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La zona d’interesse – normalizzazione dell’orrore

I meccanismi cognitivi e interpretativi coinvolti

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In una classe di una scuola secondaria di secondo grado, le osservazioni emerse durante la visione de La zona di interesse possono essere lette come effetto collaterale interessante, traccia di come effettivamente il film lavori su coloro che lo guardano. In particolare, colpisce il modo in cui molti interventi sembrino riprodurre – ovviamente senza intenzione – la stessa dinamica che la pellicola mette in scena e intende denunciare: la coesistenza tra quotidianità familiare ordinaria e prossimità fisica con il campo di sterminio.

Partendo dal presupposto che il regista Jonathan Glazer intenda evidenziare una dissonanza specifica – distacco psicologico e contiguità materiale – è utile osservare su cosa si concentri l’attenzione di chi osserva, soprattutto se chi osserva è un adolescente. Il film – difatti – non organizza la comprensione attraverso una rappresentazione esplicita dell’orrore, né guida lo spettatore con spiegazioni o commenti esterni: costruisce piuttosto una struttura percettiva in cui la vita domestica risulta in piena luce, mentre ciò che accade oltre il muro resta perlopiù indiretto. Questo dispositivo produce un paradosso: sappiamo dove siamo, ma non vediamo ciò che sappiamo.

In classe, una parte consistente delle osservazioni è emersa secondo un meccanismo riconoscibile: l’attribuzione di stati emotivi ai componenti della famiglia del comandante costituiscono di fatto un esempio spontaneo di teoria della mente, tendenza individuale a leggere intenzioni, emozioni, stati interni a partire da volti, gesti e micro-azioni; interessante, tuttavia, è notare come tali attribuzioni nascano da un canale interpretativo molto ricco sulla vita domestica e – contemporaneamente – dalla marginalizzazione di ciò che il film colloca fuori fuoco.

Questo scarto può far pensare che il muro divisorio, oltre a funzionare da elemento narrativo, operi come vero e proprio ostacolo cognitivo: nel contesto fittizio separa due mondi, nel contesto reale della visione separa due modalità di comprensione. Da un lato, ciò che è immediatamente rappresentato e quindi facilmente analizzabile e interpretabile – il quotidiano; dall’altro, ciò che è presente lateralmente, più difficile da integrare nelle sequenze del pensiero. Ne risulta un’esperienza in cui lo spettatore adolescente si trova a commentare con precisione la routine familiare, senza legarvi – durante il gesto interpretativo – le dinamiche effettive del campo a fianco.

Da questa constatazione emergono due domande precise: come selezioniamo gli eventi tragici cui prestare attenzione? Come si forma – nel tempo – una zona franca di disinteresse verso altri eventi? In altri termini: come può divenire “banale” ciò che viene razionalmente classificato come insopportabile?

Il termine “banale” non indica certamente superficialità morale, bensì un processo di normalizzazione percettiva tramite cui gli individui risultano in grado di adattare le proprie categorie al contesto, spesso riducendo l’attrito cognitivo tra ciò che sanno e ciò che vivono.

In questo scenario, il riferimento ad Hannah Arendt risulta quasi inevitabile: dopo aver assistito al processo ad Adolf Eichmann, Arendt descrisse l’imputato come un burocrate, una figura priva dell’immaginario “mostruoso” attribuibile a colui che aveva avuto un ruolo chiave nella logistica della deportazione e dello sterminio. La tesi della filosofa sulla sua banalità non intendeva minimizzare il male, bensì suggerire come questo possa essere amministrato senza un particolare investimento emotivo, attraverso ruoli, procedure e – soprattutto – la sospensione del pensiero critico e della responsabilità personale nella catena delle funzioni.

È interessante quindi compiere uno slittamento di prospettiva: se Arendt osserva chi agisce dentro un sistema, si può – in più – chiedere cosa accada a coloro che assistono dall’esterno, tutelati da una qualsivoglia distanza. Lungi dal rappresentare un’attribuzione di colpe, la comprensione del meccanismo conduce all’idea che la distanza – fisica, sociale, mediatica – modifichi la percezione dell’urgenza e, con essa, la disponibilità ad includere un evento tra quelli “rilevanti”. In altre parole: non è necessario essere ingranaggi operativi di un apparato per essere esposti a forme di normalizzazione dell’ingiusto; può essere sufficiente una posizione distaccata stabile, ripetuta e protetta.

In questo senso, La zona d’interesse sembra funzionare come esperimento sullo sguardo: mette lo spettatore in una condizione in cui la conoscenza storica è data – nessuno ignora cosa sia Auschwitz – ma ne attrae l’attenzione altrove, verso l’ordinario. Il film non rende conto esplicitamente di questa attrazione: la lascia accadere. E ciò che accade si basa sul meccanismo generale secondo cui la mente tende ad investire significato dove trova volti, routine e storie, dove cioè può costruire una trama – emotiva e non – con maggior facilità.

Oggigiorno la rete complica ulteriormente il quadro: da un lato, l’interconnessione può funzionare da deterrente contro l’attuazione di determinate pratiche; dall’altro, il suo utilizzo restituisce realtà frammentate, intermittenti, senza contesto o continuità narrativa. Ancora: l’interconnessione può avvicinare esperienze e informazioni, ma allo stesso tempo produrre saturazione. Il risultato non deve essere per forza l’anestesia collettiva, tuttavia la trasformazione del rapporto tra esposizione e comprensione rimane presente: vedere qualcosa – o sapere che esiste – non implica automaticamente incorporarlo nella propria mappa mentale in modo significativo.

Se si concepisce la rete come strumento di comunicazione e la comunicazione stessa – letteralmente – come processo di “mettere in comune”, allora il nodo centrale diviene il seguente: quali condizioni permettono ad un contenuto di divenire esperienza condivisa? Quali invece lo relegano a rumore di fondo? Nella pellicola i suoni oltre il muro sono costanti e proprio per questo rischiano di diventare elemento naturale del contesto; nella contemporaneità, la continuità del flusso informativo può produrre un effetto simile: l’eccezione diviene frequente, la frequenza diviene normalità.

Da qui una considerazione educativa: non cosa bisogna pensare, bensì quali strumenti servono per pensare rappresenta la domanda più importante. Evitare il pensiero astorico, in questo senso, costituisce un correttivo rispetto al tipico funzionamento cognitivo: ciò che appare acquisito e statico – diritti, pace sociale, possibilità di una “normale” vita privata – è invece il risultato di processi storici e dinamici, esposto a variazioni e regressioni, nonché frutto della non indifferenza. Sottolineare questa dimensione significa leggere la normalità e la quotidianità non come dato naturale, bensì come configurazione contingente.

In questo quadro, il tema stesso della memoria può essere collocato su un piano meno retorico: memoria né come celebrazione, né come strumentalizzazione, bensì come pratica interpretativa che fornisce categorie per riconoscere processi ricorrenti – distanza, normalizzazione, selezione dell’attenzione.

La zona d’interesse non chiede solo di osservare una storia; chiede probabilmente di rilevare il modo in cui osserviamo storie e realtà. Questo per una classe diviene il punto più interessante: la possibilità di rendere visibile un meccanismo – l’attrazione dell’ordinario – durante la banale visione di un film.

Il muro – nella finzione – separa giardino e campo; la strutturazione della pellicola innalza un muro tra ciò che è immediatamente pensabile e ciò che resta – anche concretamente – non a fuoco. Emerge, in conclusione, quanto sia facile – per chiunque – stare in prossimità dell’ingiusto senza che questo occupi realmente il centro della propria scena mentale. Problematizzare questa staticità, attraverso l’inquadramento storico e il riconoscimento del senso e dell’utilità di un’azione consapevole e non indifferente, rappresenta il primo passo verso la comprensione della realtà al di là della quotidianità di ciascuno.


Dott.Andrea Bertocchi Autore presso La Mente Pensante Magazine
Dott. Andrea Bertocchi
Dottore magistrale in Filosofia e Forme del Sapere
Bio | Articoli
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