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Film horror: perché comprendiamo il mostro più di quanto facciamo nella realtà


Cinema, empatia e inconscio

Image by Vitaly Gariev on Unsplash.com


C’è una scena che si ripete spesso nella storia del cinema horror: lo spettatore osserva il mostro, il killer o la creatura minacciosa e, inaspettatamente, prova qualcosa di simile alla comprensione. Non necessariamente giustificazione, ma una forma di vicinanza emotiva. Accade con molte figure dell’immaginario horror: personaggi che dovrebbero rappresentare il male assoluto ma che, nel corso della narrazione, rivelano anche una dimensione fragile, solitaria o tragica: chi non ha provato un moto di commozione guardando l’ultima serie Netflix su Ed Gein?

Eppure, quando la violenza appartiene alla cronaca reale, la nostra posizione cambia radicalmente. Il carnefice diventa quasi sempre incomprensibile, distante,  qualcosa che non ci riguarda. Questa apparente contraddizione pone un interrogativo: perché la mente umana riesce a empatizzare con il “mostro” nella finzione, mentre nella realtà appare così difficile?


Il cinema horror come spazio emotivo protetto

Il cinema horror offre uno spazio psichico particolare. Non è solo intrattenimento, ma un contesto simbolico in cui le emozioni più primitive come paura, aggressività, fascinazione per il pericolo, possono essere esplorate senza che il soggetto ne sia realmente minacciato. Dal punto di vista psicologico questo spazio funziona come una sorta di laboratorio emotivo: lo spettatore si avvicina a ciò che teme ma lo fa in un contesto di sicurezza, sapendo di poter tornare in qualsiasi momento alla propria posizione di osservatore.

Proprio questa distanza protettiva è uno dei fattori che rende possibile l’empatia verso personaggi violenti o disturbanti. Nella realtà la violenza attiva in modo diretto i nostri sistemi di difesa morali ed emotivi. La mente ha bisogno di tracciare confini chiari tra il bene e il male, tra chi soffre e chi infligge sofferenza. L’empatia verso il carnefice può essere percepita come pericolosa perché sembra minacciare queste distinzioni fondamentali.

Nella finzione, invece, i confini sono già stabiliti dal contesto narrativo: sappiamo che si tratta di una storia, e questa consapevolezza ci permette di esplorare zone emotive che nella realtà resterebbero rigidamente interdette. Il cinema horror lavora proprio su questa ambivalenza.

Da un lato ci invita a temere il mostro, dall’altro spesso ci mostra la sua origine, la sua storia, la sua solitudine. Il risultato è una tensione emotiva complessa: la figura che dovrebbe incarnare la minaccia diventa anche un oggetto di curiosità e talvolta di compassione. Le storie più efficaci riescono proprio a costruire questa duplicità, mostrando che dietro la violenza esiste una dimensione psichica, una ferita profonda, una fragilità.


L’ombra nella prospettiva psicodinamica

Dal punto di vista psicodinamico, questa possibilità di avvicinarsi al lato oscuro della mente è strettamente legata al concetto di “ombra”. La psiche non è composta solo da pensieri e desideri socialmente accettabili. Fin dalle prime teorie psicoanalitiche è stato sottolineato come esistano impulsi, fantasie e pulsioni che spesso vengono rimossi perché incompatibili con l’immagine che abbiamo di noi stessi.

La vita sociale richiede infatti che molte spinte aggressive o distruttive vengano represse o trasformate. Questo non significa che scompaiano: continuano a esistere come componenti dell’inconscio emergendo in forma simbolica nei sogni, nelle fantasie e nelle narrazioni.


Il mostro come simbolo dell’inconscio: aggressività e pulsioni

Il cinema horror diventa allora uno dei luoghi privilegiati in cui queste componenti possono essere rappresentate. Il mostro, il killer o la creatura sovrannaturale non sono soltanto personaggi di fantasia: funzionano anche come simboli di ciò che nella psiche appare inquietante, proibito o inaccettabile.

Quando lo spettatore osserva queste figure, in qualche modo si confronta anche con parti di sé che nella vita quotidiana rimangono nascoste. La fascinazione per l’antagonista nasce proprio da questa dinamica: il personaggio incarna qualcosa che appartiene alla psiche collettiva ma che raramente viene riconosciuto apertamente.

Molti antagonisti dell’horror risultano magnetici perché rappresentano una dimensione della soggettività che la cultura tende a negare: l’aggressività, il desiderio di potere, la pulsione distruttiva. La psicoanalisi ha descritto queste spinte come elementi fondamentali della vita psichica.

Freud parlava di pulsioni aggressive che coesistono con quelle vitali, mentre altre prospettive psicodinamiche hanno sottolineato come l’odio e la violenza possano emergere quando la capacità di mentalizzare e simbolizzare l’esperienza si rompe. Il mostro cinematografico diventa così una rappresentazione estrema di ciò che accade quando queste dimensioni psichiche non trovano integrazione.


Perché nella realtà l’empatia si blocca

Nella realtà, incontrare un carnefice significa confrontarsi con le conseguenze concrete di queste dinamiche. Il danno inflitto alle vittime rende quasi impossibile sospendere il giudizio morale. La mente ha bisogno di proteggere chi soffre e di mantenere una distanza netta da chi agisce la violenza.

Comprendere il carnefice può sembrare una forma di tradimento verso la vittima. Per questo motivo l’empatia nella vita reale è spesso limitata. La sofferenza reale richiede una posizione etica chiara, e la priorità diventa riconoscere e sostenere la vittima piuttosto che esplorare la mente di chi ha agito la violenza.

Il cinema, al contrario, costruisce storie. Anche quando la violenza è estrema, la narrazione tende a offrire un contesto, una biografia, un percorso che porta il personaggio a diventare ciò che è. La mente umana ha un forte bisogno di senso, e comprendere una storia significa riuscire a collocare gli eventi all’interno di una sequenza narrativa.

Quando un film mostra l’infanzia traumatica di un antagonista o la sua progressiva trasformazione, lo spettatore può collocare la violenza in una struttura che la rende almeno parzialmente comprensibile. Non si tratta di giustificare, ma di dare forma a qualcosa che altrimenti resterebbe puro caos.


La mentalizzazione e il ruolo dell’identificazione

Da un punto di vista psicodinamico, questo processo può essere interpretato come un tentativo di mentalizzazione. La mentalizzazione è la capacità di immaginare la mente dell’altro, di pensare ai suoi stati interni, alle emozioni e alle motivazioni che guidano il comportamento.

Nei contesti di violenza reale, questa capacità può collassare perché l’impatto emotivo è troppo forte. Nel cinema, invece, la distanza narrativa permette di riattivarla. Lo spettatore può interrogarsi sulle motivazioni del personaggio senza sentirsi minacciato o coinvolto direttamente.

Durante la visione di un film, lo spettatore non si identifica soltanto con l’eroe o con la vittima, ma talvolta anche con l’antagonista. Questa identificazione parziale consente di esplorare fantasie di potere, trasgressione e libertà dalle regole che nella vita reale rimangono rigidamente controllate a causa delle nostre difese psichiche.

Il cinema diventa così uno spazio in cui la psiche può sperimentare simbolicamente possibilità che non verrebbero mai agite. L’esperienza non riguarda tanto il desiderio di essere violenti, quanto la possibilità di riconoscere emozioni intense e ambivalenti che fanno parte della vita psichica.


L’horror come esperienza simbolica

Molte teorie psicologiche suggeriscono che la rappresentazione simbolica delle emozioni aggressive possa avere una funzione regolativa. Guardare un film horror permette di riconoscere l’esistenza di queste spinte senza doverle negare o trasformarle in azione.

In questo senso, il genere horror funziona come uno spazio simbolico in cui la psiche può confrontarsi con ciò che la spaventa o la turba. Il mostro diventa una figura attraverso cui pensare l’angoscia, l’aggressività e la paura dell’alterità.

Il fascino dell’horror nasce proprio da questa possibilità di avvicinarsi all’oscurità senza esserne completamente assorbiti. Lo spettatore può guardare il mostro negli occhi e, per un momento, riconoscere qualcosa di familiare nella sua estraneità.

Quando la storia finisce e le luci si riaccendono, la distanza dalla finzione viene ristabilita. Ma l’esperienza lascia una traccia: il confronto simbolico con il lato oscuro può rendere la mente più capace di tollerare l’ambivalenza e di riconoscere la complessità della natura umana.

Forse è proprio questa la funzione più profonda dell’horror: ricordarci che la psiche non è un territorio perfettamente ordinato. Esistono zone d’ombra, desideri inquietanti e fantasie che preferiremmo non vedere. Il cinema permette di attraversarle in modo controllato, trasformandole in immagini e storie che ci aiutano a pensare ciò che altrimenti rimarrebbe impensabile.


Dott.ssa Silvia Pucciarelli Autrice presso La Mente Pensante Magazine
Dott.ssa Silvia Pucciarelli
Psicologa specializzanda in Psicoterapia Comparata
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