
Una testa ben fatta: perché la scuola deve insegnare l’humanitas
Imparare a essere prima che a sapere
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“Meglio una testa ben fatta che una testa ben piena”, così Edgar Morin riprendendo il pensiero di Montaigne ha teorizzato in una semplice frase il modus operandi che dovrebbe caratterizzare il docente nel momento in cui vuole impartire qualcosa agli alunni. Non pensare di formare una testa piena di conoscenze e nozioni, ma una testa ben fatta, ovvero una mente capace di comprendere il mondo. Questa prospettiva del pedagogista e filosofo Morin sposta l’attenzione nell’educazione per una trasmissione sterile di informazioni e abbraccia l’idea di formare prima di tutto la persona. Il saper essere, prima ancora del sapere. Tuttavia, non è un concetto nuovo per la nostra cultura: già la cultura greca e quella romana ponevano al centro della formazione non tanto l’addestramento, quanto l’idea di costruire un essere umano completo. A proposito della formazione dell’oratore, tra gli altri Quintiliano riprende la massima “vir bonus dicendi peritus”, ovvero uomo buono, esperto nel dire. Oggi, più che mai, quella lezione antica può diventare la chiave per ripensare il futuro della scuola.
La testa ben fatta di Edgar Morin
Nel suo saggio La testa ben fatta Edgar Morin entra in polemica con la scuola contemporanea in quanto predilige una trasmissione asettica di conoscenze e un apprendimento mnemonico di informazioni che però sono frammentate e del tutto sconnesse a quanto di significativo sarebbe invece utile più che apprendere essere nel mondo. Riprende, allora, il pensiero di Montaigne contrapponendo a testa ben fatta una testa ben piena:
La prima finalità dell’insegnamento è stata formulata da Montaigne: è meglio una testa ben fatta che una testa ben piena. Cosa significa “una testa ben piena” è chiaro: è una testa nella quale il sapere è accumulato, ammucchiato, e non dispone di un principio di selezione e di organizzazione che gli dia senso. Una “testa ben fatta” significa che invece di accumulare il sapere è molto più importante disporre allo stesso tempo di: – un’attitudine generale a porre e a trattare i problemi; – principi organizzatori che permettano di collegare i saperi e di dare loro senso.
Una mente zavorrata da dati, nozioni che sono ridotti a compartimenti stagni e non inseriti in un contesto più globale non è una mente capace di ragionare, non è testa ben fatta che sappia muoversi in contesti più complessi come il mondo reale ci richiede di fare.
Alla base della proposta moriniana c’è quindi innanzitutto una critica alla frammentazione del sapere, per questo egli propone al contrario un approccio multidisciplinare e transdisciplinare. La scuola non solo spesso predilige nozioni, ma le compartimentalizza, divide lo stesso sapere in cultura scientifica e umanistica, un errore da non fare. Vedere il sapere come globale e unico consente di sviluppare il senso della responsabilità, in quanto altrimenti il discente si sente esperto e in dovere di esserlo solo per determinati compiti specializzati in determinati ambiti. Inoltre, trova difficoltà a fare connessioni tra le discipline oppure tra ciò che impara e situazioni diverse. In poche parole, la scuola finisce per non preparare alla vita, a essere umani, a saper essere, ma insegna solo il saper fare in un contesto non naturale. Nel suo saggio I 7 saperi necessari all’educazione del futuro elenca i sette saperi fondamentali che la scuola in ogni cultura deve insegnare, primo tra tutti l’idea di conoscere la conoscenza. Questo sapere è necessario per educare i giovani ad affrontare i rischi di errore e ad accettare quando sbagliano, comprendere concetti fondamentali come l’illusione. Il secondo sapere da insegnare è invece ridurre proprio la frammentazione delle conoscenze e insegnare invece la globalità. Il terzo sapere, invece, riguarda insegnare la condizione umana. Bisogna capire cos’è un essere umano, come vive, perché soffre. Il sesto sapere elencato da Morin è direttamente collegato a questo e riguarda educare alla comprensione: è fondamentale comprendere l’altro e conoscerlo, è il modo migliore per combattere episodi di discriminazione.
In questa prospettiva rivoluzionaria, educare non significa solo istruire, ma soprattutto aiutare a essere nel mondo. La scuola certamente è un luogo in cui si imparano informazioni, ma prima di tutto è importante insegnare l’empatia e la consapevolezza dei propri limiti.
La paideia greca: insegnare a essere cittadini
Ben prima che Edgar Morin parlasse di “testa ben fatta”, il mondo greco aveva concepito una pedagogia ante-litteram, come sottolineato per esempio da Werner Jaeger che parla di «Omero educatore» in riferimento alla Paideia greca, in quanto già nei poemi omerici vediamo guerrieri capaci di combattere, coraggiosi, nobili, ma anche accorti grazie all’idea di cultura dell’epoca. La Paideia greca è un concetto centrale ancora oggi in quanto rappresenta il primo esempio di educazione globale ei integrata, dove oltre alle conoscenze andava curata l’anima del discente, da un punto di vista completo: estetico, intellettuale, morale, civico. I cittadini della polis vennero concepiti non solo come tecnici, ma come uomini dal pensiero libero. La cultura in tal senso è il principio dell’educazione. Quanto al concetto di testa “ben piena”, i filosofi greci non mirano a riempire le teste, anzi a tirare fuori il sapere dall’allievo. È la nota maieutica socratica, dove Socrate come insegnante è concepito come ostetrico che deve aiutare il discente a fare nascere qualcosa che già ha dentro di sé. Per Socrate, educare è risvegliare, non impartire lezioni. Come spiega Platone in diverse opere, in particolare nel Teeteto, dove Socrate stesso spiega che il filosofo non deve insegnare nulla, bensì tirare fuori la verità che uno già ha:
Ora, la mia arte di ostetrico, in tutto il rimanente rassomiglia a quella delle levatrici, ma ne differisce in questo, che opera su gli uomini e non su le donne, e provvede alle anime partorienti e non ai corpi. E la piú grande capacità sua è ch’io riesco, per essa, a discernere sicuramente se fantasma e menzogna partorisce l’anima del giovane, oppure se cosa vitale e reale. Poiché questo ho di comune con le levatrici, che anch’io sono sterile … di sapienza.
Lo stesso Paulo Freire ha definito l’educazione come un atto liberatorio e come Morin con i due tipi di teste, contrappone all’educazione bancaria, in cui gli studenti siano come un contenitore vuoto da riempire, quella dialogica. Questo aspetto va in contraddizione con un’altra tendenza pericolosa nella scuola: l’idea che l’insegnante sia superiore all’allievo che, concepito come contenitore da riempire, deve solamente ascoltare la sua sapienza. Sempre Platone, nel Repubblica, esprime poi l’idea che l’educazione sia un processo di conversio, una “conversione” verso il bene, la verità e la giustizia. Anche Aristotele mostrava l’importanza di apprendere cosa sia il bene e soprattutto di esercitarlo. La conoscenza e il bene non sono separati, prima di tutto vanno formati buoni cittadini, attraverso proprio la cultura.
L’Antropoetica di Morin e l’humanitas latina
Il settimo sapere illustrato da Edgan Morin coinvolge l’idea di Antropoetica, ovvero la visione complessa dell’umano interpretandolo come un’entità triplice: l’uomo è individuo, ma è anche parte di una società e parte di una specie. L’idea di inserire nell’idea di umano tutto ciò che ci riguarda è perfettamente espressa nella cultura latina, per esempio dal commediografo Terenzio quando nella sua commedia Il punitore di sé stesso fa dire al personaggio Cremete “Homo sum, humani nihil a me alienum puto”, ovvero “Sono un essere umano, niente di ciò ch’è umano ritengo a me estraneo”. Questa massima è diventata simbolo del concetto di filantropia greco e di humanitas latino, coinvolge capacità come la comprensione dell’altro, l’empatia e l’idea di comunità attraverso la consapevolezza che siamo tutti esseri umani. Questo è uno dei concetti fondamentali che la scuola deve insegnare, lo sapevano anche i latini: Quintiliano ma prima ancora Cicerone parlano di formazione dell’oratore legandolo all’idea di uomo “buono”. L’ars oratoria era fondamentale in epoca romana e l’istruzione partiva spesso proprio dalla capacità di parlare. L’apprendimento in epoca romana passava soprattutto attraverso l’exemplum (esempio) di altri, come i padri, attraverso l’idea di “disciplina” quindi di fermezza e autocontrollo, per insegnare la virtus, le virtù morali. Oltre alla disciplina, era fondamentale imparare l’humanitas che si lega alla coltivazione delle lettere e dell’eloquenza (le “humanae litterae”, da dove viene anche l’Umanesimo, la corrente letteraria che riprende lo studio dei classici), ma significa anche umanità d’animo e rispetto dell’altro. Per Cicerone e Quintiliano l’oratore perfetto, riprendendo Catone, deve essere “vir bonus dicendi peritus”, un uomo buono, esperto nel dire. Non serve a nulla padroneggiare gli strumenti della lingua se non c’è anche una base di virtù, sensibilità, saggezza. Così lo scopo dell’educazione romana è fare sviluppare il senso civico, trasformare l’individuo in un soggetto morale e politico. L’educazione, ancora una volta, non si limita al sapere. Nel De oratore, Cicerone stesso afferma che più dello studio della disciplina gli è stato utile immergersi tra gli uomini:
Io ritengo che, se ho un qualche talento naturale (pur minimo), o una qualche abilità nel parlare, o una certa conoscenza, essa derivi dallo studio delle arti nobili e dalla disciplina: ma soprattutto dal fatto che mi sono immerso nella vita civile, nella varietà degli affari e dei rapporti umani, nella pratica della società.
Le basi classiche citate sono un elemento fondamentale in quanto dimostrano come, certo è bene conoscerle, ma è ancora lontana la capacità di interiorizzarle e applicarle. Moltissimi studiano questi grandi pensatori a menadito e li sanno citare benissimo; tuttavia, la scuola ha ancora tanto da fare per riportare al centro il sapere essere anziché l’idea di nozione, perfino nelle sue modalità di reclutamento che richiedono risposte a crocette. Non semplicemente istruire, ma formare è un fine nobile e difficile da attuare. Per tornare al contemporaneo, la filosofa statunitense Martha Nussbaum insiste sullo scopo innanzitutto umano dell’educazione. In Coltivare l’umanità e in Non per profitto, critica l’idea di una scuola serva dell’economia, dove il punto sia insegnare per fatturare, per produrre. Per Nussbaum, invece, l’educazione deve formare cittadini del mondo, insegnare il senso critico e l’empatia. Il sapere, da solo, non basta, bisogna coltivare l’umanità.

Prof.ssa Silvia Argento
Docente e scrittrice
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