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Power on, power off

L’arte di (non) raccogliere i pezzi

Image by Christian Agbede on Unsplash.com


[…] You get me in a crowd of high-class people
And then you act real rude to me
But, oh baby, baby, baby, baby,
When you love me, I can’t get enough
I want to spread the news
That if it feels this good getting used
Girl, you just keep on using me
Until you use me up
Until you use me up

Use me, Bill Withers, 1972

“Mi porti in una folla di persone di alta classe e poi ti comporti davvero male con me, ma baby, baby, baby, baby, quando mi ami, non ne ho abbastanza, voglio diffondere la notizia, che ci si sente bene quando si è usati, girl, continui ad usarmi, finché non mi avrai usato tutto (…)”. Bill Withers nel 1972 è uscito con un pezzo che apparentemente parla di quanto sia struggente il sentimento di “amore”, fino a volere che questa ragazza-vampiro lo usi tutto. Il brano inizia con l’elenco di varie persone che ammoniscono il nostro amato compositore, ma lui risponde che non gli importa, vuole che lei lo usi tutto e lo fa proprio con il verbo frasale “up”, ci tiene a dire che di lui, alla fine, non rimarrà proprio niente.

Chissà se questa donna è esistita davvero, e se davvero lo portava nei grand hotel, per esempio, per poi trattarlo male. Quello che sappiamo, però, è che almeno una volta siamo stati tutti un po’ Bill Withers, o perlomeno ci siamo sentiti così, usati, ma con il nostro consenso in mano firmato proprio da noi. Quella situazione lì, esattamente quella in cui sei con le persone più fidate e ti lamenti di come tal dei tali sia ingiusto/a con te, cercandoti solo quando vuole, quando si ricorda che nell’universo mondo ci sei anche tu e lancia un tiepido segnale di contatto. A quel punto il grigio se ne va, il bambino-sole dei Teletubbies spunta di nuovo come l’ultima volta e il pianeta torna ad essere un posto ameno dove i cerbiatti ti danno il cinque. Finché non succede di nuovo. E poi ancora. E un odore di circolo vizioso e di tante altre parole un po’ tecniche che non promettono niente di buono inizia a diffondersi nell’aria. Ops.

Come spesso succede in psicologia (non me ne vogliano i puristi italianisti), la lingua inglese ci offre un termine piuttosto accurato e immediato per descrivere il comportamento di chi mantiene legato l’altro attraverso segnali discontinui e ambigui: il breadcrumbing, letteralmente il “ridurre in briciole”. E qui si apre il sipario, perché il breadcrumbing può annidarsi in molte, molte dinamiche relazionali, in presenza, ma anche sui social. Ma di che cosa sono fatte queste briciole, nello specifico? Vediamo. Innanzi tutto, non bastano due-tre episodi sporadici per definirlo, deve esserci una ripetizione nel tempo, un modus operandi che è fatto di:

– intermittenza: la persona in questione sembra partita per una missione per conto della CIA in Afghanistan e fa perdere le proprie tracce per giorni, se non settimane. Ovviamente poi  riappare con un “Hey, come stai?” dal niente, senza troppe spiegazioni.

– assenza di piani/progetti concreti, anche semplici: con questa persona si è spesso fermi ad un incrocio dove non sappiamo quale direzione prendere, anche per un semplice cinema il Sabato pomeriggio.

– ambiguità emotiva (dalle stelle alle stalle nell’arco di un aperitivo) senza una reale progressione della relazione.

– ricompense riparatorie: il crumbler torna quando l’altro si allontana e cerca di prendere le distanze.

Che bel quadretto.

Spesso chi si trova nella situazione di “raccoglitore di briciole” è una persona che nell’arco della propria vita si è abituata a ricevere il minimo indispensabile, facendosi bastare quel piccolo straccio di attenzioni per sentirsi voluta, cercata, desiderata senza rendersi conto che quella che vive è una relazione intermittente che spesso porta desolazione emotiva (tipo Deserto dei Tartari) e un senso di amore e rispetto alquanto sfalsati. Il crumbler invece, o la crumbler, come un vero villain degno di Oscar, sembra aggirarsi indisturbato mietendo vittime perché, fondamentalmente, a lui importa di tutti ma non importa di nessuno, avendo messo in atto un sistema di attaccamento disfunzionale con chi gli dedica attenzioni, tempo e sì, amore. Ma il breadcrumbing non è solo questo, ce lo spiega meglio Daniela Cursi Masella, giornalista e press officer, che ha approfondito la questione, individuando anche ambiti “meno amorosi” dove questo meccanismo si annida. Nel lavoro, ad esempio, in quelle dinamiche di costanti promesse mai realizzate da parte di manager e capi, perpetuate negli anni per tenere “all’amo” dipendenti magari brillanti e dinamici, che decidono più o meno consapevolmente di non cercare un posto migliore altrove, agganciati alla speranza di una promozione-Godot, che non arriverà mai.

Oppure, molto meno chiaccherato, nello sport. Allenatori e dirigenti che nutrono la mente di promettenti atleti… La mente, appunto.

“Qui si parla di potere psicologico che innesca la dipendenza dal riconoscimento. Nel mondo sportivo il breadcrumbing può diventare molto insidioso perché gli atleti vivono spesso di approvazione, selezioni e appartenenza. Chi adotta questi comportamenti vuole mantenere il controllo emotivo del gruppo e utilizza la speranza come strumento disciplinare. Lo fa evitando confronti diretti e lascia gli atleti in continua attesa di validazione”, afferma Cursi Masella. 

Un bel siparietto. Come fare, dunque, per riconoscere (o almeno provarci) questo meccanismo tossico che non porta niente di buono? Una sensazione-stato d’animo-spia è la confusione, spiega Rita Lombardi, psicoterapeuta. Non si è mai abbastanza sicuri dell’altro, e viviamo in uno stato di costante attesa della “dose” di endorfine che scaturisce dalla ripresa del contatto, peccato però che finisca senza nemmeno il tempo di dire “era l’ora”.

Che fare, dunque? Procedere a piccoli passi, osservare come se stessimo facendo mindfulness i comportamenti del sospetto crumbler ed iniziare a prendere le distanze, attraverso il dialogo ma anche, e sopratutto, le azioni. Manifestare il proprio disappunto in maniera chiara e iscriversi ad un corso di kintsugi per incollare con l’oro tutte queste briciole. Scherzo… O magari no.

Sentirsi pieni, in equilibrio, vale molto di più dell’accontentarsi dei frammenti, il metaforico piegarsi a raccogliere le briciole porterà a niente di buono. Trust the process. Ci vorrà tempo, ma ne vale la pena, sempre.

I frammenti lasciamoli al Museo Archeologico di Milano.

Buon lavoro.

Grazie a Bill Withers che con la sua verve ci parla sempre di sensazioni viscerali, a Daniela e Rita, donne di parole e scienza.


Stefania Ghelli Autrice presso La Mente Pensante Magazine
Stefania Ghelli
Educatrice
Bio | Articoli
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