
La mia vita, più felice senza i social
Un black out ti cambia la vita
Image by Discover Savsat on Unsplash.com
Un pomeriggio dello scorso aprile 2025, in Spagna, dove vivo da molto tempo, tutta la nazione si è ritrovata senza elettricità. Niente più luce, internet, fornello a induzione o possibilità di pagare con la carta di credito. Io e il mio compagno ci siamo comprati un mazzo di carte, qualche cero e le ultime torce disponibili rimaste, quasi dei giocattoli più che fonti di luce vera e propria.
Non sapevamo cosa fosse successo, o quando sarebbe ritornata la corrente. Al supermercato, dove solo chi aveva i contanti poteva comprare delle provviste e la cassiera faceva il conto su un foglio di carta, un signore ci disse che si era trattato di un attacco deliberato a delle centrali, che tutta l’Europa mediterranea era al buio e che sarebbe durata settimane.
Non è stato così: la corrente è tornata nella notte, ma in quel giorno così particolare abbiamo avuto un’illuminazione: stiamo meglio senza social media. Quella giornata trascorsa a giocare a carte, a leggere aiutati dalla luce della torcia giocattolo e a parlare era stata così bella che aveva acceso in noi una consapevolezza, ovvero che – a non poter essere raggiunti dallo stress del telefono, dei social e della dipendenza digitale – ci si sente liberi come bambini.
Quando la luce del lampadario, dopo ore di assenza, ha illuminato la camera, noi ormai ci eravamo decisi: dovevamo dire addio a Instagram.
Riflessioni a un anno di distanza
Dopo quasi 12 mesi belli stagionati, per dirlo come se stessi parlando di una forma di parmigiano, posso affermarlo con certezza: non mi ricordo neanche una delle cose che ho visto quando stavo su Instagram. Non ho perso nessun contatto, nessuna persona amica. Ho guadagnato tanto, sia in termini di tempo che in termini di serenità. Ci sono persone che riescono a utilizzare i social senza che questo li faccia sentire male, ma io non rientro nella categoria. Io mi sento meno felice, meno bella, meno realizzata, meno presente.
Tutti raccontano una storia, curata ad hoc e sembrano di conseguenza vivere esistenze perfette, perennemente in vacanza, perennemente felici. Ovviamente, basta scollegarsi per capire che non è così. Che i corpi degli esseri umani non sono quelli che vediamo nei reel e nelle foto, che la gente normale non vive in vacanza, che la polarizzazione tra idee e modi di pensare è 100 volte più forte online che nel mondo reale.
Il mondo sembra un posto meno brutto quando lo guardi con i tuoi occhi e non con il filtro di una negatività voluta e spinta al massimo per tenerti incollato allo schermo. Niente, infatti, è meglio di una bella discussione dai toni accesi e maleducati per farti sentire emozioni forti di tristezza e rabbia e farti interagire con l’app. Così ti ritrovi a vedere il mondo che va a catafascio, un reel della guerra e uno su un trucco di bellezza, uno su un femminicidio e uno su uno sciocco trend. E poi, ancora, una bella pubblicità: la terra brucia, compra questo prodotto!
Ogni situazione è diversa
Per me era estenuante. Senza, la mia vita è migliorata tanto, e ora alla lista ho aggiunto gli altri social, che mi fanno altrettanto male. Pensavo sarebbe caduto il mondo prendendomi una pausa da LinkedIn, e invece sto benissimo senza entrarci. Non sopportavo più la performance, né la mia, né degli altri. Ora sono più genuina nel modo in cui mi esprimo, tanto non vedrò la reazione o la non reazione delle persone, ed è un bene per me. Mi ricorda che non sono importante, ma che lo sono. Cosa intendo dire? A nessuno importa cosa dico o cosa faccio, ma sono importanti per me la mia salute, il mio benessere, la mia capacità di essere presente nel mondo.
Con l’illusione di connetterci ci siamo isolati, dalle nostre famiglie e dai nostri amici. Quella notte a giocare a carte durante il black out rimarrà impressa nella mia mente molto più di qualunque conversazione avuta su Instagram, Facebook o LinkedIn. Non si può sostituire il contatto umano, il guardarsi negli occhi, con il parlarsi via messaggio. Non lo demonizzo: per una persona isolata, diciamo pure un ragazzino queer che vive in un paesello sperduto circondato da fondamentalisti religiosi, i social possono essere un’ancora di salvezza, un porto felice dove trovare quella connessione mancante e agognata. Possono essere anche un luogo orribile se si è vittime di bullismo. Ogni persona e ogni situazione li vivrà in modo diverso. Io sentivo che mi prendevano troppo tempo e me ne sono liberata ed è stata la decisione migliore per me e per la mia famiglia.
Perfezione? Dio ce ne scampi
Ogni tanto ci caschiamo a piedi pari. Entriamo su Reddit che sa quali cose ci spaventano e ce le mostra senza pietà, usiamo Google che, memore delle nostre ricerche, ci serve articoli pensati per renderci tristi o impauriti e farci leggere tutto fino all’ultima parola. Adv inclusi, volenti o dolenti. Dopo mi pento, e mi dispiaccio. Cerco di limitarmi ai quotidiani, con articoli più attendibili, uguali per chiunque compri la cara e vecchia copia stampata. So che più ne sto fuori, meglio sto, dormo e mi sento.
La mia vita senza social, nonostante gli spaurazzi che mi forniscono le piattaforme sopra citate, è cambiata definitivamente in meglio. Qualche video me lo mandano comunque, qualche volta riesco ad aprirlo su Browser. Rido e torno alla mia giornata, libera dallo scrolling. La mia attenzione non è più in vendita al miglior offerente, ma viene diretta da me verso ciò che voglio. E questo mi fa stare bene, quasi quanto quella sera di buio e di risate dove ho imparato a giocare a carte e ho pensato che, a differenza di quello che cercano di farci credere i venditori di fumo, non ho bisogno di cose materiali e di grandi vacanze per essere felice, ma di salute, amore e libertà, tutte cose che non si possono comprare e che, spesso, si trovano alzando gli occhi da uno schermo. Su questa nota, concludo l’articolo: ho un appuntamento con le mie amiche – perché la vita, quella vera, è là fuori!


