
Desiderio, avversione e libertà di scegliere
Consapevolezza, Yoga, Conoscenza di sé, I Livelli della mente, Benessere interiore
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Ci sono giorni in cui la nostra attenzione sembra essere tirata da ogni parte.
Un profumo ci riporta improvvisamente a un ricordo piacevole. Incrociamo qualcosa che ci incuriosisce e rallentiamo. Entriamo in un ambiente nel quale non ci sentiamo a nostro agio e nasce quasi subito il desiderio di uscire. Qualcosa ci attrae, qualcos’altro ci allontana.
Avvicinarsi. Allontanarsi.
Cercare ciò che ci attrae. Evitare ciò che ci disturba.
Sono gesti talmente naturali che raramente ci soffermiamo a osservarli. Eppure, dietro esperienze apparentemente molto diverse, possiamo riconoscere uno stesso movimento: qualcosa entra nel nostro campo di percezione, provoca attrazione oppure avversione e ci spinge ad agire.
Gran parte del nostro rapporto con il mondo passa proprio da qui.
Lo strato del desiderio
Nella visione dei cinque livelli della mente, il primo è la mente conscia, chiamata Kamamaya Kosa, lo strato del desiderio. Kama significa infatti “desiderio”.
Il suo movimento può essere osservato attraverso tre passaggi molto semplici: percezione, desiderio o avversione, azione.
Tutto comincia dai sensi.
Vediamo, ascoltiamo, annusiamo, gustiamo, tocchiamo. Attraverso questi canali il mondo esterno entra continuamente in relazione con noi.
Ma ciò che percepiamo non ci lascia sempre indifferenti.
Ci sono cose verso le quali sentiamo immediatamente un’attrazione: vogliamo avvicinarci, assaggiare, possedere, conoscere, sperimentare. Altre provocano il movimento opposto: ci disturbano, ci spaventano, ci infastidiscono e desideriamo allontanarle.
Poi agiamo.
Può accadere in pochi secondi, a volte così velocemente da non renderci neppure conto dei diversi passaggi.
Vediamo. Desideriamo. Ci muoviamo.
Oppure percepiamo. Respingiamo. Ci allontaniamo.
Un movimento semplice, eppure presente in moltissimi momenti della nostra giornata.
I cavalli della mente
Immaginiamo per un momento la mente come un carro trainato da cavalli.
Sono animali forti, vitali, indispensabili al viaggio. Ma ognuno può essere richiamato da qualcosa di diverso. Un rumore da una parte, qualcosa da mangiare dall’altra, una presenza che attira l’attenzione poco più avanti.
Se ciascun cavallo comincia a tirare nella propria direzione, il carro continuerà certamente a muoversi.
Ma verso dove?
I nostri sensi possono assomigliare a quei cavalli.
Ci permettono di incontrare il mondo e rendono possibile l’esperienza. Attraverso di loro possiamo gustare un cibo, ascoltare una musica, contemplare un paesaggio, sentire una carezza, riconoscere un pericolo.
Non sono quindi nemici da combattere.
Eppure ogni stimolo può richiamare la nostra attenzione e suggerire una nuova direzione.
Il problema non sono i cavalli e neppure la loro forza.
Il carro può continuare a correre, passando da una direzione all’altra.
Ma sarebbe importante, ogni tanto, fermarci e chiederci: chi tiene le redini?
Perché un conto è sentire l’impulso a muoverci in una direzione. Un altro è non accorgerci nemmeno di essere stati trascinati..
Desiderare non è sbagliato
Quando si parla di desiderio, istinto e controllo dei sensi, è facile immaginare un cammino fatto di rinunce e repressione.
Ma il punto non è negare ciò che sentiamo. È imparare a riconoscerlo e a orientarlo.
Alcuni desideri nascono da bisogni e istinti profondamente radicati nella nostra natura. Fame, sonno, paura e sessualità sono forze fondamentali legate alla conservazione della vita e alla sua continuità.
La fame ci ricorda che abbiamo bisogno di nutrimento. Il sonno ci conduce verso il riposo. La paura può avvertirci della presenza di un pericolo. La sessualità appartiene alla forza attraverso cui la vita continua.
Sono quindi energie naturali e necessarie. Eppure anche ciò che appartiene alla nostra natura, quando prende completamente le redini, può trascinarci con una forza tale da farci perdere di vista la direzione.
Pensiamo alla differenza tra nutrirci perché abbiamo fame e continuare a cercare nel cibo una soddisfazione che va oltre la fame. Oppure tra concederci il riposo di cui abbiamo bisogno e lasciarci vincere continuamente dall’inerzia. La stessa energia che sostiene la vita può assumere una forza diversa quando smettiamo di riconoscerne la misura.
Il cavallo, quindi, non è il problema. È la sua forza senza direzione che può diventarlo.
Perché c’è una differenza tra sentire un impulso ed essere costretti a seguirlo.
Tra provare un desiderio e diventarne prigionieri.
Tra ascoltare i nostri cavalli e consegnare loro le redini..
Una corsa da un desiderio all’altro
Se osserviamo una giornata qualsiasi, possiamo accorgerci di quante volte la nostra attenzione cambi direzione.
Può essere il desiderio di ricevere una risposta, di raggiungere un risultato, di essere riconosciuti, di vivere una nuova esperienza. A volte inseguiamo qualcosa a lungo; altre volte ciò che sembrava così importante perde improvvisamente interesse e viene sostituito da altro.
Non è neppure necessario che un desiderio venga soddisfatto perché ne compaia un altro.
L’attenzione si sposta, trova un nuovo oggetto e il movimento ricomincia.
Non c’è necessariamente qualcosa di sbagliato in questo movimento. Fa parte della nostra esperienza.
La domanda nasce quando questa continua ricerca diventa l’unico orizzonte che conosciamo.
Se la nostra giornata è continuamente orientata verso ciò che vogliamo ottenere e ciò che vogliamo evitare, possiamo finire per vivere reagendo agli stimoli che incontriamo senza accorgerci di quanto essi stiano orientando la nostra direzione.
Ed è proprio qui che l’osservazione diventa importante.
Non per smettere di desiderare.
Ma per riconoscere il desiderio mentre nasce.
Abbiamo desideri, ma non siamo i nostri desideri
Possiamo desiderare intensamente qualcosa e, nello stesso tempo, osservare quel desiderio.
Possiamo sentire una forte avversione e accorgerci di ciò che sta avvenendo dentro di noi.
E proprio nel momento in cui riusciamo a osservarlo, tra il desiderio e l’azione può aprirsi uno spazio.
Abbiamo desideri.
Ma non siamo i nostri desideri.
Forse è proprio questa distinzione a permetterci di prendere in mano le redini.
Non significa diventare indifferenti, rinunciare al piacere o allontanarsi dalla vita.
Al contrario.
Significa poter gustare ciò che la vita offre senza dover necessariamente inseguire ogni cosa che ci attrae. Significa poter riconoscere ciò che non ci piace senza essere costretti a respingerlo immediatamente. Significa iniziare a scegliere quando seguire un impulso e quando, invece, lasciarlo semplicemente passare.
I cavalli continuano a correre.
Ma il loro movimento non decide più necessariamente l’intero viaggio.
Una domanda da portare con sé
Possiamo sperimentarlo anche nelle cose più piccole.
La prossima volta che qualcosa attirerà la nostra attenzione, proviamo a non cambiare nulla.
Osserviamo soltanto.
Prima ancora di agire, proviamo a riconoscere ciò che sta accadendo.
Ho percepito qualcosa.
Poi:
Mi attrae o la respingo?
E infine:
Che cosa mi viene spontaneo fare?
Non serve giudicare la risposta. Non dobbiamo dimostrare di saper controllare nulla.
Possiamo semplicemente osservare il movimento.
Forse scopriremo che tra la percezione e l’azione esiste un istante che normalmente attraversiamo senza accorgercene.
Ed è un istante prezioso.
Perché conoscere i nostri cavalli non significa fermarli.
Significa riconoscerne la forza, imparare ad ascoltarne il movimento e, poco alla volta, scoprire che possiamo scegliere noi la direzione del viaggio.

Liila Meloni
Insegnante di Yoga, Coach di Crescita Personale e Autrice
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