
Sharenting: un fenomeno sempre più diffuso
Quando la vita è online
Image by Helena Lopes on Unsplash.com
Negli ultimi anni, è diventato molto comune vedere genitori che condividono online foto e video dei propri figli. Dal pancione alle prime parole, dal primo giorno di scuola alla festa di compleanno: i social sono diventati una sorta di diario pubblico dell’infanzia. Questo comportamento ha preso un nome preciso: sharenting – una combinazione di sharing (condividere) e parenting (essere genitori).
È una pratica così diffusa che spesso non ci si riflette nemmeno. Ma alcuni studiosi hanno cominciato a farsi delle domande: cosa significa davvero raccontare la vita dei figli sui social? Quali effetti può avere su di loro? E cosa ne penseranno quando saranno grandi?
Perché i genitori pubblicano foto dei figli?
Le motivazioni che spingono alla pratica dello sharenting sono diverse. Alcune delle più frequenti sono:
- Condividere gioia ed emozioni: molti genitori sentono il bisogno di raccontare momenti belli e teneri della vita familiare (Blum-Ross & Livingstone, 2017).
- Restare in contatto: i social permettono di aggiornare amici e parenti lontani sulla crescita dei bambini (Kopecky et al., 2023).
- Trovare supporto: condividere esperienze genitoriali può creare senso di comunità (Lopez et al., 2023).
- Costruire ricordi: per alcuni, i post sono una forma di archivio digitale della crescita dei figli (Steinberg, 2017).
C’è anche un’altra realtà: in certi casi, lo sharenting diventa un vero e proprio lavoro. Alcune famiglie, diventate popolari sui social, condividono quotidianamente la loro vita come forma di contenuto per il pubblico (Autenrieth, 2018).
Cosa sappiamo delle conseguenze?
Ad oggi, non abbiamo risposte certe su quali siano gli effetti dello sharenting a lungo termine poiché si tratta di un fenomeno recente e in fase di studio.
Gli studi condotti finora pongono l’attenzione su alcuni possibili rischi:
- Questione di privacy: quando un genitore pubblica una foto del figlio, lo fa senza che il bambino possa davvero scegliere. Anche se è normale farlo con affetto, si pone una domanda importante: chi decide cosa è privato? (Blum-Ross & Livingstone, 2017; Marasli et al., 2016);
- Tracce digitali permanenti: tutto ciò che finisce online lascia una “impronta digitale”, cioè una serie di dati e immagini che potrebbero restare per sempre (Chalklen & Anderson, 2017);
- Disagio nel tempo: alcuni bambini, crescendo, raccontano di provare imbarazzo o fastidio nel vedere online le loro vecchie foto, soprattutto se non sono stati consultati (Lipura & Fong, 2023).
Altri studi segnalano rischi legati alla sicurezza, come il furto d’identità o l’uso improprio delle immagini da parte di sconosciuti (Kopecky et al., 2023; Kumar & Schoenebeck, 2015). Tuttavia, è importante sottolineare che non si tratta di effetti certi o automatici, ma di possibilità ancora in fase di studio.
Cosa dicono i ragazzi?
Alcune ricerche hanno ascoltato direttamente gli adolescenti per capire come vivono lo sharenting. In particolare, uno studio in Australia (Lipura & Fong, 2023) ha mostrato che molti giovani tra 12 e 17 anni si sentono a disagio per le immagini pubblicate dai genitori quando erano più piccoli.
Alcuni hanno raccontato di litigi in famiglia, altri hanno chiesto che certe foto venissero rimosse. Tuttavia, ci sono anche ragazzi che non vivono la questione come un problema.
Come spesso accade, le reazioni sono molto diverse da persona a persona.
Un fenomeno culturale
Lo sharenting non è solo una questione individuale, ma anche culturale e sociale. In alcune famiglie è visto come normale e spontaneo. In altre, invece, si è più riservati. In certi casi, i contenuti condivisi sono visibili solo agli amici stretti; in altri, vengono pubblicati pubblicamente a migliaia (o milioni) di follower.
Anche il ruolo della madre è spesso centrale: diversi studi mostrano che sono più spesso le mamme a condividere contenuti legati ai figli (Lopez et al., 2023). A volte per cercare supporto, altre per esprimere la propria identità, o anche per motivi legati al lavoro online.
E la legge cosa dice?
Dal punto di vista legale, lo sharenting è ancora difficile da regolare. In Italia, i genitori hanno il diritto di decidere per i figli fino a 14 anni, anche riguardo alla loro immagine. Ma non esistono ancora leggi chiare che definiscano cosa è giusto o sbagliato pubblicare.
Alcuni Paesi stanno cominciando a riflettere su come tutelare meglio i minori online. In Francia, per esempio, è stato proposto che i figli possano avere più voce in capitolo rispetto alle loro immagini pubblicate (Parlement français, 2023).
Domande che restano aperte
Poiché lo sharenting è un fenomeno molto recente, ci sono ancora tante domande senza risposta:
- Cosa penseranno i bambini, una volta adulti, del fatto che la loro infanzia è stata raccontata online?
- I contenuti online influenzeranno la loro identità, la loro autostima, le loro relazioni?
- E se un bambino non vuole che la sua foto venga pubblicata, a che età dovrebbe poterlo decidere?
A queste domande la scienza non ha ancora risposto in modo definitivo. Servono studi a lungo termine, ascolto dei protagonisti e un dialogo aperto tra adulti e ragazzi.
Uno specchio dei nostri tempi
Lo sharenting racconta molto del modo in cui oggi viviamo la tecnologia, la famiglia, la memoria. In passato si facevano album fotografici da tenere in casa. Oggi si pubblicano le stesse immagini online, spesso in tempo reale, a volte davanti a centinaia o migliaia di persone.
È cambiato il mezzo, ma non è detto che sia cambiata l’intenzione: restano sempre il desiderio di raccontare, di condividere, di custodire ricordi.
Conclusione: osservare, non giudicare
Lo sharenting è parte della vita quotidiana di tante famiglie. Non è una pratica da condannare o da esaltare, ma da osservare con attenzione. È normale voler raccontare le cose belle dei propri figli. Ma forse vale la pena chiedersi: stiamo scegliendo per loro? E se potessero parlare, cosa direbbero?
Oggi non esistono risposte definitive. Ma proprio per questo, è importante continuare a parlarne, con rispetto, consapevolezza e curiosità.

Dott.ssa Chiara Giordani
Psicologa clinica
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