
La musica da quando il mondo ha ricominciato a bruciare: 2020–2026
Lingue, rituali e ritorni sonori in un presente che ci costringe a riconoscere ciò che avremmo preferito considerare estraneo
– Image by blocks on Unsplash.com –
Dal 2020 in poi, la sensazione che il mondo possa cambiare improvvisamente e drasticamente forma ha smesso di essere un pensiero astratto. Prima la pandemia, poi l’invasione russa dell’Ucraina, la distruzione di Gaza, il moltiplicarsi dei conflitti e delle tensioni internazionali. La guerra è tornata a occupare uno spazio quotidiano, entrando nelle conversazioni, nelle immagini che scorrono sui nostri schermi, nelle preoccupazioni per il futuro. Eppure, forse, non era mai davvero scomparsa. Era rimasta altrove, almeno nella rappresentazione che una parte dell’Occidente aveva costruito di sé: una parentesi superata, un residuo della storia, qualcosa che riguardava altri luoghi e altre persone.
È qui che mi sembra fondamentale tornare al perturbante di Freud. Nel saggio del 1919, il perturbante non coincide semplicemente con ciò che è sconosciuto o spaventoso. È qualcosa che, pur presentandosi come estraneo, conserva un rapporto profondo con ciò che ci è familiare. Ci inquieta perché riporta alla luce qualcosa che avremmo preferito tenere lontano, qualcosa che non riusciamo a riconoscere del tutto come nostro e che, proprio per questo, ci appare ancora più minaccioso.
La guerra ha anche questa qualità. È una presenza antichissima nella storia umana, e tuttavia continuiamo a trattarla come un’anomalia, come un’interruzione di un ordine che immaginiamo naturalmente pacifico. Quando ritorna, non ci troviamo soltanto di fronte a qualcosa di nuovo: siamo costretti a fare i conti con ciò che non abbiamo mai smesso di sapere. La guerra è familiare e, nello stesso tempo, insopportabilmente estranea.
Freud aveva affrontato questo problema già nel 1915, in Considerazioni attuali sulla guerra e la morte. La guerra incrinava l’illusione di una civiltà capace di contenere definitivamente la distruttività umana. Non si trattava soltanto di constatare la presenza della violenza, ma di riconoscere quanto fosse fragile la distanza che ci permetteva di considerarla estranea alla nostra vita psichica e collettiva.
Non penso che ogni disco pubblicato negli ultimi anni debba essere letto come una risposta diretta alla guerra. Sarebbe una semplificazione, oltre che un modo per attribuire agli artisti intenzioni che magari non hanno mai avuto. Mi interessa piuttosto osservare come alcune forme musicali, alcune scelte timbriche e alcuni ritorni possano risuonare diversamente quando il mondo torna a esibire la propria capacità di distruzione.
Questa è anche la ragione per cui vorrei intendere la lista dei dischi che attraversano queste pagine come una geografia personale, parziale e inevitabilmente incompleta. Non una panoramica della musica contemporanea, né una classifica delle opere più importanti sul tema della guerra. È una mappa costruita a partire da ciò che ho ascoltato, dai percorsi che conosco e dalle connessioni che, nel presente, hanno cominciato a emergere tra dischi anche molto diversi fra loro.
In questa geografia, il perturbante non è necessariamente una musica cupa, rumorosa o apertamente minacciosa. Può manifestarsi anche in un ritorno alla lingua materna, in una forma rituale, in una registrazione che sembra provenire da un tempo remoto. Può apparire là dove qualcosa di antico torna a essere udibile, ma non coincide più con l’immagine rassicurante che ne avevamo conservato.
Le radici non sono un rifugio
Una delle direzioni che mi colpiscono maggiormente è il ritorno a lingue, territori e forme che sembrano precedere il linguaggio musicale contemporaneo. Penso a Raìse di Elli de Mon, disco cantato in vicentino, una scelta significativa nel percorso di un’artista che in precedenza aveva cantato prevalentemente in inglese. Penso a Sùrtum di Massimo Silverio, in cui il carnico non è un semplice elemento di colore, ma una materia espressiva legata a un territorio, a una memoria e a un modo particolare di abitare il mondo.
Non credo che questo ritorno alle origini debba essere interpretato automaticamente come una risposta alla crisi contemporanea. Le ragioni artistiche e biografiche possono essere molteplici. Ma è difficile non interrogarsi sul significato che assume il recupero di una lingua locale in un momento in cui le grandi narrazioni collettive sembrano perdere credibilità e il futuro appare meno capace di offrire una direzione condivisa.
La lingua, in questi dischi, non serve soltanto a comunicare un contenuto. È già una storia che precede chi la pronuncia. Porta con sé le voci di chi l’ha parlata, i luoghi in cui è sopravvissuta, le trasformazioni che l’hanno attraversata. Tornare a una lingua può significare cercare una continuità, ma anche incontrare qualcosa che non si lascia recuperare integralmente. Le origini non sono un luogo intatto a cui basta fare ritorno: sono una costruzione attraversata da perdite, fratture e trasformazioni.
Anche Un sequestro lungo 10.000 anni di Blak Saagan sembra aprire uno spazio in cui il tempo storico perde la sua abituale linearità. Il titolo stesso suggerisce una durata sproporzionata rispetto alla vita individuale, qualcosa che si prolunga oltre la possibilità di essere ricondotto a un singolo evento. In questo senso, il passato non è semplicemente ciò che è finito: può essere una presenza che continua ad agire, anche quando non sappiamo più riconoscerne l’origine.
La stessa impressione, con modalità differenti, emerge da dischi come From Word to Flesh dei Mamuthones, Karakoz di Mai Mai Mai, Sametou Sawtan dei Sanam e In the Wind of Night, Hard-Fallen Incantantions Whispers dei Širom. Sono lavori che, ciascuno attraverso il proprio linguaggio, permettono di ascoltare forme musicali in cui il rituale, la ripetizione, le origini, la voce e la materia sonora sembrano conservare qualcosa che non si esaurisce nella comprensione immediata.
Il caso dei Mamuthones è particolarmente interessante perché il loro immaginario rituale si confronta con una tradizione antica, mentre la musica appartiene pienamente al presente. Non è necessario supporre che il rito ci restituisca una comunità originaria e pacificata. Il rituale può essere anche inquietante: ripete gesti che non abbiamo inventato, ci mette in rapporto con una dimensione collettiva che non coincide con la nostra coscienza individuale. Può farci sentire parte di qualcosa e, nello stesso tempo, ricordarci quanto poco controlliamo ciò di cui facciamo parte.
È un’ambivalenza che ritrovo anche in Antigone di Eiko Ishibashi. Già il riferimento al mito mette in gioco una frattura che non si lascia risolvere facilmente: quella tra legge e coscienza, appartenenza e disobbedienza, ordine pubblico e responsabilità individuale. Il mito non torna perché ci offre una risposta definitiva al presente. Torna perché alcune contraddizioni continuano a produrre effetti, anche quando cambiano i contesti storici in cui si manifestano.
Forse è proprio questo il punto: tornare alle origini non significa necessariamente trovare una casa. Può significare accorgersi che ciò che consideravamo remoto continua a vivere dentro le forme con cui cerchiamo di orientarci. In un periodo storico segnato dalla guerra, questa scoperta non è per forza consolatoria. La memoria collettiva contiene anche violenza, esclusione e distruzione. Non tutto ciò che è antico merita di essere recuperato; non tutto ciò che ritorna è una promessa.
Il ritorno, la ripetizione, ciò che resta
La musica può dare forma a ciò che fatica a trovare una rappresentazione, senza per questo trasformarlo in un racconto comprensibile o in un’esperienza rassicurante. È particolarmente evidente in quelle forme sonore che lavorano sulla durata, sulla ripetizione e sulla densità del suono, sottraendosi alla necessità di uno sviluppo narrativo. Il loro interesse, in questo contesto, non consiste nel rappresentare la guerra, ma nel rendere percepibile una tensione che non trova facilmente una risoluzione.
L’omonimo album dei Sunn O))) del 2026 introduce, da questo punto di vista, un elemento significativo: il ritorno alla formazione originaria, il duo composto da Stephen O’Malley e Greg Anderson. Dopo aver ampliato negli anni il proprio universo sonoro attraverso la collaborazione con numerosi musicisti, i due fondatori tornano a lavorare da soli, eseguendo tutte le parti strumentali del disco. Non si tratta semplicemente di recuperare una formula degli inizi. Il ritorno alle origini avviene dopo quasi trent’anni di trasformazioni e porta con sé tutto ciò che è accaduto nel frattempo. Anche il suono, pur riconducendosi alla materia essenziale delle chitarre e del feedback, non è una ripetizione identica del passato: è una forma che ritorna, ma che nel ritorno è cambiata.
La stessa domanda assume un’altra forma con An Undying Love for a Burning World dei Neurosis, il cui ritorno discografico nel 2026 interrompe un’assenza durata un decennio. Per chi segue da tempo la band, non si tratta soltanto di una nuova pubblicazione: è il ritorno di una formazione che ha costruito una parte importante del proprio linguaggio intorno alla tensione tra distruzione e trasformazione. Il titolo stesso tiene insieme l’amore e un mondo in fiamme. Non cancella la contraddizione, non prova a renderla accettabile. La lascia aperta.
Mi colpisce anche They Came Like Swallows – Seven Requiems for the Children of Gaza, il lavoro di Bonner Kramer e Thurston Moore dedicato ai bambini di Gaza. Qui il rapporto con la guerra non è soltanto una risonanza che emerge dall’ascolto: è dichiarato nel progetto stesso. Il disco assume la forma di un’offerta musicale, di un gesto rivolto a persone colpite dalla guerra, e include una reinterpretazione di Insight dei Joy Division. La musica non può restituire ciò che è stato distrutto, né trasformare da sola la denuncia in un cambiamento concreto. Può però rifiutare l’indifferenza, mantenere aperto uno spazio di attenzione e sottrarre per un momento la sofferenza alla sua riduzione a immagine di passaggio.
Un’altra forma di confronto con il presente si trova in Hotel Usona dei Protomartyr. Il disco costruisce un’allegoria dell’America attraverso l’immagine di un albergo popolato da personaggi e contraddizioni, facendo emergere temi come la violenza, il nazionalismo, le espulsioni e le trasformazioni prodotte dalla tecnologia. In questo caso, la dimensione politica è più esplicita: la musica non si limita a evocare un’atmosfera inquieta, ma prova a dare forma a un mondo sociale attraversato da conflitti e disgregazione.
Accanto a questi lavori, In Grief or In Hope dei BIG|BRAVE, Who Loves The Sun dei Chat Pile, These Killing Times di Emma Ruth Rundle, Birthing degli Swans e Alone in a World of Wounds di Steve Von Till costruiscono, con linguaggi differenti, spazi in cui il dolore, la violenza e la fragilità non vengono necessariamente ricondotti a una narrazione rassicurante. Non sono dischi intercambiabili, né credo sia utile forzarli dentro un’unica interpretazione. Il loro accostamento riguarda piuttosto il modo in cui la musica può sostenere una tensione senza risolverla troppo in fretta.
La mappa si allarga ancora con House of Mirrors degli All Them Witches, Ferrum Sidereum degli Zu, Dark Times degli Ulan Bator, A Danger to Ourselves di Lucrecia Dalt, Changes in Air di Kara-Lis Coverdale, La Maccaia di Gaia Banfi, A Paradise in the Hole di Yazz Ahmed e But Remember What You Had di Stephen O’Malley. Non tutti questi dischi parlano direttamente della guerra, e non è necessario che lo facciano. Alcuni sembrano aprire spazi di sospensione, altri lavorano sulla densità del suono, sulla trasformazione, sulla memoria o sull’instabilità delle forme. Inserirli in questa geografia significa ascoltarli nel momento storico in cui sono arrivati, senza pretendere che quel momento esaurisca il loro significato.
C’è infine un’altra forma di ritorno che mi sembra impossibile ignorare: quello degli artisti e delle formazioni che ricompaiono dopo anni di assenza. La reunion può essere una semplice operazione commerciale, un’occasione per recuperare un pubblico già acquisito, oppure un modo per riaprire una storia che sembrava conclusa. Ma il ritorno non restituisce mai esattamente ciò che c’era prima. Il tempo è passato, le persone sono cambiate, il contesto non è più lo stesso. Ciò che ritorna è familiare, ma non coincide più con il ricordo che ne avevamo.
È un meccanismo vicino al perturbante: riconosciamo qualcosa, ma il riconoscimento non ci mette al riparo. Anzi, può rendere più evidente la distanza tra ciò che ricordiamo e ciò che abbiamo davanti. Il passato non si ripresenta intatto; ritorna trasformato, portando con sé anche ciò che credevamo di avere lasciato alle spalle.
Forse è questo che mi interessa in questa musica, nel suo rapporto con un presente segnato dalla guerra. Non la possibilità di trovare nei dischi una risposta, né quella di costruire una colonna sonora capace di rendere sopportabile ciò che accade. Mi interessa la loro capacità di mantenere udibile una contraddizione: abbiamo bisogno di pensare la guerra come qualcosa di estraneo, ma sappiamo che appartiene alla storia umana; cerchiamo rifugio nelle origini, ma le origini non sono necessariamente innocenti; desideriamo che il passato ritorni, ma quando ritorna non è più quello che ricordavamo.
La musica non risolve questa contraddizione. A volte, però, le dà una forma che possiamo ascoltare. E forse, in un tempo in cui tutto sembra chiedere una reazione immediata, fermarsi ad ascoltare significa anche concedersi di non sapere subito che cosa fare di ciò che abbiamo riconosciuto.
Discografia
All Them Witches (2026), House of Mirrors. BMG.
BIG|BRAVE (2026), In Grief or In Hope. Thrill Jockey.
Blak Saagan (2026), Un Sequestro Lungo 10.000 Anni. Maple Death Records.
Bonner Kramer & Thurston Moore (2026), They Came Like Swallows – Seven Requiems for the Children of Gaza. Silver Current Records.
Chat Pile (2026), Who Loves The Sun. The Flenser.
Eiko Ishibashi (2025), Antigone. Drag City.
Elli de Mon (2025), Raìse. Rivertale Productions.
Emma Ruth Rundle (2026), These Killing Times. Errant Child.
Gaia Banfi (2025/2026), La Maccaia. Trovarobato.
Kara-Lis Coverdale (2025), Changes in Air. Smalltown Supersound.
Lucrecia Dalt (2025), A Danger to Ourselves. RVNG Intl.
Mai Mai Mai (2026), Karakoz. Maple Death Records.
Mamuthones (2025), From Word to Flesh. Rocket Recordings.
Massimo Silverio (2023), Sùrtum. Okum Produzioni.
Neurosis (2026), An Undying Love for a Burning World. Neurot Recordings.
Protomartyr (2026), Hotel Usona. Domino Recording Co.
Sanam (2025), Sametou Sawtan. Constellation Records
Širom (2025), In the Wind of Night, Hard-Fallen Incantantions Whispers. Glitterbeat Records
Stephen O’Malley (2025), But Remember What You Had. Portraits GRM / Shelter Press.
Steve Von Till (2025), Alone in a World of Wounds. Neurot Recordings.
Sunn O))) (2026), sunn O))). Sub Pop.
Swans (2025), Birthing. Young God Records / Mute.
Ulan Bator (2025), Dark Times. Acid Cobra Records.
Yazz Ahmed (2025), A Paradise in the Hold. Night Time Stories.
Zu (2026), Ferrum Sidereum. House of Mythology.
Bibliografia
Freud, Sigmund (1915), Considerazioni attuali sulla guerra e la morte, in Opere, vol. 8, Opere 1915-1917. Introduzione alla psicoanalisi e altri scritti, Torino, Boringhieri, 1976.
Freud, Sigmund (1919), Il perturbante, in Opere, vol. 9, L’Io e l’Es e altri scritti 1917-1923, Torino, Boringhieri, 1977, pp. 77-118.
Freud, Sigmund (1920), Al di là del principio di piacere, in Opere, vol. 9, L’Io e l’Es e altri scritti 1917-1923, Torino, Boringhieri, 1977.

Dott. Lorenzo Secci
Psicologo Psicoterapeuta ad Orientamento Psicoanalitico
……………………………………………………………..
![]()

