
Anestesia locale
Vita quotidiana: torpore dei sensi e piccoli risvegli (senza traumi)
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Hello?
Is there anybody in there?
Just nod if you can hear me.
Is there anyone at home?
Come on, now,
I hear you’re feeling down.
Well I can ease your pain
Get you on your feet again.
Relax.
I’ll need some information first.
Just the basic facts.
Can you show me where it hurts?
Pink Floyd, Confortably Numb
“Ebbene, nel metrò, che frequentavo fin dalla mia più tenera infanzia, ero un indigeno come un altro; solo che questo indigeno era un etnologo e mi veniva quindi offerta l’occasione di praticare una sorta di autoanalisi etnologica. […]”
Queste le parole dello studioso Marc Augé nella prefazione di una delle sue opere più famose Un etnologo nel metrò (2010). In una Parigi brulicante di persone l’antropologo se ne stava in metropolitana ad osservare la gente e quello che più o meno faceva tutti i giorni, insomma, lo scorrere della vita.
Tra motricità e pause più o meno statiche di riflessione, l’antropologo era catturato dal fluire dei giorni: quest’ultimi come tanti contenitori messi l’uno accanto all’altro, che le persone, ora adagio ora fremendo, riempivano con emozioni, gesti, parole.
Una mappa emozionale come percorso semi tracciato di una metropolitana.
Ma cosa succede quando in questi itinerari interiori ci sono dei “lavori in corso”?
Non oltrepassare la linea gialla.
Cambiamenti, routine quotidiana e chi più ne ha… più ne ha, ci fanno pian piano crescere una specie di membrana impermeabile intorno al sentire, intorno al nostro caro amato cervello, che poi si sa, quello parla con tutti come una vecchia comare, organi compresi. Batticuori come una finale tra Sinner e Alcaraz. Attraversiamo i giorni con tabelle di marcia degne del più abile capo dei boyscout, andando avanti, avanti, avanti. Premesso che questo procedere dritto con lo sguardo verso l’orizzonte vada benissimo, può capitare, a volte, che una piccola sensazione di “svuotamento” prenda il sopravvento.
Una luce in fondo alla tangenziale
A molti di noi è capitato senza dubbio di fermarsi e chiedersi se riusciamo ancora ad apprezzare ciò che abbiamo, le persone e le cose a cui teniamo e se stiamo andando, come dire, nella “direzione giusta” (i più audaci, poi, optano per una scarica di adrenalina e prenotano una vacanza a Dubai). La suddetta questione, però, è emersa anche in Giappone alcuni secoli fa e non si sono limitati a piangere al bar, oppure sì, ma nel frattempo hanno anche buttato giù due righe e due pensieri trovandogli una casa nella parola ikigai (composta da ikiru, vita, e kai, realizzare ciò che si desidera).
Questo approccio alla vita che proviene da Est consiste nel trovare gioia e senso nelle piccole attività quotidiane, vivere nel presente, il tutto condito da consapevolezza e gratitudine. Ikigai è un concetto che abbraccia equilibrio e scopo, nella vita privata e professionale, una sorta di “tutt’uno”, e ognuno di noi, secondo questo modus vivendi, dovrebbe trovarne uno suo, personale. Niente sharing di ikigai. Utilizzata oggi anche nell’orientamento lavorativo proprio per la sua vocazione sinergica, questa filosofia mette al centro le inclinazioni personali, le passioni e la loro effettiva spendibilità nel mondo del lavoro.
Ready to use, più facile a dirsi che a farsi, ovvio, ma lo scopo di tutto ciò è appunto cercare, e, ancora, cercare di fare propria anche una piccola parte di questi moti interiori, accorgersi di chi si ricorda se il caffè ci piace amaro oppure no, gli alberi che cambiano colore nel tragitto casa-lavoro, l’amministratore di condominio che ci ricorda la rata mensile da pagare (no, questo non fa per niente ikigai). Piccoli post-it attaccati ad un frigo immaginario. Magari ogni tanto distrattamente ci passiamo davanti e ne leggiamo uno, osservando ciò che (ci) accade intorno anche solo per un momento, risvegliando parti di noi sopite, come etnologi in metrò.
Un grazie ai Pink Floyd, Marc Augé e la città di Okinawa, culla di sapere.


