
La psicologia come spazio di pace
Dal nemico interno al kosmos relazionale
Image by engin akyurt on Unsplash.com
Nel tempo della guerra – che non è solo conflitto armato ma anche polarizzazione sociale, violenza simbolica e frattura relazionale – la psicologia si trova davanti a una domanda radicale: può essere solo strumento di cura individuale o deve assumere una responsabilità più ampia, etica e politica?
Viviamo in un’epoca in cui il conflitto sembra attraversare ogni livello dell’esperienza umana: dalle relazioni internazionali alle dinamiche sociali, fino agli scambi quotidiani nei contesti familiari e digitali. La guerra, in questo senso, non è più soltanto un evento circoscritto nello spazio e nel tempo, ma una condizione diffusa che si esprime anche attraverso linguaggi, rappresentazioni e modalità relazionali.
I contributi emersi nel convegno “Riflessioni sulla psiche 2026”, promosso dal Consiglio Nazionale Ordine Psicologi, sembrano indicare una direzione chiara: la psicologia non è neutrale. È, in senso profondo, un atto di costruzione della pace. Non una pace intesa come semplice assenza di conflitto, ma come capacità attiva di elaborarlo, trasformarlo e renderlo pensabile.
ll nemico interno: la radice psicologica del conflitto
Nel suo intervento, la psicoterapeuta e saggista Maria Rita Parsi ha richiamato una prospettiva centrale: il “nemico interno” come origine della violenza.
Il nemico non è solo esterno: è una costruzione psichica. È ciò che viene proiettato fuori quando non è tollerabile dentro. Questo meccanismo, noto in psicologia come proiezione, rappresenta una delle modalità più potenti attraverso cui l’essere umano cerca di difendersi da contenuti interni vissuti come minacciosi.
Paura, frustrazione, senso di impotenza e vissuti traumatici non elaborati possono trasformarsi in dinamiche di scissione:
- noi/loro
- bene/male
- umano/disumano
Queste polarizzazioni non sono semplici categorie cognitive, ma vere e proprie strutture emotive che orientano la percezione della realtà. Quando l’altro viene ridotto a portatore del male, diventa più facile giustificare l’aggressione, la disumanizzazione e, nei casi estremi, la distruzione.
In questo senso, la guerra diventa anche un fenomeno psicologico collettivo: una regressione che permette di semplificare la complessità eliminando l’ambivalenza. La complessità, infatti, richiede uno sforzo psichico elevato: implica la capacità di tollerare contraddizioni, riconoscere la coesistenza di aspetti diversi e accettare l’incertezza.
La regressione verso il pensiero dicotomico rappresenta quindi una soluzione apparentemente più semplice, ma profondamente pericolosa. È in questo spazio che il “nemico interno” prende forma e si trasforma in nemico esterno.
La psicologia, allora, lavora esattamente nel punto opposto: ricostruire la capacità di stare nella complessità senza distruggere l’altro. Questo significa aiutare l’individuo e i gruppi a riconoscere le proprie parti negate, a integrare ciò che è stato scisso e a trasformare l’angoscia in pensiero.
In questa prospettiva, il lavoro clinico assume una valenza che va oltre il singolo individuo: diventa un contributo alla costruzione di una cultura meno violenta, più capace di simbolizzare il conflitto invece di agire attraverso di esso.
Dal caos al kosmos: la dimensione relazionale dell’umano
La riflessione della psicologa dell’emergenza Donatella Galliano, nel suo intervento dedicato al concetto di kosmos, ha proposto una lettura profondamente relazionale della psiche.
Galliano introduce questa parola chiave potente: kosmos. Non solo “ordine”, ma ordine vivente, relazione armonica tra parti diverse. Un concetto che richiama una visione dell’essere umano come sistema aperto, dinamico, costantemente in relazione con l’ambiente e con gli altri.
In ambito di psicologia dell’emergenza, questa prospettiva assume un significato particolarmente rilevante. Le situazioni traumatiche – come quelle generate dalla guerra, dalle catastrofi o dalle crisi collettive – tendono infatti a disorganizzare profondamente l’esperienza psichica. Il senso di continuità, identità e appartenenza può andare in frantumi, lasciando spazio a vissuti di caos, disorientamento e perdita di significato.
È proprio in questi contesti che il concetto di kosmos diventa uno strumento teorico e operativo: ricostruire un ordine non rigido, ma flessibile e relazionale, capace di restituire senso all’esperienza.
In questa prospettiva:
- l’individuo non è separabile dal contesto
- il disagio non è solo intrapsichico
- la cura non può essere solo individuale
Il kosmos psicologico è quindi un tessuto relazionale: una rete di significati, affetti e legami che sostengono l’identità e la capacità di orientarsi nel mondo. Quando questo tessuto si rompe, emergono violenza, alienazione, perdita di senso.
La guerra rappresenta la distruzione del kosmos: interrompe legami, frammenta comunità, destabilizza i riferimenti simbolici. La psicologia, al contrario, si configura come pratica di ricostruzione del legame.
Questo implica anche un cambiamento di prospettiva nella pratica clinica: non si tratta solo di “curare” un individuo, ma di lavorare sulle reti, sui contesti, sulle comunità. La ricostruzione del kosmos passa attraverso il ripristino di relazioni significative, la condivisione del trauma e la possibilità di narrare l’esperienza.
La psicologia come atto politico
A partire da una prospettiva etico-politica, il dottor Massimiliano Di Carlo ha sostenuto una tesi tanto semplice quanto radicale: la psicologia è, inevitabilmente, un atto politico.
Non nel senso partitico, ma nel senso originario di polis: la vita della comunità. Ogni intervento psicologico, infatti, non avviene mai nel vuoto, ma si inserisce in un contesto sociale, culturale e storico che ne orienta significati e implicazioni.
Ogni intervento psicologico implica una visione dell’essere umano e della società nel promuovere empatia o controllo, favorire autonomia o adattamento passivo e sostenere il pensiero critico o la conformità.
Non esiste una psicologia neutra. Anche la scelta di non prendere posizione è, in realtà, una posizione che contribuisce a mantenere lo stato delle cose.
Storicamente, la disciplina ha oscillato tra due poli:
- una funzione emancipativa, orientata a promuovere consapevolezza, libertà e trasformazione;
- una funzione adattiva, volta a favorire l’integrazione dell’individuo nei sistemi esistenti, anche quando questi risultano disfunzionali o ingiusti.
In questo senso, lavorare sulla psiche significa sempre incidere sulle forme della convivenza. Significa contribuire a costruire – o a mettere in discussione – i modelli relazionali, le gerarchie, le norme implicite che regolano la vita collettiva.
La prospettiva proposta da Di Carlo invita quindi gli psicologi a una maggiore consapevolezza del proprio ruolo: non solo tecnici della cura, ma attori sociali. Questo non implica necessariamente un’attivazione politica in senso tradizionale, ma una responsabilità etica nel modo in cui si interpreta il disagio e si interviene su di esso.
Psicologia e pace: una responsabilità contemporanea
Nel contesto attuale, segnato da conflitti globali e fratture identitarie, il ruolo della psicologia si ridefinisce in modo sempre più evidente. Non basta più curare il sintomo, contenere il disagio o adattare l’individuo a contesti problematici.
Serve una psicologia capace di:
- riconoscere il nemico interno senza proiettarlo
- ricostruire legami (kosmos)
- assumere una posizione etica e sociale
Queste tre dimensioni – intrapsichica, relazionale e politica – non sono separate, ma profondamente intrecciate. Il lavoro sul sé influisce sulle relazioni, e le relazioni influenzano le strutture sociali.
La pace, in questa prospettiva, non è solo un fatto geopolitico. È una competenza psichica: la capacità di tollerare il conflitto senza distruggere, di riconoscere l’altro nella sua alterità, di costruire spazi di dialogo anche in condizioni di forte tensione.
La psicologia può contribuire a sviluppare queste competenze, non solo nei contesti clinici, ma anche nei contesti educativi, organizzativi e comunitari.
Conclusione
La riflessione emersa dal convegno suggerisce una direzione precisa: la psicologia può essere uno dei luoghi privilegiati in cui si costruisce la pace.
Non attraverso grandi dichiarazioni, ma nel lavoro quotidiano:
- nel modo in cui si ascolta
- nel modo in cui si interpreta il conflitto
- nel modo in cui si restituisce complessità all’esperienza umana
Si tratta di un lavoro spesso silenzioso, ma profondamente trasformativo. Un lavoro che agisce nelle pieghe della relazione, nei momenti in cui è possibile sospendere il giudizio, riconoscere l’ambivalenza e aprire spazi di pensiero.
Perché ogni volta che si riduce l’altro a nemico, la guerra è già iniziata.
E ogni volta che lo si riconosce come umano, la pace è già possibile.


