gli spettatori e le figure presenti nei media, inizialmente riferita soprattutto a conduttori televisivi e personaggi pubblici. Successivamente, il concetto è stato esteso anche ai personaggi di finzione e con il tempo, è stato approfondito distinguendo tra l’esperienza momentanea di interazione parasociale durante la visione e una più stabile relazione parasociale, caratterizzata da un senso continuativo di familiarità e coinvolgimento nei confronti di una figura mediatica (Giles, 2002; Brown, 2015).

Questo processo può essere osservato chiaramente in serie dalla lunga durata come Greys Anatomy. Il pubblico non incontra Meredith Grey soltanto come protagonista di una storia ospedaliera. La accompagna nel corso di anni di trasformazioni: la perdita della madre, le relazioni sentimentali, i lutti, la maternità, le crisi professionali e personali. Il personaggio diventa progressivamente complesso perché aumenta la quantità di informazioni che lo spettatore possiede. La conoscenza narrativa del personaggio e della sua storia genera familiarità. La familiarità, a sua volta, può sostenere il senso di vicinanza.

Naturalmente questa vicinanza rimane asimmetrica: il personaggio non conosce lo spettatore, non può rispondere alla relazione e non esiste una reciprocità reale. Tuttavia l’esperienza emotiva non è per questo meno significativa o intensa (Brown, 2015).


Identificazione: quando la storia incontra la nostra esperienza

Oltre alla relazione parasociale troviamo un altro processo fondamentale: l’identificazione.

Cohen (2001) la definisce come il processo attraverso il quale lo spettatore assume temporaneamente la prospettiva di un personaggio, partecipando ai suoi stati emotivi, ai suoi obiettivi e al suo modo di interpretare gli eventi. Identificarsi non significa necessariamente approvare i suoi comportamenti, quanto piuttosto poter abitare, per un tempo limitato, una prospettiva diversa dalla propria. Questo aspetto è particolarmente evidente nelle narrazioni adolescenziali.

The O.C., ad esempio, non racconta soltanto le vicende di Ryan Atwood, Marissa Cooper e del gruppo di adolescenti di Newport Beach. La serie mette in scena temi evolutivamente rilevanti: appartenenza, costruzione dell’identità, differenza sociale, bisogno di riconoscimento e ricerca di un luogo nel quale sentirsi accolti.

Durante l’adolescenza, fase caratterizzata dalla progressiva definizione dell’identità personale e sociale, alcune narrazioni possono assumere un significato particolare perché intercettano domande ancora aperte: chi sono? Dove appartengo? Quale versione di me voglio costruire? Potrei trovarmi anch’io in situazioni simili? Cosa farei al loro posto?

Ma il rapporto con una storia televisiva non rimane necessariamente uguale nel tempo. È possibile riguardare una serie anni dopo e scoprire che il personaggio che ci aveva maggiormente coinvolto non produce più lo stesso effetto su di noi: la relazione con una narrazione non dipende soltanto dal contenuto della storia, ma dall’incontro tra quella storia e il momento esistenziale dello spettatore.

Attraverso una lettura gestaltica del processo, in cui l’esperienza prende forma nella relazione tra la persona e il contesto in cui si trova (Perls, Hefferline, & Goodman, 1951), possiamo considerare il fatto che una storia non possiede un significato completamente indipendente dallo spettatore: la stessa scena può assumere valori diversi in momenti diversi della vita.

Una dinamica familiare rappresentata in Malcolm in the Middle può essere percepita come una semplice situazione comica durante l’adolescenza e diventare, anni dopo, una rappresentazione sorprendentemente accurata delle ambivalenze della vita familiare.

La stessa battuta, lo stesso conflitto, lo stesso personaggio possono diventare figura su sfondi differenti. In questo senso, riguardare una serie non significa semplicemente ripetere un’esperienza già vissuta, ma anche incontrare una storia da una posizione diversa.

Nel tempo, dunque, cambia lo spettatore e, con esso, cambia anche il modo in cui la storia entra in contatto con la sua esperienza.


Desiderio, immaginario e ambivalenza: il caso di Bridgerton

La relazione con i personaggi televisivi non riguarda soltanto il riconoscimento o la familiarità. Alcune narrazioni lavorano soprattutto sul piano del desiderio, dell’immaginario e dell’investimento emotivo.

Bridgerton rappresenta un esempio interessante perché costruisce il proprio coinvolgimento attorno alla dimensione relazionale e romantica: l’aspettativa dell’incontro, la tensione tra desiderio e controllo sociale, la costruzione dell’identità attraverso lo sguardo dell’altro. Lo spettatore non osserva semplicemente una storia d’amore: viene immerso in un universo narrativo nel quale le relazioni assumono un valore simbolico.

La ricerca sulla psicologia della narrazione e del coinvolgimento narrativo ha evidenziato come il coinvolgimento nelle storie possa essere favorito dalla capacità di entrare nella prospettiva dei personaggi e di sperimentare emozioni vicine a quelle rappresentate (Green & Brock, 2000; Oatley, 1999). Il trasporto narrativo (narrative transportation) descrive proprio quella condizione nella quale l’individuo viene coinvolto cognitivamente ed emotivamente nella narrazione, arrivando temporaneamente a considerare il mondo narrativo come uno spazio esperienziale significativo (Green & Brock, 2000).

Questo processo può avere una funzione esplorativa. Attraverso la fiction possiamo confrontarci con temi quali desiderio, vulnerabilità, appartenenza, rifiuto, perdita e trasformazione personale in una cornice protetta. Tuttavia, la rappresentazione narrativa può anche essere ambivalente.

La forte partecipazione emotiva dello spettatore può rendere alcune dinamiche particolarmente coinvolgenti anche quando rappresentano relazioni problematiche: idealizzazione dell’amore, fusione romantica, gelosia, controllo o dipendenza.

Il punto non è stabilire se una serie televisiva “faccia bene” o “faccia male”, ma considerare il rapporto tra il contenuto narrativo, le caratteristiche dello spettatore e il modo in cui la storia viene elaborata. La fiction non determina automaticamente comportamenti o convinzioni, ma può diventare uno spazio nel quale alcuni modelli relazionali vengono osservati, discussi e interpretati.


Comprendere il personaggio: tra empatia e distanza critica

Uno degli aspetti più interessanti dell’identificazione con i personaggi riguarda la possibilità di comprendere personaggi complessi. Le serie televisive spesso ci mettono nella condizione di conoscere una persona immaginaria attraverso una prospettiva privilegiata: spesso possiamo accedere a informazioni che gli altri personaggi non possiedono, conosciamo la sua storia, le sue paure, le sue motivazioni. Lo spettatore può così accedere a una quantità di dettagli difficilmente disponibile nelle relazioni quotidiane, grazie a un punto di vista privilegiato che la narrazione gli offre.

Questo può favorire un processo di perspective taking, cioè la capacità di assumere temporaneamente il punto di vista dell’altro (Davis, 1983). In questo senso, alcune narrazioni possono rappresentare un esercizio simbolico di “incontro con l’alterità”. Non perché la visione di una serie renda automaticamente più empatici, ma perché il coinvolgimento narrativo può richiedere allo spettatore di sospendere temporaneamente il giudizio immediato e considerare una prospettiva differente (Kaufman & Libby, 2012).

Un esempio interessante può essere ancora How I Met Your Mother. Nel corso delle stagioni, i protagonisti vengono presentati attraverso caratteristiche fortemente riconoscibili: Ted come individuo alla ricerca di significato e di una relazione ideale; Robin come persona orientata all’indipendenza e alla realizzazione personale; Marshall e Lily come coppia che attraversa diverse fasi evolutive; Barney come personaggio apparentemente centrato sulla seduzione, sul successo e sull’immagine di sé.

Proprio Barney permette di osservare una questione importante. La serie progressivamente mostra elementi della sua vulnerabilità e della sua storia personale, permettendo allo spettatore di comprenderne alcuni aspetti della sua storia e della costruzione del personaggio.

Comprendere, però, non significa necessariamente giustificare o approvare: questa distinzione è centrale anche nella vita reale. La capacità di riconoscere e validare la complessità dell’altro non implica la sospensione del proprio giudizio etico o del proprio sistema di valori. La narrazione può ampliare la comprensione e favorire l’empatia, senza richiedere necessariamente adesione o approvazione.


Quando una storia finisce: la perdita di un legame narrativo

Se il coinvolgimento con una serie può diventare così significativo, è comprensibile che la sua conclusione possa generare una reazione emotiva. Uno degli esempi più discussi è Lost. Per molti spettatori la serie non rappresentava soltanto un racconto da seguire episodio dopo episodio, ma un universo narrativo in cui investire tempo, aspettative, ipotesi e interpretazioni.

La conclusione di una serie particolarmente coinvolgente interrompe diversi livelli di esperienza contemporaneamente: termina la possibilità di incontrare nuovamente i personaggi; viene meno un appuntamento rituale; si chiude un mondo narrativo conosciuto; si interrompe una forma specifica di coinvolgimento emotivo.

La ricerca contemporanea ha iniziato a descrivere questo fenomeno attraverso il concetto di “parasocial breakup”, cioè la rottura o dissoluzione di una “relazione parasociale”.

Möri (2024) ha studiato il modo in cui gli spettatori possono sperimentare disagio e sofferenza dopo l’interruzione della relazione con personaggi di fantasia, evidenziando il ruolo della perdita della continuità relazionale e narrativa, oltre che la rilevanza del legame sviluppato in precedenza.

Un altro studio particolarmente rilevante è quello condotto da Gerace (2024) sulla conclusione della serie australiana Neighbours. Lo studio ha evidenziato come sentimenti di perdita e tristezza fossero associati alla forza dei legami sviluppati con la serie e con i personaggi.

Ma è importante mantenere una distinzione fondamentale: la fine di una serie non costituisce un lutto nel senso clinico del termine. Infatti, non perdiamo una persona reale. Tuttavia può rappresentare una forma di esperienza di perdita simbolica: perdiamo un contesto, una routine, un luogo immaginario nel quale abbiamo abitato per un periodo significativo.

La sofferenza non deriva dalla convinzione che il personaggio esista realmente, quanto dal fatto che quella relazione narrativa aveva assunto un significato reale nella nostra esperienza.


Tornare alle storie conosciute: il fenomeno del rewatch

Un elemento particolarmente interessante riguarda ciò che accade dopo la conclusione di una serie amata: molti spettatori non cercano necessariamente una nuova storia, ma tornano indietro, riguardando episodi già conosciuti e ritornando in luoghi narrativi familiari.

Il fenomeno del rewatch è interessante perché sembra contraddire una logica apparentemente semplice: se conosciamo già la storia, perché desideriamo riviverla? Una possibile spiegazione riguarda il ruolo della familiarità e del significato affettivo associato a quella narrazione.

La visione ripetuta non offre più la sorpresa narrativa, ma permette di ritrovare un ambiente conosciuto, soprattutto quando la serie è stata incontrata in periodi particolarmente significativi della propria vita. In questo senso, per alcuni spettatori, possono assumere una funzione particolare serie come Malcolm in the Middle, How I Met Your Mother o Greys Anatomy: mondi narrativi in cui è possibile ritrovare personaggi conosciuti, dinamiche familiari e atmosfere emotivamente note.

Conosciamo i personaggi, il tono, le dinamiche: la prevedibilità, in alcune condizioni, può diventare una fonte di sicurezza e regolazione emotiva.

Derrick, Gabriel e Hugenberg (2009), attraverso il concetto di social surrogacy hypothesis, hanno mostrato come i programmi televisivi preferiti possano temporaneamente sostenere un senso di appartenenza sociale, soprattutto in condizioni di solitudine o minaccia relazionale.

Questo non significa che una serie sostituisca una relazione reale: il legame parasociale rimane profondamente diverso da un rapporto reciproco. Tuttavia suggerisce che alcune narrazioni possono svolgere una funzione emotivamente significativa nella quotidianità, offrendo uno spazio familiare al quale fare ritorno, in cui cercare conforto, distrazione, riflessione o connessione. Guardare una serie conosciuta dopo una giornata difficile può avere un significato diverso rispetto alla visione casuale di un contenuto nuovo: non richiede lo stesso investimento cognitivo, né di costruire da zero un rapporto con nuovi personaggi: offre una continuità.

La nostalgia può svolgere un ruolo importante in questo processo.

Ricerche condotte da Routledge e colleghi (2013) hanno evidenziato come la nostalgia possa essere associata a senso di continuità del sé, connessione sociale e attribuzione di significato. In questa prospettiva, ritornare a rivedere una serie televisiva non significa necessariamente rifugiarsi nel passato, quanto ritrovare un elemento stabile mentre altri aspetti della vita cambiano.

La serie può assumere una funzione simile a quella di uno “spazio transizionale”: non un sostituto della realtà, ma un luogo simbolico nel quale sostare temporaneamente.


Conclusione: le storie che continuano ad accompagnarci

Il fenomeno delle serie televisive mostra qualcosa di più generale sul rapporto tra esseri umani e narrazioni: le storie non vengono solo lette, viste, sentite, quanto “incontrate”.

Ogni spettatore porta nella visione la propria storia personale, il proprio momento evolutivo, i propri bisogni e le proprie domande. Una stessa serie può significare qualcosa di completamente diverso in momenti diversi della vita.

The O.C. può essere una storia sull’appartenenza durante l’adolescenza e una riflessione sulle differenze sociali anni dopo. Malcolm in the Middle può essere una commedia familiare e successivamente una rappresentazione delle complessità delle relazioni familiari. Greys Anatomy può essere inizialmente una serie sui medici e diventare progressivamente una narrazione su perdita, resilienza e trasformazione. How I Met Your Mother può sembrare una commedia sulle relazioni e diventare una riflessione sul tempo, sulla memoria e sul modo in cui costruiamo il racconto della nostra vita.

Forse il motivo per cui alcune serie rimangono così presenti nella nostra memoria non riguarda soltanto la qualità della scrittura o la forza dei personaggi, ma il fatto che, per un certo periodo, quelle storie hanno rappresentato uno spazio di esperienza.

Abbiamo seguito vite immaginarie mentre attraversavamo la nostra, abbiamo osservato personaggi cambiare mentre cambiavamo anche noi. Abbiamo salutato mondi narrativi che, pur non essendo reali, avevano assunto un significato reale nella nostra quotidianità.

Il legame con i personaggi televisivi non è quindi una semplice illusione, ma una forma particolare di relazione con una specifica narrazione. Una relazione mediata, asimmetrica e simbolica, ma capace di coinvolgere processi profondamente umani: identificazione, memoria, appartenenza, empatia e ricerca di significato.

Forse è proprio questo il motivo per cui alcune serie non finiscono davvero quando arrivano i titoli di coda: diventano storie che fanno parte della nostra.


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Dott.ssa Federica Brugaletta Autrice presso La Mente Pensante Magazine
Dott.ssa Federica Brugaletta
Psicologa e psicoterapeuta in formazione
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Dott.ssa Federica Brugaletta Dott.ssa Federica Brugaletta Dott.ssa Federica Brugaletta Dott.ssa Federica Brugaletta

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